quel che resta del mondo/approdi e naufragi

schermata-2016-11-10-alle-01-12-34Il Grande Esodo è uno dei sintomi centrali di questo tempo.  I migranti sono ormai lo specchio di un passaggio collettivo, di una sfida evolutiva (o involutiva) globale. Le differenze sono oggi al centro di ogni questione. Per alcuni la difesa della propria, di differenza, implica l’esclusione dell’altro; per altri la conquista di una narrazione in cui riuscire a includere anche  differenze radicali come  parte di un bene umano comune. La difesa della navicella spaziale terra, della sua atmosfera, del suo clima non implica forse un ‘salto’, una ‘schiusura’ evolutiva proprio rispetto alle differenze (di genere, di cultura, di religione, di preferenza sessuale)? Per non parlare delle sperequazioni socioeconomiche e disuguaglianze nelle opportunità. Il mondo del migrante come anche il nuovo mondo di ogni generazione è il mondo fatto con tutti i resti, con le tracce di ciò che era mondo quando il mondo era ancora mondo e non lo sapevamo.  Nel 2011 pubblicavo con Ma.Gi Quel che resta del mondo, psiche, nuda vita e questione migrante.

Ora è in uscita un approfondimento di questi temi con Approdi e Naufragi, edito da Moretti e Vitali.

Affrontare la storia come sintomo ci permette di osservare una costellazione di eventi. Dalla storia della schiavitù emergono sorprendenti immagini di resilienza e resistenza culturale, l’affermazione in condizioni impossibili di una sorta di archetipo di resurrezione o “sovrappiù di vita.”  La ricerca sulla migrazione di icone dal Mediterraneo al Nuovo Mondo, a partire da  Nostra Signora di Lampedusa,  è diventata in corso d’opera il pretesto per esplorare il rapporto tra elaborazione del lutto e resistenza culturale da varie prospettive: dall’antropologia al pensiero postcoloniale, dalla psicoanalisi alla filosofia della storia. In ogni caso ascoltando i dannati della terra del passato sempre si trova il testamento dell’aspirazione a una vita degna di essere vissuta.

Approdi e Naufragi evoca l’appuntamento misterioso tra le generazioni passate e quelle contemporanee della crisi globale e migrante. (si può prenotare on line <http://www.morettievitali.it/?libri=approdi-e-naufragi>)

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Co-sensualizzare con radicale tenerezza

di Vanessa Andreotti, Dani d’Emilia (e il collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures) link http://lapubli.online/RadicalTenderness.html?fbclid=IwAR2nLAn4YMjf2HYmZcH2f5rqV-4HEmTdwNOHXlqt5Da5OwAlhdrrrFFoAhI

traduzione di Fabrice Olivier Dubosc

“Tenerezza radicale” è un dispositivo ispirato dalla pratica artistica di Dani d’Emilia e consiste in una serie di esercizi con un testo scritto insieme a Vanessa Machado de Oliveira Andreotti, Co-sensualizzare con Tenerezza Radicale fa parte del progetto di (dis)educazione del collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures (GTDF) https://decolonialfutures.net. Questo testo cerca di attivare una pratica politica di cura che riconfiguri le connessioni tra ragione, affetti e relazionalità. Siete invitati a rileggere il testo ogni volta che vi sentite sconcertati, spaesati o scombussolati nel rimettere in discussione passate cartografie.

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

accettate l’invito che ci fa essere presenti. 

L’invito a sintonizzarci con il corpo collettivo – umano e non umano.

Prendete nota di tutte le pelli e i luoghi che abitiamo, le ossa e le terre su cui poggiamo e che reggono il nostro peso.

Sentite l’intreccio con ogni cosa, comprese quelle brutte, spezzate e incasinate.

Mettetevi in relazione al di là dei desideri di coerenza, purezza e perfezione.

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

integratevi con un ben più ampio metabolismo, con una temporalità molto più lunga di quella del corpo umano.

Seguite un tempo a-normativo e a-lineare

Disattivate la brama di protagonismo, grandezza e lascito.

Smettete di temere la paura, l’incertezza e il vuoto.

Restate aperte e aperti ai doni della disillusione e del dissolversi. 

Lasciate andare senza crollare.

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

ballate al di là del circuito di identificazioni e disidentificazioni, al di là di ciò che piace e che non piace.

Smettete di cercare di dar forma alla realtà a partire dalle compulsioni narcisistiche che chiedono piacere, conforto e convenienza.

Interrompete le forme di dipendenza dal consumo, non solo di “cose” ma anche di conoscenze, esperienze e relazioni.

Mollate possessi e possessività. 

Rinunciate alle fantasie di comprensione, consenso e controllo.

Disarmate, sgombrate e decentratevi.

Curiot

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

Fate spazio all’ignoto e al non sapere, in voi stessi e negli altri.

Cercate una sensorialità piena  più che il pieno del senso.

Nutrite uno stato di meraviglia aperto, senza intrappolarlo sempre in ciò che ha senso.

Non rendete l’ “essere” ostaggio del “conoscere”.

Sviluppate una creatività non limitata al piano discorsivo. 

Recuperate le capacità esiliate, ampliare la sensibilità e dis-immunizzare  le intimità.

Prendete atto di come pensieri ed emozioni siano anche processi biofisici. 

Ascoltate autorevoli voci non umane e abbiate cura della vostra relazione con esse.

Restate aperte nei confronti di ciò che non si può e forse non si potrà mai capire

Non ricoprite ogni cosa con un velo interpretativo; fate tacere il rumore di fondo che ci  impedisce di andare più a fondo e di relazionarci in modo più ampio. 

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

Restate ricettive e ricettivi agli insegnamenti delle nostre ombre.

Fate il lutto delle vostre illusioni, compostate la merda, fermentate voi stess*. 

Imparate dagli errori ripetuti. In futuro fatene solo di nuovi.

Scoprite un intero autobus di passeggeri e di creature differenti in voi stesse. 

Guardatevi allo specchio e lasciate andare la paura di deludere, di essere rifiutate e abbandonati.

Guardate in faccia le collusioni con la violenza e disinvestite in arroganza, superiorità e status.

Lasciate andare la paura di “non essere all’altezza”, la pressione di “essere migliori” e il bisogno di conferme.

Offrite i doni del fallimento. Tutti e tutte sbagliano, tutte e tutti piangono.

Disattivate le aspettative di appartenenza e provate invece a disimparare la logica della singolarità ad ogni costo.

Accoglietevi in quanto carine e patetici, siate coraggiosamente vulnerabili. 

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

Fate spazio affinché nuove forme di coesistenza ci incontrino. 

Rinunciate all’autonomia assoluta e all’ossessione formale. Trovate stabilità nel ritmo sotteso al movimento.

Attivate il senso dell’ascolto in ogni parte del corpo diventando testimoni nell’aver cura.

Ascoltate la saggezza inespressa di ognuno, nutrendo e accogliendo ciò che è intrinseco piuttosto che ciò che è funzionale e produttivo.

Ricordate che le nostre medicine sono sia indispensabili che insufficienti. 

Proteggiamoci a vicenda, pariamoci reciprocamente le spalle invece di aderire nel mero consenso.

Sintonizziamoci invece di empatizzare. Non è la stessa cosa.

Notate come ci muoviamo tra aree di agio, di tensione e di panico.

Aumentate la cura proporzionalmente al rischio.  Fatelo con umiltà, generosità e rispetto. 

Osservate le cose dolorose e difficili col sentimento di volerle davvero guardare.

Sentite il dolore della terra che ci attraversa.

Capite che la terra non è un’estensione dei nostri corpi, semmai il contrario.

Rendete collettivo il cuore, di modo che si apra e non si spezzi. Che contenga il dolore del e nel mondo, senza anestetizzarsi o esserne divorato.

Testimoniate di “poter essere” in modo plurale, “io e te”, “io in te”, e “noi” come “né io né te”.

Smettete di essere o questo o quello, siate entrambi e di più e oltre. 

Abbiate cura delle ferite che si aprono quando la pelle di un corpo si tende e strappa per ricevere ed essere riconfigurata.

Allenate i vostri muscoli intellettuali, politici e affettivi per far fronte alle intemperie e per prepararvi a maratone su terreni impervi.

Dissolvete i limiti e i pesi del corpo, permettendo ad altre ed altri di muoversi attraverso, con e per noi. 

Simona Sala

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE… 

e praticate un distacco appassionato.

Offrite cure palliative al mondo distopico che sta morendo dentro e intorno a noi.

 Digerite gli insegnamenti che ci offre la morte.  

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE 

e collaborate alla nascita di qualcosa di nuovo, senza soffocare ciò che sta nascendo con proiezioni e idealizzazioni.

Co-sensualizzate una TENEREZZA RADICALE….

invocando ed evocando – con un movimento duplice e simultaneo – una pratica politica di cura e ben-essere che va al di là di ciò che l’intelligenza umana può comprendere . Consentitevi di essere un tramite partecipe di questo processo, con fluidità e mobilità. 

Esercizio

Leggete nuovamente l’invito a co-sensualizzare con tenerezza radicale, facendo attenzione alle cinque frasi che vi parlano più direttamente. Curate un testo che includa queste frasi e create esercizi artistici visuali, affettivi o kinestetici o qualche routine che vi aiuti a ricordare questi messaggi nella vostra vita quotidiana. Provateci per un mese, poi tornate al testo e ripetete l’esercizio con altre frasi.

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Una cartografia decoloniale

Postattivismo

art by Curiot

Riprendendo i nostri dialoghi vorrei inaugurare una serie di discussioni su come si possa intendere il “post-attivismo”,  non come una sorta di rinuncia all’attivismo ma come una via verso una  maggior efficacia e respons-abilità L’epistemologia critica non basta e nessun “soluzionismo”  esce dalla logica coloniale del controllo. Logica che spesso permea persino i privilegi “etici” del posizionamento corretto e alimenta negli stessi movimenti il narcisismo delle piccole (o grandi) differenze.

Anche se siamo ancora incapaci di fermarci davanti allo sfacelo –  come l’angelo della storia di Benjamin catturato dal moto perpetuo dei più alti ideali –  forse cominciamo a intravedere come l’intreccio costitutivo e relazionale della realtà ci inviti ad abitare e trasformare  diversamente le rovine. 

Qui condivido tre  brevi brani di Bayo Akomolafe, l’autore che in questo momento mi sollecita più di altri a pensare ed esplorare il potenziale del pensiero decoloniale “fuggitivo” , la costellazione della crisi,  il post-umanesimo, il neo-materialismo, le alleanze in fieri degli undercommons, i crocevia di un animismo relazionale ecosistemico intrecciato con le scienze della complessità… 

Forse la sfida si pone a un crocevia: non essere intrappolati dai ricordi di passate militanze – anch’esso una sorta di imprinting identitario – senza per altro rimuovere le eredità che ci costituiscono e imparando a intra-agire  creativamente con quelle urgenze immanenti in cui il passato è strettamente intrecciato con questo presente…

C’è forse una terza via tra il militantismo del conflitto permanente e la resa alla dipendenza atomizzante degli algoritmi dominanti. Una via metamorfica che prende forme provvisorie a partire dalla consapevolezza emergente che ciò che agisce non può che essere affettivo, intra e inter-relazionale. L’attivismo militante, le lotte per il respiro negato, per i diritti, lo stesso slancio critico, sono stati e restano imperativi necessari  oltre che storicamente cruciali,  come lo sono gli imperativi locali del presente. Il postattivismo mi sembra tuttavia un tentativo “clinico” di esplorazione collettiva di forme di  cura, riparazione e creazione collettiva in un tessuto relazionale (e percettivo) profondamente ferito, un tentativo che tenta di ripensare le alleanze necessarie a farlo nel contesto di in una più ampia e inclusiva costellazione o cartografia spazio-temporale.

Mi piace in particolare come Bayo decostruisca le identificazioni razziali rideclinandole in termini storico-simbolici: la bianchezza come eredità escludente, culto della purezza e del controllo all’interno di un’architettura, modernista e come dice Mbembe “brutalista” capace di accomodare nei suoi dispositivi giuridici la costruzione di moltitudini di “corpi-frontiera”. E la nerezza come decostruzione forzata del rapporto con “terra e sangue”, un’opportunità diasporica animata dalle radici animiste di un rapporto permanente con la complessità visibile e invisibile…

Da questo punto di vista le considerazioni di Bayo su una diversa cornice di riferimento per la riparazione sono considerazioni preziose che anche in questo caso fanno eco a quelle di Mbembe e degli autori di Undercommons. Se la riparazione delle ferite coloniali e patriarcali tocca il tema di fratture profonde nella relazione col vivente essa rappresenta qualcosa di altrettanto irriducibile, qualcosa che ha la forza di un evento e che trascende sia le supposte virtù giuridiche della modernità che il concretismo di un risarcimento impossibile. E tuttavia dalla stessa frattura diasporica nuove fonti di pensiero e performatività aprono inedite possibilità di cura.

Mi rendo conto rileggendo che i frammenti arbitrariamente condivisi non fanno giustizia alla ricchezza degli argomenti in una lettura più organica del lavoro di Bayo Akomolafe – ma forse possono servire come pratica di compostaggio se fecondati dallo slancio immaginativo di chi legge. 

A presto,

fab

art by Curiot

Qualche brano da una conversazione in podcast che potete ascoltare per intero in inglese qui https://newrepublicoftheheart.org/podcast/064-bayo-akomolafe-getting-lost-meeting-the-more-than-human-vibrancy-of-the-world/?fbclid=IwAR2fCsQTIA_6bxQxiFUUVvhY4P-tU-cpFmzEe3LdB6j6ruyUg4aDnOY6_VE

«Come creiamo qualcosa di nuovo? Come facciamo qualcosa di diverso dal parlare nello stesso modo, scrivere nello stesso modo, ritrovarci nello stesso modo? Come faccio o come facciamo – e dico “noi” perché c’è una complessità irriducibile e perché l’io è già accompagnato da quegli ‘altri’ che cerca di ignorare nello sforzo di nominare sé stesso così assiduamente… 

Come facciamo, a partire da questo denso noi, a uscire dai confini di ciò che ci è famigliare, per entrare in ciò che è portentoso e  impensato,  per intrecciarci con altre modalità del pensare e del conoscere? 

Le cose che cerco di esplorare nel campo dell’invenzione  e della sperimentazione, nei margini liminali delle cose e che a volte definisco nel linguaggio della “fuggitività”, delle “piantagioni”,  della fratture , delle nascite messianiche e delle notizie sperimentali, mi rendono sospettoso nei confronti del “soluzionismo”, mi rendono guardingo nei confronti di chi dice: “ho la soluzione”.  Sto cercando una dimensione di “incapacità generativa”, un posto per il compostaggio che possa rendermi capace di cose nuove e ovviamente il compostaggio non dipenderà dalle mie azioni, perché un nodo nel filo non può sciogliersi da solo, ha bisogno della compagnia di altri per farlo, così in un certo senso la mia ricerca ha come focus gli altri, tutti quelli che la modernità ha escluso, altri alieni, microbiom-altri, tutti quelli che non abbiamo pensato come particolari o cruciali per ciò che succede sulla terra, perché pensiamo sempre nei termini di ciò che conta per gli umani, ci poniamo sempre come esseri senzienti al centro, mentre il mio desiderio va verso  i mostri, le fate, gli outsider, le cose che escludiamo, e io confido in un coro di esseri che generi alleanze più ampie, per trovare nuovi modi di stare insieme. Queste sono le mie priorità e il modo in cui procedo su questo piano, per esempio, è quello di incontrare i miei bambini ogni volta come se fosse la prima. Ci sono faglie creative nel tessuto della realtà (…)

[Domanda: “dopo George Floyd e di fronte ai suprematisti bianchi qui in America non c’è più modo si sentirsi “virtuosi” ci sembra di ereditare tutti un crimine  e quando entriamo in dialogo con qualcuno dal Sud Globale, con qualcuno nero, vorremmo in fondo non essere associati ai colpevoli, vorremmo poter riconquistare una virtù impossibile e vorrei nominare queste cose in uno spirito di apertura e vulnerabilità…”

Se tu andassi a trovare uno sciamano Yoruba – in realtà non si definiscono sciamani, ma guaritori, il termine è babalayo,  un “medicine man” che è una sorta di avvocato cosmico, che non si limita a guarire ma che negozia guargione, benessere e prospeità con con la miriade di agencies multiple che popolano il mondo e che riassumiamo con nome ayé,  termine che con una sana dose di povertà viene tradotta con il termine “vita”, ma qui succede qualcosa di più ampio, cè quasi un sapore di cospitrazione nel termine ay…., comunque il babalayo incontra tutte le forze o il maggior numero possibile di forze che sono rizomaticamente connesse con la tua situazione per intercedere a tuo favore, con una capra o dell’igname (yam), ma un guaritore o babalayo noin smette di essere gentile quando si avvicina con un coltello…c’è qualcosa che può apparire brutale nell’approccio, non credo che ne palerebbero in questi termini ma su un certo piano si può dire così: “la guarigione può essere un rischio”… se la guarigione si china su una forma particolare con cui ci identifichiamo allora fa correre dei pericoli. Abbiamo questo desiderio di salvezza e redenzione. Ma salvezza e redenzione si declinano a partire da una ontologia specifica che stabilizza determinate modalità di essere che è il motivo per cui spesso dico che la “giustizia” che è un ideale immenso, no?, potrebbe anche ostacolare processi di trasformazione… e il lavoro del babalayo è la trasformazione. E sa che il tuo problema non consiste nel maggiore o minor benessere nell’aver assunto un determinato stato corporeo…uno stato corporeo che ti permette di sperimentare quello che stai sperimentando…. Così viene verso di te con un coltello per ferirti, per ferirti di più, non per ucciderti ovviamente, ma per incidere cicatrici nel tuo corpo, e da dove vengo io ne deriva la tradizione delle scarificazioni facciali, l’apertura della carne corrisponde al desiderio della carne di altre modalità di essere nel mondo e la spietatezza di quello che dico deriva da qui, che se parlo a partire dal paradigma all’interno del quale nasce la domanda allora divento parte del problema, imbrigliato nelle dinamiche del problema (…) ho cominciato a pensare “cosa potrebbe funzionare meglio di una risposta a un problema?” e sento che la risposta a questa domanda è una sorta di “stupore meravigliato e sbigottito” (bewilderement)… perché lo stupore ci fa uscire dalle economie relazionali dove le domande e le risposte si contaminano a vicenda…e ti trasporta in una diversa economia relazionale, in una prospettiva del tutto diversa…da mio punto di vista può essere più efficace di una risposta. Così quando mi fai una domanda Terry sulle dinamiche Floydiane della nostra epoca, la domanda centrale che emerge dalla modernità è “ come reagiamo, come affrontiamo il senso di colpa che questa situazione genera?”  E non ho una rispsoat definitiva, ma anch’io mi pongo una serie di domande:  ma mi chiedo anche se il modo con cui formuliamo queste domande non facciano parte del problema… non facciano parte della crisi…. E se l’enfasi sulla colpa – e non è che voglia svalutare l’importanza della colpa, il senso di colpa può avere una funzione, ma il dubbio è che l’enfasi sulla colpa non faccia altro che consolidare la centralità bianca che vorremmo decostruire o dalla quale vorremmo allontanarci…e che il paradigma dei soggetti che cercano riconoscimento da parte dello Stato non faccia pure parte del problema…

Così quando una persona bianca si presenta e chiede “ma noi ora che facciamo di questa situazione?” io sento che la domanda stessa risuona con il paradigma dominante che tenta di arruolare quei corpi come attori nel consolidamento della modernità…e non credo che abbiamo risposte a questo…a queste domande su quello che possono fare i bianchi…credo che questo sia un momento in cui è cruciale ascoltare insieme, potresti chiedermi “ma ascoltare cosa?” – credo che il mondo più-che-umano ci stia invitando a una posizione di ricerca e questo luogo di ricerca è razziale, spirituale, psicologico, economico, gastronomico, batterico, microbiotico è contemporaneamente tutte queste cose…è qui che penso che sperimentare nuove modalità di essere sia necessario, per andare da una politica che mette al centro queste ansietà, perché le ansietà sono il prodotto delle forme cha abbiamo assunto…e abbiamo bisogno di nuove storie e nuove cornici di riferimento ontologiche con cui pensare o ripensare le nostre identità, ripensare cosa significhi essere nera, che è un concetto diasporico, ripensare che significhi essere bianca, che è una moderna imposizione identitaria e trovare altri modi di essere nel mondo…

Non va assolutamente ignorato il grido urgente, la domanda di salvezza e attenzione…faccio parte di quel grido, ma so che la critica mi può portare solo fino a un certo punto…la critica mi colloca in piena modernità e ho bisogno di qualcosa che mi porti più in là [racconta la storia degli schiavi Igbo raccontata in Ballando con lo spirito dell’acqua] ) quella idea di una nerezza che è più-che-umana è ciò che mi interessa perché non voglio essere salvato da corpi bianchi, non voglio essere l’oggetto di compassione moderna, voglio altri spazi di potere.

[Domanda sintetizzata: “abbiamo ereditato una narrazione di progresso… e l’abbiamo poi intrecciata con un’idea spirituale, non possiamo considerare la vita solo come una storia catastrofica, la vita è miracolosa non stiamo forse andando verso la vitalità vibrante di un mondo consapevole e meraviglioso?”]  

art by Curiot

Sono di solito molto riluttante nel descrivere il mondo come IL mondo. Credo che Marcus Gabriel nel suo libro “perché il mondo non esiste” ha lavorato per decostruire l’idea che il mondo sia un tutto coerente… non è che neghi l’evidenza empirica sta solo dicendo che il linguaggio non può nominare ogni cosa in una qualche forma totalizzante, non vi è un termine che copra tutto, la “cosapevolezza” non basta, l’Universo neppure, perché persino l’immaginazione è reale, ha veri e propri effetti non è necessario che abbia validità empirica per avere effetti. Non è che ci sia un mondo e nemmeno mondi multipli il mondo è resiliente nella sua indeterminatezza e navigandolo operiamo dei tagli operativi in un punto o nell’altro, lo definiamo, chiediamo che ci definisca…. Non siamo solo degli utlizzatori e il mondo uno strumento – di nuovo il linguaggio mi tradisce – non siamo utilizzatori e Un Mondo o Mondi Multipli o il Mondo a Venire sia uno strumento, piuttosto capiamo che  i ruoli vengono costantemente invertiti. E questo mi porta a discutere l’idea di “che cosa ci aspetta” e sono acnora più riluttante a parlarne – qualche volta mi chiedono “cosa pensi che accadrà nel 2050? Entreremo in un Età della compassione?” O qualcosa del genere. E davvero non so come rispondere a questo tipo di domande…Vengo da un popolo che non poteva vedere cosa sarebbe accaduto la settimana dopo perché non ne avevano la possibilità… quando leggo della scarsa visibilità in California per via degli incendi, sento compassione ma sento anche “certo, questa cosa la conosco, l’ho vista, l’ho vissuta…” di non sapere cosa succederà dopo… l’urgenza l’immediatezza del mondo – e rischio di lasciar fuori tutto un universo di considerazioni – è ciò che cattura la mia attenzione, c’è lavoro da fare nella immediatezza immanente del mondo, a partire da come viviamo nella densità del presente…al di là delle categorie con cui proiettiamo il presente nel futuro. Preferirei mettere a fuoco il passato per esempio, c’è un proverbio indigeno che dice che il lavoro serio lo fanno quelli che guardano il passato. E non considero il passato come qualcosa di concluso, perché mi interessa un diverso paradigma temporale, “il passato deve ancora accadere”, posso guardare in avanti, per così dire, e guardare il passato, se pensi al tempo in termini circolari allora il passato non è solo ciò che è passato, il passato è ciò che sta ancora accadendo, l’eco di voci nelle pieghe della modernità, gli arche tipi di cui parlava Hillman, gli dei che non sono mai svaniti, sono diventati parte dei nostri apparati, dei nostri pixel e delle nostre tecnologie…L’idea che il passato sia presente che dobbiamo le nostre vite e i nostri corpi al cosiddetto passato, e che lo elaboriamo continuamente in una qualche forma transcorporea: “che significa avere un corpo? Che significa essere vivi in questo tempo?” questo è un tema che mi appassiona, tanto che non riesco a pensare a quello a quale forma il mondo potrebbe avere tra qualche tempo – non so se posso avere fiducia – e forse questa è una prospettiva postmoderna – non so se posso avere fiducia in grandi metanarrative – l’ ”Età della Ragione”, l’ “Età dell’Acquario”…o qualcosa del genere (ride) certamente non c’è stato niente del genere per persone come me…sono molto sospettoso rispetto a quel modo di nominare le cose anche per restare umili rispetto a cosa potrebbe accadere – non è per negare la creatività con cui nominiamo le cose, ma resistere l’urgenza di farlo da soli…»

Da un altro post

<https://www.facebook.com/bayoakomolafeampersand/posts/752927678669174&gt;

«La modernità non ha eliminato il sacro. Lo ha riposizionato nel confine delle coordinate umane – in primis nel corpo bianco, il suo principale avatar. Qui nei vortici del rifiuto postmoderno di ogni autorialità non umana, nello stesso progetto antropologico, si nasconde un tempio dedicato alla venerazione delle categorie, del progresso, della competenza e del volo di Icaro. In un modo o nell’altro siamo tutti – anche chi riesce a criticare queste forme di devozione religiosa –  siamo tutti arruolati al servizio di questa configurazione, puliamo panche, passiamo il cestino delle donazioni, ammiriamo i preti nel sanctum sanctorum. Ma il sacro non si fa ingabbiare. Oggi, se ascoltate, potreste sentire che la presa contratta dell’umano comincia ad allentarsi, mentre la nostra pretesa centralità non regge il confronto con argomenti non umani assai convincenti. Se ascoltate un po’ più a lungo, potreste persino iniziare a discernere i passi caotici del sacro che migra dal suo precedente confine, fischiettando mentre saltabalzella con determinazione  sulle rovine asfaltate del nostro mancato arrivo…

 

<https://bayoakomolafe.net/project/the-death-of-the-climate-activist/&gt;

«Insieme a Bruno Latour, in una “perversa” deformazione del suo aforisma che credo egli approverebbe possiamo dire: “non siamo mai stati umani”. In un sorprendente rovesciamento del copione non siamo né gli eroi né l’unico focus affascinante di un pluriverso eccedente. Il sapere strumentale umano capace di concepire l’uso di strumenti e attrezzi è diventato (o è sempre stato) strumentalizzato. La dimensione [evolutiva] ultima, definitiva è diventata  penultima (…) il mondo è vivo e performativo – suffuso di elementi di agentività relazionale, quelli che attribuiamo senza pensarci a noi stessi.

In breve l’Antropocene richiede una ontologia radicalmente nuova e smantella quella aristotelica-cartesiana che la maggior parte degli abitanti della modernità hanno dato per scontato. Aspetti di questa performatività materiale che prende atto di processi “molecolari” (nel senso attribuito alla parola da Deleuze) sono i corpi transcorporei, le specie amiche, il tempo queer e l’agentività non umana. Questo vibrante mondo ecologico emergente, de-sacralizza l’attività umana, inserendola in una rete di altri effetti efficaci che scorrono da un mondo incalcolabilmente perverso e rizomatico. Un mondo processuale di azioni performative in divenire.

(…)

Invece di considerare solo i soggetti indipendenti nel loro agire – cioè l’unità  privilegiata di analisi del cambiamento sociale, e le cui intenzioni, motivazioni ed esaurimenti costituirebbero la fucina del cambiamento mondiale  – volgiamo dunque l’attenzione anche all’attrezzatura che circonda il soggetto intento ad agire,   considerando l’assemblaggio complessivo,  tentando ci capire cosa e come stia operando questa concatenazione di corpi. 

L’attivista non è più l’umano separato dal dispositivo necessario al suo attivismo, ma è l’ ”umano” e i suoi attrezzi: gli schermi dei computer, i concetti, le classificazioni, le categorie di pensiero, e la città nei suoi effetti di soggettivazione.

In quanto tale il “Sé” classico viene così decentrato come focus dell’attenzione e delle suppliche; il cambiamento sociale non dipende da mosse unilaterali del sé umano, ma dalle concatenazioni emergenti che attraversano altre concatenazioni (deterritotializzioni e riterritorializzazioni).

Come definire una ricerca postattivista? Quali questioni potrebbero emergere? Non c’è spazio qui per esplorare le metodologie di un impegno postattivista, ma qualunque esse siano, tale vocazione è promettente  – specialmente in tempi di sconforto, quando l’approccio alle questioni da veterani dell’attivismo non appare generativo. 

Come figlio del cosiddetto Sud Globale, il mio popolo è stato per molto tempo il beneficiario della benevolenza occidentale. Le Ong sono altrettanto numerose delle chiese predatorie ad ogni angolo di strada. Molti [subalterni] si  ribattezzano “attivisti”  per  mettere la bocca sotto il rubinetto  del “foreign aid” e della filantropia Euro-Americana. Tuttavia non ci sono grandi cambiamenti. L’attivismo si traduce sovente nel fatto che scafati ragazzi di strada siano pronti ad ingannare un altro straniero in cerca di virtù. Per i volonterosi ed ingenui neo attivisti le lezioni sono dure e presto imparate: non importa quali siano la tua giusta causa, o le tue nobili intenzioni, per sopravvivere devi portare avanti il programma.

Il possible invito del postattivismo è di restare con i vari elementi dell’arredamento che compongono l’assemblaggio attivista. Invece di mettere a fuoco solo l’umano, veniamo invitati a prendere nota dei dispositivi, di  cosa essi stabilizzino, di che cosa riproducnoa, di che cosa escludano. 

Per esempio – prendendo sul serio l’invito postattivista di de-privilegiare l’ “attore” umano – potremmo scoprire che i nostri problemi fanno spesso parte del problema: che le nostre soluzioni, pensieri, contributi e idee sono secrezioni delle concatenazioni con cui intra-agiamo. E che come tali – e questa è un’ulteriore importante considerazione post-attivista – spesso rafforzeranno le situazioni problematiche che vorremmo evitare: le nostre “soluzioni” sovente si riveleranno come un aspetto della crisi che si ripiega e moltiplica, magari in modo più intelligente e con più sfumature.

La cosa più importatnte è che la ricerca postattivista potrebbe aiutarci a ritrovare un sentimento di meraviglia e re-incanto indicandoci “altri luoghi di potere”. Forse questo è il suo dono più grande: scombinare gli schemi percettivi e le forme di impegno per riorientare l’attenzione su altre bolle di potenzialità che emergono dai paesaggi chimici dell’Antropocene.

***

In ultima analisi, il più grande sacrificio dell’attivista è la sua identità, la sua verginale separatezza. Con la sua dipartita disperde i suoi resti impollinando ogni banale superficie con agentività e promessa. Ed è lì che dobbiamo andare, nella distanza performativa in cui vortica l’altrimenti.»

street art stencil a Betlemme

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Ballando con lo spirito dell’acqua

Fabrice Olivier DuboscApprofondimenti  22 aprile 2021 24 Minutes

Ballando con lo spirito dell’acqua – la nerezza come sfaldarsi decoloniale dell’Anthropos” 

trascrizione/traduzione di un webinar con Bayo Akomolafe a cura di Clinica della Crisi – 

Il seminario tenuto da Bayo faceva parte di una “Awareness Conference” – un convegno webinar di ben tre giorni con molte presentazioni principalmente orientate sulle discipline del benessere e della consapevolezza interiore (mindfulness, yoga, meditazione, spiritualità varie). Trovo coraggiosa lucida e insolitamente efficace la capacità di Bayo di decostruire quel genere di “consapevolezza”, adattiva e collusiva – come sostiene – con la “spiritualità capitalista” e spostarla – la consapevolezza – sul piano del “perdersi”, del naufragio, del lutto, della fuga, del marronage e della trasformazione dell’estrattivismo individualista della modernità riprendendo dall’ecofemminismo le idee di intra-relazione e trans-corporeità. 

L’altro tema tema cruciale del suo intervento riguarda proprio le politiche dell’identità. Bayo considera bianchezza e nerezza come dimensioni psico-geo-politiche che trascendono sia il posizionamento individuale che il colore della pelle. Non vi è ovviamente nulla di essenziale nel colore della pelle, è il dispositivo razziale che costruisce essenzialismi, a partire dall’eredità sistemica di un sistema di controllo radicato nel pensiero coloniale e razziale “che produce corpi e li dispone gerarchicamente”, da un ethos della modernità “modernità”, che ha radici anche più antiche, e che sembra aver “mangiato” il mondo. Parlarne in questi termini mi ricorda la posizione di Achille Mbembe quando parla del “divenir ne*ro del mondo”.

Bayo del resto tracciacon particolare chiarezza la connessione tra razzializzazione coloniale e crisi ambientale antropocentrica.

Consiglio di leggere la trascrizione ascoltando la voce di Bayo nel video originale in inglese. Troverete il link alla fine del testo.

«Comincio sempre dicendo questo: “i tempi sono urgenti – rallentiamo! “La prima volta che l’ho detto davanti a un pubblico è stato a Johannesburg nel 2014. E ricordo che alcuni dei mie amici tedeschi si erano entusiasmati all’idea di rallentare nell’urgenza dei tempi. Così uno di loro poi torna a lavorare a Bruxelles e mi scrive un lungo messaggio e dice: “Bayo questa storia di rallentare non funziona, sono tornato al lavoro e ho provato a scrivere i memo lentamente, a fare tutto lentamente, e ho rischiato di farmi licenziare. Qual è allora l’utilità, il vantaggio di rallentare?” Gli ho risposto che rallentare non è una funzione della velocità ma di una maggiore consapevolezza… se guidi in autostrada puoi rallentare ma asenza mai uscire dall’autostrada. Quando parlo di rallentare evoco e invoco la cosmologia Yoruba dei crocevia. I crocevia sono eventi cosmici, là dove qualcosa intercetta la linearità del progresso, quando qualcosa si mette di mezzo, quando le situazioni diventano fluide e liminali e trasversali, quando la progressione del movimento non è più possibile. Per altri questo può significare “crisi” ma per gli Yoruba significava opportunità. Così rallentare non significa ridurre la velocità sullo stesso binario su cui siamo costretti a procedere, ma lasciarsi cadere dagli algoritmi del progresso, uscire dall’autostrada e proseguire su altri percorsi… Non si tratta di scrivere più lentamente i memo, o di “saper staccare”, o di praticare yoga con più serietà. Ma di fare qualcosa di completamente diverso. Di questo vi voglio parlare oggi…

Vi parlerò della differenza tra consapevolezza e mindfulness, voglio parlarvi della modernità bianca e di quella che chiamo “interiorità dorata”, del fenomeno di un “dentro” indorato…

Chi mi ha invitato a parlare sa che mi piace decostruire – può diventare un po’ scomodo – quindi allacciatevi le cinture di sicurezza, anzi meglio di no, lasciate stare e vediamo dove andiamo a finire…

Parlerò di capacità di risposta in tempi di crisi e nell’Antropocene – 

Parlerò dell’emancipazione dall’Anthropos – l’umano – e l’umano non è solo questa figura bipede, l’umano è un vasto panorama ecologico, un terreno di eventi che creano mondi, un terreno che contiene e caratterizza il modo  con cui parliamo del tempo, dei corpi, delle identità, del sé… l’umano è più vasto delle unità biologiche con cui generalmente lo identifichiamo…parlo dell’Anthropos.

Parlerò anche della nerezza come esilio in fuga, e concluderò con una storia che è l’invito e il titorlo di questa conversazione. La storia dell’arrivo degli [schiavi]  Igbo nel 1803 – forse ne avete sentito parlare – ma è un resoconto storico affascinante di un miracolo accaduto lungo le coste della Giorgia. E spero che questo ci conduca a un diverso modo di considerare la consapevolezza….come qualcosa di mai completato, sempre in divenire… spero che riusciate ad annusare un odore diverso… e che alla fine di questo incontro le cose vi sembrino più strane di quanto non sembrino e che impariate a perdere la strada per trovarne di nuove.

Voglio iniziare con una storiella che ho sentito da ragazzo. Sono cresciuto in Nigeria, sono cresciuto nel sud cristiano della Nigeria, e andavo in chiesa ogni domenica, mercoledì giovedì e venerdì, e qualche volta anche di sabato  – ci voleva la Bibbia per cacciare il diavolo per tutta la settimana! – e c’è un’altra storia epica a a questo proposito di cui ho parlato nel mio libro e che non condividerò qui – ma quando vivi in quella subcultura impari un sacco di storie ‘cristiane’ –  e la storia che racconto qui è quella di un topolino che voleva sentirsi importante… 

Il topolino voleva sentirsi forte e così attraversava ogni giorno un ponte, senza scopo, solo per andare avanti e indietro… un giorno il topo decise di farsi dare un passaggio da un elefante pensando “potrei farmi dare un passaggio intrecciando il mio corpo con quello dell’elefante” e l’elefante attraversa quel precario ponte tibetano e a causa del suo peso il ponte ondeggia da un lato all’altro, e quando arrivano dall’altra parte il topo esclama “ragazzi, l’abbiamo ben scosso quel ponte noi due, eh!”. Fine della storia. Il topo che si congratula con sé stesso e con l’elefante dicendo, “l’abbiamo fatto dondolare ben forte quel ponte….l’abbiamo fatto insieme, io e te!” Ho immaginato un sequel come mi piace fare, un seguito in cui accade qualcosa di tragico: e cioè che il topo, avendo attraversato così tante volte in questo modo  il ponte, si dimentichi del tutto dell’elefante, e pensi di essere lui l’elefante o di essere lui a fare ondeggiare il ponte tibetano con la propria “agentività”. E non so come finisca questo sequel… mi sono fermato su questo sviluppo tragico della perdita di memoria. Ed è forse qui che voglio introdurre un’altra storia che ci porterà a ragionare su quel fenomeno che sto cercando di descrivere e che chiamo ”interiorità dorata”.

Proviamo a pensare che il topo sia un’incarnazione di questa interiorità – e proviamo a immaginare che cosa non funzioni. In un universo relazionale gli Yoruba nutrono una cosmologia che è radicalmente diversa da quella delle tradizioni europee, dalle idee cartesiane o newtoniane, sui corpi come oggetti discreti e isolabili. Nel nostro racconto relazionale del mondo le cose non precedono le relazioni, sono le relazioni che precedono le cose…

È solo nel contesto di una relazione che Lauren e Ted [due partecipanti al seminario] si definiscono.Non hanno una identità pre-relazionale proprio come io e mia moglie emergiamo solo nel contesto della nostra relazione. Proprio come se osservi una particella a partire da un dispositivo che la misura, avrai una particella, ma se alteri un po’ il dispositivo misurerai un’onda invece che una particella. Così dipende sempre, ci sono sempre condizioni. La relazione è l’unità di misura della creazione. 

E’ la relazione a essere l’unità di misura dell’universo. Non le cose. Le cose vengono costantemente s-cosate: ed è questa l’idea di un universo relazionale, che i corpi non sono completamente statici, che corpi, identità e sé sono pratiche in divenire. 

Christine che ci guarda è in divenire. In questo momento è Christine con una sedia, una citazione in divenire. Non sei solo Christine seduta su una sedia, perché ci sono effetti muti e nascosti a partire da come Christine si mostra nel mondo in questo momento. Una “ontologia” relazionale significa che siamo sempre intrecciati (“entangled”) con il mondo intorno a noi. 

In questo senso, nel senso della relazionalità, usiamo i corpi, usiamo costantemente corpi intorno a noi, Pensate a quello che alcuni psicologi chiamano “la mente estesa” o all’idea che la cognizione non si limiti al cervello. Pensate a quante volte avete fatto delle liste della spesa, per non dipendere dalla memoria, esprimendo così il bisogno che la mente si esternalizzati per così dire. In questo senso il mondo è esterno, non è solo interno, non è tutto inscatolato qui [indica la testa] stiamo costantemente mobilitando e arruolando corpi intorno a noi – in questo momento so utilizzando – anche se non sempre esprimo gratitudine per questo – sto adoperando questa sedia meravigliosa che scricchiola in continuazione – mi ha accompagnato attraverso incontri problematici e presentazioni entusiasmanti, ed è sempre con me quando ne ho bisogno.

In questo momento ci vediamo attraverso lo schermo, attraverso i pixel, attraverso le politiche aziendali, attraverso Microsoft, attraverso Apple, attaraverso zoom, attraverso dispositivi giuridici, attraverso la Casa Bianca, Tutte queste cose si intrecciano e creano il fenomeno che stiamo sperimentando in questo momento… dunque usiamo i corpi, non siamo esseri unitari, costituiamo ecologie complesse, è quello che Lynn Margulis chiama l’holobionte – un concetto biologico – per esempio se vi chiedo “le mucche producono metano?” Potreste rispondere “sì quando scoreggiano producono metano” ma questo non è del tutto vero, quel che fanno le mucche è di mangiare l’erba e l’erba va nelle loro budella e poi altre microbiocreature batteriche banchettano sul cibo nella mucca e creano il metano – dunque la mucca non è solo una mucca. La mucca è un’ecosistema, un assemblaggio di altri corpi, siamo corpi impastati in altri corpi, impastati in altri corpi  da cima a fondo. E’ un concetto molto scandaloso. 

Ed è qui che la modernità entra in gioco. La modernità è il topo. Le sue sono pratiche di occlusione, diniego, oblio del contributo dell’elefante. Non riesce a riconoscere la presenza dell’elefante nella stanza, o sul ponte. Distoglie lo sguardo. E questa non è una cosa “cattiva”, non voglio caratterizzarla come “malvagia”. Ma distoglie lo sguardo e dà priorità dell’attenzione a ciò che è individuale, e di questo poi proverò a ragionare. Dà priorità all’atomizzazione, a ciò che è “discreto” [nel senso di distinto] a ciò che si può isolare, che è stabile, finito. Deve farlo per creare la percezione di una “casa”. La modernità nasce – so che non è l’unica caratterizzazione storica che possiamo darne – dall’Illuminismo del 18 secolo e dal Rinascimento dei secoli precedenti e si potrebbe persino alludere al [rinnovamento culturale] del 14 secolo… la modernità è un evento che organizza la terra, che dà forma al mondo, che vuol appiattire il mondo  per renderci più facile il camminare. La modernità vuole razionalizzare lo spazio, spinger fuori le cose selvagge, di modo che sia più facile navigare la confusione del mondo materiale. Questa è la linea guida operativa della modenità. Nella slide scrivo che è una pratica di costruzione del mondo che coincide con l’Età della Ragione e del soggetto liberale umanista, ma queste sono figurazioni che implicano altre amplificazioni, quindi non aggiungerò molto oggi, ma l’idea di un soggetto liberale umanista corrisponde all’idea di un soggetto isolato e di una separazione costitutiva.

È a questo punto che le cose diventano interessanti. La modernità coincide con la “bianchezza”.

Ma cos’è la bianchezza? Non è una qualità o proprietà personale, così come le nostre politiche tentano di di definirla, la bianchezza è un sistema,  un sistema razzializzato che produce corpi e li colloca gerarchicamente, mi piace dire che i corpi bianchi sono diventati bianchi per via della “bianchezza”. Non  è che i corpi nascano bianchi o neri o marroni, ma che quelle identità sono costruite a partire da una metrica politica che distribuisce “proprietà”.

Se ricordate dicevo che le cose non appaiono nel mondo senza relazioni, beh il mio corpo e i vostri corpi emergono a partire da questa metrica politica e veniamo introdotti in un mondo che ci dice che Lauren e Ted…..  non è che voi siate bianchi ma piuttosto che la “bianchezza” arruola i vostri corpi, usa i vostri corpi e usa anche il mio e lo colloca all’interno dello schema di ciò che conta “tu sei nero, tu sei bianco, tu sei caucasico” e così via….

La slide dice che la bianchezza è un sistema geo-socio-culturale razzializzato che produce corpi e li colloca all’interno di una gerarchia di privilegi o possibilità di accesso alle produzioni di stabilità della modernità. Quello che stiamo dicendo è che la “bianchezza” eccede l’individualità umana. Anche la bianchezza chiama in causa le ecologie, la bianchezza ha a che fare con sistemi più-che-umani, ma per parlare di questo ci vorrebbe un altro seminario. La bianchezza non dipende da una proprietà ereditata da un singolo corpo, o da singoli corpi, è un sistema, un’organizzazione.

Non è che qui voglia mettere l’accento sulla bianchezza, la maggior parte delle cose di cui parlo sono piuttosto dense e cariche di sfumature, ma per iniziare a cogliere le tracce [culturali] della bianchezza potrebbe esservi d’aiuto questa storia, questo archetipo di Baldur, il mito nordico di Baldur, per aiutarvi a capire come agisce e cosa genera la bianchezza, per poi arrivare a questa idea di modernità bianca che è cruciale per l’idea che sto cercando di proporvi qui di un “interiorità dorata”. Seguitemi ancora un po’, attraverseremo molti luoghi d’arrivo nella nostra “fuga”…

La storia di Baldur deriva dal mito di un dio nobile e bellissimo, figlio di Freya e di Odino. Un giorno una profezia arriva alle orecchie di Freya e di tutti quanti, di fatto annunciando la morte di Baldur. Tutti hanno paura, specialmente la madre, Freya, così fa quello che farebbe, credo, in quelle circostanze ogni madre che avesse quella sorta di potere divino, viaggia in lungo e in largo per tutti i Sette Regni, va da ogni cosa umana e non umana supplicando ognuna e ognuno di non fare del male a suo figlio, di non ferire Baldur. Va da tavoli e aquile e dalla luce del sole e da montagne e leoni e da ogni singola cosa che ha un nome, e anche da quelle che un nome non ce l’hanno ancora. Ma ne dimentica una, dimentica di visitare il vischio, Dunque, Loki viene a far parte di questo intreccio [entanglement] e inizia a cercare di uccidere Baldur. E quando scopre che il vischio è stato trascurato da questo dispositivo, lo prende e ci costruisce un’arma e la punta contro il calcagno di Baldur, e lo uccide. E poi la storia da lì continua con la discesa agli inferi di Baldur e tutto il resto. Ma a me interessa per come ci può aiutare a capire come agisce la bianchezza. Spero che capiate e non posso sottolinearlo a sufficienza – la bianchezza non è semplicemente un’identità…la bianchezza è un  progetto di formazione della terra, un progetto di gerarchizzazione. Un progetto che colloca i corpi, compresi quei corpi che vengono “identificati” come bianchi in un dispositivo coloniale che non sta più funzionando per nessuno, neri, o bianchi o marrone. Così la bianchezza non equivale semplicemente ai corpi bianchi, la bianchezza è una configurazione del potere sulla terra che ci ha messo seriamente nei guai, e dobbiamo parlarne.

La storia di Baldur  ha a che fare con il desiderio di trascendenza. Baldur ha cercato di sfuggire alla finitudine della morte, e la madre ha cercato di proteggere il corpo del figlio dalla materialità della morte, della perdita, della sub-scendenza, del declino e della discesa nella terra. È una ricerca di purezza, è quello che aveva notato Hillman – un grande psicologo – quando aveva definito la bianchezza un “culto della purezza”, è l’aspirazione alla supremazia, una forma di fuga, una figura dell’universalismo, un desiderio di “libertà”, un’idea di indipendenza e salvezza, l’idea di poter risolvere tutti i problemi se solo incontro ogni cosa e nomino ogni cosa. E tutto questo dipende dall’idea che si tratti di creare l’umano come  un’unità discreta di privacy. Se posso tagliar fuori tutto il resto , tutto quello che c’è nel mondo, allora posso crearmi una sovranità privata ed interiore. È per questo che la modernità fa tanta fatica a pensare alle cose come a qualcosa di vivo, non può pensare che il mondo sia vivo. È necessario che il mondo sia morto, ha bisogno che il mondo sia una “risorsa naturale”. Per poter proteggere Baldur deve fare che questo accada a tutti costi, è questa la pulsazione archetipica della modernità e della bianchezza.

Questa è dunque l’idea di una modernità bianca. E’ in questo modo che la bianchezza è connessa alla storia euro-americana, e agli arrivi sui continenti americani. E’ qui che tutto ciò si intreccia con la rivoluzione industriale, con il diniego di altre “agentività” terrene… è qui che la narrativa dell’espansione incontra la metanarrativa del progresso. La modernità nasce da un desiderio di evitamento. Ed è connessa a un campo traumatico. 

L’Antropocene rappresenta  la sua struttura temporale geologica, un’era in cui l’umanità ha acquisito una tale superiorità da esser diventata la specie dominante sul pianeta, a tal punto che converte il mondo a sua immagine e somiglianza. Quando i geologi dicono che dall’Olocene siamo passati all’Antropocene chiamano questa era con il nostro nome, per ricordarci degli svantaggi deleteri che imponiamo al mondo. Un’era caratterizzata dal caos climatico, dalla disuguaglianza razziale, dalla morte e dalla sofferenza. La modernità bianca è inoltre caratterizzata dalle superfici cicatrizzate del capitalismo estrattivista. 

Queste non sono solo nobili proposizioni teoriche, queste sono le terre da cui vengo, le terre che ricevono il lato oscuro, e le ombre della rettitudine morale dell’occidente. Racconto spesso ai miei amici quando viaggio negli Stati uniti o in Europa, e vedo quanti, con molta diligenza, si affannano a differenziare la spazzatura, ciò che non viene raccontato a queste care persone che solo il 7 per cento di ciò che si suppone venga riciclato, viene davvero riciclato. Il resto, il 93 per cento viene spedito nei miei paesi: in Ghana, in Nigeria, e diventa il nostro parco giochi. Ho giocato sulle discariche di rifiuti dell’occidente. Le narrazioni che mancano a quei cittadini che fanno del loro meglio per fare la cosa giusta è che ci sono mondi nascosti, mondi sottili, mondi insorgenti, che sono stati i destinatari di queste pratiche moralistiche da moltissimo tempo. E anche questo è capitalismo estrattivista, Ed è il modo in cui i cittadini vegono illusi rispetto ai veri costi del lusso in cui vivono, rispetto ai costi di ciò che considerano “ordinario”. La modernità è costellata dai corpi perseguitati degli africani schiavizzati e trasportati attraverso l’Atlantico ed è anche associata al caos climatico. Non è solo il riscaldamento globale del carbonio è il riscaldamento globale della disperazione. Se giuardate alle statistiche aumenta sempe più la perdita di fiducia nell’autorità costituita, la perdita di fiducia nello stato-nazione, la perdita di fiducia nella democrazia, perdiamo fiducia nelle cose che sono state il fondamento della civiltà moderna. Questa è anche un opportunità credo, ma allo stesso tempo causa di allarme, perché tutto sta andando a a pezzi.

Quello che voglio sottolineare  è che la modernità è un vero e proprio “progetto immobiliare”,  per dirla con le parole di W.E. DuBois, il sociologo del XIX secolo. È qualcosa di più di uno stato di “cattura”, che si prende corpi neri e marrone, ma ha a che fare con la conversione del mondo in un’immagine pietrificata,  si diffonde a macchia d’olio, al di là della piantagione, si apre e sanguina in  concetti come la giustizia, l’individuo, il cittadino…

Come scrivo in questa slide “Anche quando i fuggiaschi hanno trovato libertà, hanno rapidamente scoperto che la libertà non poteva essere concepita al di fuori di un’architettura bianca e al di fuori delle strutture concettuali che la nutrivano. Persino la libertà era prigione”.

Perché quando il fuggiasco se ne andava e rivendicava la libertà, doveva rivendicare la cittadinanza che è un’altra forma di modernità bianca. Non voglio parlare dell’Indian Removal Act, o di innumerevoli azioni compiute per creare un mondo che fosse stabile, razionalizzato. E non voglio parlare in termini di “male” ma certamente in termini di strategie coloniali che ebbero effetti devastanti a partire dalle appropriazioni territoriali e dai relatividispositivi giuridici ma per ora mi fermo qui: all’individuo, al soggetto “cittadino”.

Abbiamo tracciato in dieci mimnuti una sorta di brevissima storia  della modernità bianca fino al punto in cui abbiamo il “soggetto”, l’individuo, il feticcio della modernità. Ciò che la modernità ama al di sopra di ogni altra cosa è l’idea dell’individuo, rimosso dal mondo, l’idea di “sanità”, l’individuo sano  rimosso dalle terre selvagge che stanno al di là degli steccati. E’ a questo punto che accadono altri meravigliosi intrecci che potrebbero aiutarci a capire cosa accade con il fenomeno dell’interiorità dorata che sto cercando di presentare qui. 

Il movimento della mindfulness viene dall’oriente, dalle tradizioni spirituali orientali. E non ho bisogno di ripetere qui da dove venga l’idea di mindfulness, nella lingua Pali “sati” viene tradotto con “consapevolezza” “attenzione”. La domanda che pongo qui per come  mi confronto con il concetto di mindfulness è “perché mai sta diventando sempre più mainstream?, perché mai è sempre più popolare?” 

Credo che stia diventando popolare perché quelle tradizioni spirituali orientali stanno intra-agendo in una intersezione con la modernità bianca in un modo che è sorprendente e genera effetti molto interessanti. Che accade – mi chiedo – quando queste influenze interagiscono con il Calvinismo protestante, con l’idea che dobbiamo lavorare sodo per la nostra salvezza individuale. Che dobbiamo presentarci “puri” al cospetto della trascendenza. Che accade quando quell’influenza intra-agisce con la tradizione umanistica che colloca la consapevolezza nel Sé, non nell’ Anima Mundi, non in foglie e alberi e fiumi e montagne e antenati e ossa ma la colloca nel sé individuale? 

La consapevolezza è dunque pensata come interna, e che ogni volta che vengo invitato ad aver consapevolezza mi sembra di dover andare andare sempre più “dentro” nel profondo. Da dove viene questa spinta linguistica all’interiorità? E cosa significa esattamente, specialmente di questi tempi, i tempi di una modernità che ha tutta questa fatica di vivere. Cosa accade quando queste spiritualità interagiscono con la spiritualità capitalista che di nuovo riduce il benessere alla dimensione individuale e poi enfatizza l’idea di ritirarsi nel sé come un meccanismo di adattamento che permetta di accettare l’Antropocene? Che succede? Queste sono domande a cui non voglio dare una risposta, ma solo condividerle con voi di modo da turbare almeno un poco queste acque…

Tutte queste cose colludono nel creare l’idea di un’ interiorità dorata, Lasciate allora che vi lasci una definizione provvisoria di questo mio concetto di interiorità dorata 

L’interiorità dorata è una risposta “etica” alla crisi che si manifesta con un ritiro in sé stessi come risposta alla confusione e alla complessità del mondo. Ha a che fare con strategie di risposta che emergono dall’intersezione della modernità bianca e delle tradizioni orientali di fronte a eventi critici. Perché la chiamo “dorata”? [“gilded” in inglese rappresenta sovente la doratura come in ‘gilded cage’ – gabbia dorata – come una decorazione superficiale e inutile NdT] – La chiamo così perché i confini difensivi e ideali che si vorrebbero costituire sono più porosi, permeabili e dinamici di quanto non appaia. Lasciate che ve lo spieghi in modo delicato:

L’interiorità dorata significa cercare rifugio “dentro” 

  • Gabbia dorata XIX secolo
  • Ai We Wei – gabbia dorata

Certamente ci sono più modi di rappresentare questa cosa – ma io intendo riferirmi a quelle pratiche che chiudon fuori il mondo che tentano la fuga verso un sentimento di pace che è una sorta di pratica del diniego delle influenze, delle urgenze materiali, proprio nella misura in cui viviamo in un mondo che non è mai stabile o fermo. 

E io stesso mi sono ritrovato nella posizione di chi subisce, di chi è oggetto di questo diniego per troppo tempo.  Così mi presento a voi con questo senso di vulnerabilità. Perché non mi posso permettere il lusso dell’interiorità…se l’interiorità è una figura dell’universalità… io e il mio popolo, e le persone che mi assomigliano non possono concedersi proprio come me il lusso di adottare una spiritualità che dica: “chiudi fuori tutto il resto, e corri dentro!” E perché non posso permettermi quel lusso? Perché “andar dentro” è un gesto che presume una padronanza, una supremazia, un gesto che rafforza la dissociazione, è un segno di distanza, e ha un’etichetta con questo prezzo – quella continuità della sofferenza ovunque che è l’Antropocene.

Ma credo che stia diventando sempre più difficile, e mi avvio a concludere, che stia diventando sempre più difficile farlo. Perché l’interiorità stessa sta cambiando – che sorpresa! Persino ciò che è interno è esposto quanto ciò che è esterno, l’interiorità non si comporta più come interiorità. Diventa sempre più dificile ignorare l’elefante sul ponte. Scrivo qui che l’interiorità ‘sanguina’ , è esposta, è popolata, è infestata, non è così “pura” come immaginiamo che sia, lo stesso  “sé” è dislocato, come se Dio stesso fosse caduto dal suo trono, come se lo spazio-tempo si fosse incrinato e ora dobbiamo raccogliere i frammenti scartati dell’immagine a cui un tempo pensavamo di dover aderire e ci tocchi vivere nella Caduta, entro le crepe di un mondo che fa delle richieste ai nostri corpi e alle nostre menti. Perfino gli psicologi iniziano a riconsiderare e rivedere l’idea che la mente sia “dentro” e notare che la mente potrebbe invece essere nel “tra” – non dentro o fuori ma “tra” in costante fluire, sempre in fuga. Scrivo qui che nell’Anthropos iniziano a comparire delle crepe, nell’Antropocene, come progetto di modernità bianca, che le crepe iniziano a comparire dappertutto. Che la “consapevolezza”  si sta trasformando in un campo ecologico, miceliare, più-che-umano. Non parliamo più semplicemente di coscienza ma della necessità di tracciare reti, algoritmi, attivismi là dove un tempo pensavamo fosse di casa la “purezza”…

Farò un solo esempio di come stia accadendo tutto questo. Non so se abbiate preso nota di questo ma faccio riferimento al documentario sui Social Network di Netflix che dimostra come queste corporazioni giganti utilizzino algoritmi che ci usano. Come soggetto davanti a uno schermo puoi pensare che sei indipendente nelle scelte che fai (…) senza renderti conto che codice su codice su codice viene elaborato per istigare determinati comportamenti, che ci conducono  su sentieri e algoritmi stereotipati – pensi di agire a partire dal tuo libero arbitrio, ma forse potremmo renderci conto che la persona che potresti finire per sposare potrebbe essere determinata da un algoritmo elaborato per una app di appuntamenti…. 

Potresti pensare che hai deciso liberamente di metterti un vestito di quel colore oggi, ma se imparassimo che il cibo che hai mangiato ieri sera – proprio come la mucca mangia l’erba che sotiene il microbioma batterico che crea metano – se vi dicessi che i batteri delle vostre viscere potrebbero contibuire a generare determinati desideri? che potrebbero avere come conseguenza la scelta di quel colore oggi…. (ride)

E se vi dicessi che tali reti di sorveglianza vivono già dentro di noi, che non esiste alcuno spazio “puro” di totale immunità, di totale dissociazione, che siamo connessi con il mondo che vorremmo cambiare? E che non c’è nessun posizionamento più decoloniale di quello che prende atto dell’umiltà nei nostri corpi in compostaggio, capendo che non siamo affatto “separati” quanto pensiamo di esserlo.

E se cominciassimo a imparare che non siamo assemblati con la linearità che immaginiamo? Anche quando parliamo di salute, e diciamo che il dottore ci ha dichiarati in “buona salute”, adottiamo un concetto coloniale, perché come faccio a stare bene se Lauren non sta bene…. Se Lauren e io siamo intrecciati come faccio a trovare la “pace”…. Vale a dire che la pace è sempre indeterminata, la pace è sempre posticipata, sempre a venire, non è qualcosa che posso afferrare e dire “finalmente sono arrivato alle meta, finalmente ho trovato la pace!” – non vi è nulla di più coloniale, di più imperialista! Invece, restare con i problemi della relazione vuol dire notare che se Ted non sta bene oggi egli ha mandato delle onde d’urto nello spazio-tempo e anche se in misura magari infinitesimale mi sono ammalato anch’io…perché Ted stamattina non è in forma. E se Melanie non sta tanto bene stamattina io lo sento in qualche misura ed è per questo che gli psicologi parlano di “campi transaffettivi”, perché i sentimenti non sono “dentro” i sentimenti sono atmosferici – questo è l’argomento di un altro seminario – ma quello che cerco di dirvi qui è che l’interiorità non è così dorata come pensiamo che sia….non è così discreta o privata: il lutto è una faccenda pubblica, non privata. I sentimenti sono una questione ecologica non soggettiva, l’interiorità e i “sé” sono un “tra” – voi volate, cercate, fuggite non siete isolati e in quarantena quanto pensate di essere, non siete in lockdown…state viaggiando.

Il punto che sto cercando di fare è che abbiamo bisogno di nuove pratiche per incontrare queste consapevolezze selvagge a partire dalla presa d’atto del fenomeno dell’interiorità dorata e iniziare ad ascoltare, a capire come esso possa colludere e sostenere l’Antropocene. Che fare? Dobbiamo iniziare a  imparare come disimparare la pretesa di controllo, dobbiamo iniziare a incontrare le cose selvagge oltre gli steccati, dobbiamo imparare come introdurre o riconcettualizzare le nostre idee di consapevolezza, non come qualcosa che ho dentro la testa, non come una neuroconnessione, ma come qualcosa che è una ampia attività ecologica e terrestre che include antenati, alberi, microbi, creaturine, virus, pandemie, persino dispositivi capitalistici, e che siamo molto incasinati e forse questa può essere fonte di speranza per un giorno migliore.


Ed è qui che arriviamo alla storia con cui voglio concludere – perché non è che non ci siano precedenti su come disimparare il controllo, su come incontrare la dimensione selvaggia al di là degli steccati… non è una cosa nuova, è successa moltissime volte… quando la gente mi dice “è la fine del mondo, la pandemia ha messo fine a tutto, ahimè…” rispondo che il mondo è già finito molte volte, che non è la prima fine del mondo. E’ certamente finito per gli Igbo che nel mese di maggio del 1803furono rapiti dal bacino del Benin, che oggi si trova in  Nigeria. Centinaia di corpi trasportati nel viaggio Atlantico incatenati in minuscole cabine in una nave chiamata “The Wanderer” [“il Girovago”]. Di solito rido quando sento il nome di quelle navi schiaviste: la prima che approdò in Africa si chiamava “il Gesù di Lubecca” –  paradossale, il Gesù di Lubecca – beh questa si chiamava Il Girovago e dopo aver attraversato l’Atalantico attraccò a Savannah in Giorgia. E alcuni di quegli Igbo – gli Igbo sono una tribù forte – mia moglie è per metà igbo e per metà indiana… – i miei figli sono un’altra cosa, ancor più mescolati, una storia di intrecci ancor più complicata e dunque non so ancora come nominarli – ma alcuni di quei corpi portati a Savannah furono venduti a due signori, Spalding e Cooper, che comprarono settantacinque di quei corpi a cento dollari l’uno e li misero su una goletta che si chiamava York o The York, diretta all’isola di Saint Simon un po’ più a nord. A metà strada c’è una tempesta, succede qualcosa e si devono fermare a Dumbar Creek…lì a Dumbar Creek gli uomini, le donne e i bambini Igbo intonano una canzone, e inziano a cantare rivolti agli spiriti dell’Acqua, al dio il cui nome è Chukwu, con voci ancestrali chiamano “gli dei e gli spiriti e Chukwu che ci ha portati qui e ci riporterà a casa” e cantano in unisono e riescono a cacciare per qualche tempogli schiavisti, che dopo essere fuggiti all’interno tornano in forze. Ma piuttosto che sottomettersi ed essere portati in una piantagione quelle donne uomini e bambini Igbo entrano in mare cantando la canzone ancestrale: “gli spiriti dell’acqua che ci hanno fatto attraversare l’oceano ci riporteranno a casa” e entrano tutti in acqua.

Che cosa pensate sia successo?

Ci sono due resoconti. Uno è quello di un patriarca di una famiglia di schiavisti che si chiamava Rosewell King – c’è ancora una città in Giorgia che si chiama Rosewell – e Rosewell commenta con molta freddezza l’accaduto e dice “han scelto la palude” – si sono suicidati – fine della storia. Questo è il taglio moderno, coloniale nel ricamo, nel tessuto di quella storia “si sono suicidati, non c’è niente da aggiungere, è tragico ma è così”. Ma c’è un altro resconto di cosa accadde e voglio concludere così. E’ un resoconto “eccesivo” – uno degli schiavi o figli di schiavi interpellati riferisce di aver sentito raccontare il resoconto dell’arrivo degli Igbo in questo modoì: “non si incamminarono semplicemente nell’acqua verso il largo, ma marciarono nell’acqua cantando la canzone ancestrale, e accadde qualcosa in cielo e furono trasformati in uccelli e sono tornati volando in Africa.”


Allora quale delle due storie è quella vera?

Hanno commesso suicidio? Hanno semplicemente scelto la palude? O c’è qualcosa di più da dire?

Voglio condividere qualcosa che ha a che fare con l’eccedenza, perché credo che il mondo sia più reale nella sua densità per essere ridotto a ciò che è letterale. Il mondo è archetipico, mitologico, il mondo è fantastico, il mondo è immaginale, il mondo è ancora a venire. La modernità cerca di ridurlo a ciò che va preso alla lettera. Ed è lì che ci areniamo. “Scelsero la palude” può essere una interpretazione letterale di ciò che accadde, L’altra storia è una storia carica di eccedenza, parla di qualcosa che accade al di là dei nostri algoritmi, qualcosa accade al di là degli stereotipi, e questa eccedenza è ciò che io chiamo “nerezza” . La nerezza per me non è un’identità. Le identità sono piccole bolle. Non che non ne abbiamo bisogno delle identità, abbiamo bisogno di progetti identitari. Ma la nerezza è qualcosa che li eccede. La nerezza per me è l’invito a perdersi. L’invito a entrare nelle acque, l’invito ad andare fuori strada. Ho iniziato parlando del rallentare, parlavo della nerezza, la nerezza è l’invito a smarrirsi. I miei “anziani” dicono: “se vuoi trovare la tua strada devi essere disposto a perderla.” La nerezza è l’invito a non stare poi così bene, a non essere così pacificati, a non essere del tutto sul pezzo. C’è una dea nella cosmologia indiana che si chiama Akilandeshwari, il cui nome tradotto sta per “Colei che non è mai non spezzata ” e mi piace l’idea di non essere mai completamente integri, costantemente spezzati, aperti a un mondo che è adolescente, sempre emergente, mai così statico da poter dire di essere finalmente “arrivato”

Questo è l’invito della nerezza, non come progetto identitario, pietrificato nella modernità bianca, ma come invito a essere “in fuga” trovando modi di perderci insieme, scendendo in ciò che si suppone “abietto”, trovando modo di mettere in scena il dolore in un rituale comunitario, restando con la ricchezza e abbondanza del nostro esser tutti spezzati, e forse… forse fare questo potrebbe essere la discesa, la libertà ed emancipazione decoloniale che anche la modernità bianca cerca disperatamente, forse potremmo anche aver cura delle umili lacrime di Freya, prendendo atto che c’è qualcosa di più che desidera accadere, qualcosa di più grande di questo piccolo spazio e dei suoi progetti di giustizia.


Lasciatemi concludere dicendo – so di aver promesso di concludere più volte, ma ho anche promesso di arrivare puntuale e non l’ho fatto – dicendo che “i tempi sono urgenti rallentiamo” – e questo è il cuore del mio invito, di continuare a viaggiare, di non stare così bene e di non farsene un problema, di mettere in pratica l’arte di perdere la strada, per trovarla in un altro modo. Forse facendolo possiamo scoprire altri modi di stare al mondo, potremmo scoprire altre modalità di potere. Quale forma questo possa prendere è una storia completamente diversa. Ma per ora vi do appuntamento a Dunbar Creek dove siamo tutti chiamati a trasformarci in uccelli e a tornare in volo in Africa. E qui finisco, Grazie.»

Questo è il link per seguire il seminario di Bayo in inglese:

https://drive.google.com/file/d/1a6Ll7JaOLfXSWkVnqmVMNVi0vJrjdzYf/view?usp=sharing

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Humus Sapiens

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I sogni della pandemia

(…)

Clinica della Crisi

Car* se cliccate sul link che segue si aprirà “L’archivio dei sogni” – una bozza di “instant graphic novel” compilata durante il lock down su alcune tipologie di sogni raccolti nel cuore della pandemia. E una sorta di compagno di viaggio di “Sognare la Terra” (Exòrma 2020). Ci mette un attimo a caricare ma dovrebbe aprirsi – fatemi sapere se si legge e i vostri feedback! xx fab

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Per una clinica della crisi

Buongiorno a quante e quanti si sono iscritti e hanno seguito questo blog! Il nuovo Blog collettivo “Clinica della Crisi” da oggi è ufficialmente on-line e a disposizione di tutte e tutti: avrà la funzione di raccolta-archivio di tutti i post e le suggestioni raccolte sia nel gruppo presente su Facebook, sia sulla mailing-list del google-group “Clinica della Crisi”e anche provenienti dalle varie attività laboratoriali di presentazione e analisi del Lessico della Crisi e del Possibile (di imminente uscita). Per questo il blog – raggiungibile all’indirizzo https://clinicadellacrisi.home.blog — sarà diviso in tre sezioni
– Contributi/Approfondimenti– Lessico – Eventi/Presentazioni

Chi desideri proseguire la riflessione in modo che auspichiamo dialogale e plurale è invitato a iscriversi! un abbraccio, fabrice

In libreria a Settembre! Diffondete!

«Questo lessico nasce da una precisa esigenza: nel momento in cui le diverse reti associative e le discipline di ricerca si interrogano sulla crisi, affiora sovente la difficoltà di trovare un linguaggio comune a partire da griglie interpretative già strutturate oppure scegliendo la facile soluzione della ‘linea politica giusta’ che finisce per escludere chi non la pensa secondo la legge implicita, il ‘discorso’ e le ‘parole d’ordine’ che nel gruppo si vanno affermando. In entrambi i casi è molto facile ricadere in quello che Freud chiamava ‘narcisismo delle piccole differenze’, o in quella forma politica reattiva in cui il progetto viene alimentato – come accade nel caso del populismo – da una logica di risentimento a forte carattere emotivo. Logica che sfocia sovente in un discorso sul ‘risarcimento’ che è di per sé una deformazione di ciò che è ‘giusto’ e che è una delle principali fonti della odierna infelicità italiana. La politica, la resistenza civile, dovrebbe essere capace di tristezza quanto di gioia. Come nel titolo di un numero storico della rivista femminista Diotima che mi colpì molto: La festa è qui.» [dall’introduzione: ‘muoversi verso misurando le distanze’]

«Rispetto all’intristimento e all’intorpidimento generale prodotto da fittizie ‘unità’ e ‘identità’ occorrerà differenziare, moltiplicare, movimentare.» [dalla postfazione di Gianluca Solla: ‘Non c’è bisogno di essere tristi’]

https://www.seb27.it/content/lessico-della-crisi-e-del-possibileSchermata 2019-05-16 alle 16.24.21

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Un’appassionata nonviolenza – lutto, rabbia e resistenza alle politiche dell’inimicizia – Ibridamenti

Redemption song – segue un testo di Judith Butler

Old pirates yes they rob I/ Sold I to the merchant ships/Minutes after they took I/ from the bottomless pit/ But my hand was made strong by the Hand of the Almighty/ We forward in this generation triumphantly…. Won’t you help me sing, these songs of freedom….

Con l’Alleanza dei corpi [2017] Judith Butler prosegue la sua ricerca sulla biopolitica contemporanea e sulla precarietà come conseguenza della gestione ‘differenziale’ della vulnerabilità. Ma se la precarietà è legata alla gestione delle disuguaglianze, per Butler come per Mbembe e molti altri è la co-vulnerabilità che potrebbe accomunare e rendere possible la co-abitazione del mondo. La vulnerabilità andrebbe dunque pensata – al di fuori di ogni culto della “vittima” – come una dimensione radicalmente ontologica, costitutiva dell’esistenza di ognuno e fondamento di una socialità umana che non può essere gestita in modo “contrattuale” o rivendicativo. Donna Haraway in Staying with the trouble [2016] affronta lo stesso tema in termini ecosistemici: accedere alla capacità intesoggettiva di vivere e morire bene e non solo tra umani. Si tratta – dice Butler – di una questione di empatia attraverso il tempo. Ma, se i più vulnerabili sono considerati indegni di cittadinanza, se non hanno accesso allo spazio pubblico, come potranno evidenziare che sono vivi o rivendicare una vita vivibile o «più semplicemente una vita prima della morte»? Il problema non è la vulnerabilità, che è dote di ognuno, ma l’esclusione dal vincolo sociale. Già Hannah Arendt aveva messo in guardia contro l’inclusione escludente:

Gli individui costretti a vivere al di fuori di ogni comunità sono confinati nella loro condizione naturale, nella loro mera diversità, pur trovandosi nel mondo civile (…) Il loro distacco dal mondo, la loro estraneità sono come un invito all’omicidio, in quanto la morte di uominiesclusi da ogni rapporto di natura giuridica, sociale e politica, rimane priva di qualsiasi conseguenza per i sopravvissuti [Arendt, 1951 (2009) p. 418].

Distinguere tra vittimizzazione e co-vulnerabilità è una possibile chiave di volta verso il riconoscimento dell’esistenza di prospettive diverse che possono generare un quantum di aggressività immunitaria (o divorante) inter e intra-specie. Il riferimento è alle ricerche dell’antropologia brasiliana sul propsettivismo. Anche gli esseri umani e l’ethos delle culture sono a un tempo simili e differenti. Le culture primordiali amazzoniche per esempio ci ricordano che siamo mossi da pulsioni e aspirazioni che nel confliggere possono trovare un equilibrio, una collocazione ecosistemica. In una forma meno consapevole la spirale retorica della reciproca sottrazione è moneta corrente nei modi di costruzione rivendicativa delle politiche identitarie contemporanee.

Oggi la biopolitica della precarietà viene particolarmente riflessa dalla crisi migrante, dai campi di concentramento libici come male minore dalle politiche dei muri sovrani.  La vulnerabilità continua in  a essere prevalentemente pensata secondo un calcolo di costi e benefici. Era questa anche la logica dell’eugenetica nazista: eliminiamo subito i più deboli, facciamo spazio a chi è “degno” di una buona vita.

In Approdi e Naufragi [2016] ho cercato di evidenziare l’importanza delle pratiche di sepoltura ‘dal basso’ durante le diaspore della schiavitù, pratiche che testimoniavano nel “negativo” del lutto – e attraverso la rivendicazione del diritto alla sepoltura – la capacità degli esclusi e tra esclusi di riconoscere il continuumdella vita, persino di quella più vulnerabile. L’epoca della tratta è stata quelladelle prime grandi migrazioni che  hanno accompagnato la modernità. Nel crogiolo degli orrori della tratta emerse il seme di un’immaginazione etica che trascende la retorica di «sangue e suolo» come pure quella della «nazione». Secondo Mbembe [2006] questa fu l’epoca del mescolarsi forzato delle popolazioni,della scissione creatrice attorno alla quale sorse il mondo creolo delle grandi culture urbane contemporanee e

«il momento in cui alcuni uomini strappati alla terra, al sangue e al suolo, impararono a immaginare delle comunità al di là dei legami del suolo»

La storia della schiavitù testimonia che persino nelle condizioni estreme della tratta non si è mai spenta quell’aspirazione a un sovrappiù di vita. Del resto poter onorare il defunto nel lutto significava anche riconoscere che la sua vita era stata – o avrebbe potuto essere – amata. Reclamando il diritto al lutto gli schiavi non permisero che la vita e la memoria dei morti ma anche dei vivi cadessero nella fossa comune dell’indifferenziato, di ciò che, privo di utilità economica, e di possibilità di differenziazione,è condannato alla ripetizione come un fantasma che ritorna mutoe identico.

Mi colpisce molto che molti pensatori contemporanei della crisi suggeriscano l’importanza di una forma di coscienza inclusiva generalmente associata alle ‘culture primordiali’, una sorta di ‘presente esteso’, di «empatia attraverso il tempo» che include l’idea di un dialogo benjaminiano con i morti. E questo dialogo sulla co-vulnerabilità include sempre più la Terra e la questione ecologica. Viveiros de Castro e Donna Haraway parlano tra di loro e ascoltano quanto ha da dire Davi Kopenawa. Isabelle Stengers e Bruno Latour si preoccupano di una Gaia sempre meno ‘materna’ e sempre più incavolata.

La dimensione psicosociale (anzi direi: psicosocioambientale) del lutto rimanda anche ad alcune considerazioni di Franco Fornari sulla guerra come elaborazione paranoica del lutto – considerazioni quanto mai attuali in un’epoca dove l’inflazione di Hermes nell’era della virtualità mediatica e della dittatura dell’algoritmo nutre con ferocia in quasi tutto il mondo la paradossale tentazione di esprimere questa forma embrionale e pulsionale dell’io che come insegnava Winnicott mette alla prova la costruzione del vincolo distruggendolo. Se dunque la guerra è elaborazione paranoica del lutto, politica dell’inimicizia, la pace avrà a che fare con una capacità di trovare una diversa collocazione alla perdita. Non va sottovalutata la possibilità che per molti la prospettiva religiosa, riemerga – come durante la schiavitù – in senso lato come desiderio di liberazione su più piani.

Non più oppio dei popoli ma fonte di resilienza e resistenza culturale. Sopratutto se il dialogo interiore tra logos muthos non viene ingessato da istanze rigide di controllo che invece strutturano una religiosità difensiva e identitaria, un idolo a cui aggrapparsi. Ma perché ignorare la passione per la giustizia che spesso è insita in modo radicale nella narrazione religiosa? Lo dice bene Achille Mbembe [2006]:

«La lotta per uscire da un ordine disumano delle cose non saprebbe esimersi da ciò che si potrebbe chiamare la produttività poetica del religioso […]. Il religioso si intende non soltanto come rapporto col divino, ma anche come «istanza della cura» e della speranza in un contesto storico in cui la violenza ha toccato non solo le infrastrutture materiali ma anche le infrastrutture psichiche attraverso la denigrazione e l’annientamento.»

Questo mi ricorda le considerazioni di Jean-Michel Hirt sul rovesciamento pulsionale che opera in un principio o archetipo di resistenza, resilienza e resurrezione, significante che non rimanda a nessun altro significante e determina un capovolgimento della pulsione distruttiva  in una violentissima desiderante non violenza biofila.

A proposito di rabbia lutto e non violenza vorrei condividere un bell’intervento della stessa Butler che potete ascoltare nel link e leggere di seguito nella mia approssimativa traduzione[1].

Trascrizione di (2014) Judith Butler: Speaking of Rage and Grief https://www.youtube.com/watch?v=ZxyabzopQi8

«Parlare partendo dalla rabbia non ci permette di vedere quanto la rabbia contenga e celi dolore. Così non riesco a farlo in modo adeguato. Per lo meno non questa sera. Molto spesso la rabbia nasconde il dolore in modo abissale, lo spegne. E’ mai possibile che il dolore possa invece far collassare la rabbia? C’è forse qualcosa che potremmo imparare sulle fonti della non violenza da questo potere particolare che il dolore avrebbe, quello di sgonfiare la rabbia della sua potenza distruttiva. Anne Carson[2]. si chiede “Come accade una tragedia?” e risponde “Perché sei pieno di rabbia. E perché sei pieno di rabbia? perché sei pieno di dolore. Chiedi a un tagliatore di teste perché taglia teste umane[3]. Dirà che è la rabbia a muoverlo e che la rabbia nasce dal dolore. L’atto di tagliare e buttar via la testa della vittima gli permetterebbe di buttar via tutti i suoi lutti. Potresti pensare che ciò non si applica alla nostra situazione, ma ti ricordi quella volta che tua moglie ti stava portando al funerale di tua madre e ha girato a sinistra invece che a destra a un incrocio e hai dovuto gridarle contro così forte che al semaforo gli altri autisti si sono voltati a vedere che succedeva e quando le hai tagliato al testa e l’hai buttata fuori dal finestrino si sono limitati ad annuire, hanno messo la prima e se ne sono andati?”. Fine della citazione. Il dolore è insopportabile e da quella insopportabilità nasce il desiderio di uccidere. Una morte che produce altro dolore. Abbiamo capito esattamente come funziona questa cosa? Questa transizione da un dolore insopportabile a una rabbia incontrollabile che si muta in distruttività? Forse il dolore viene immaginato attraverso una forma che sembra chiedere violenza, come se il dolore stesso potesse essere in tal modo ucciso, fatto fuori. Potremmo forse trovare una delle fonti della non violenza nella capacità di fare il lutto, nella capacità di stare con una perdita insopportabile senza trasformarla in distruzione? Se potessimo sopportare il nostro dolore, saremmo forse meno inclini a reagire violentemente? E se, d’altro canto, il dolore è insopportabile, esiste allora un altro modo di viverlo che non corrisponda alla sopportazione? Visto che è insopportabile? Conosciamo già i contorni di questo terribile circuito, distruggere per metter fine a un dolore insopportabile, per far finire ciò che è insopportabile, ma in realtà raddoppiando la perdita, distruggendo nuovamente. Forse quell’atto distruttivo è un modo di annunciare che ciò che è insopportabile è ora il problema di qualcun altro, non più solo mio: “ecco, prendi questa mia cosa insopportabile, ora è anche tua”. Ma qualcuno ha mai elaborato un lutto devastando la vita di qualcun altro? Qual è la fantasia, la presunzione che si cela in questa forma? Forse la scommessa è questa: se nel distruggere io diventassi improvvisamente pura azione, forse finalmente eliminerei la passività e la vulnerabilità. ‘Finalmente’, vale a dire, per un istante. O forse con la distruzione si vorrebbe che il resto del mondo venisse travolto dal medesimo sentimento di devastazione. Se il mondo è invivibile senza coloro che abbiamo perso, forse ciò che emerge è una forma disperata di egualitarismo secondo il quale tutti dovrebbero soffrire la medesima devastazione. Un tale atto di distruzione generato da un dolore insopportabile forse si basa sull’idea che con una tale perdita il lutto è già accaduto. Distruggere diventa una ridondanza, una ratificazione di ciò che è già accaduto. O forse c’è tentativo di portare il dolore al culmine, prendendo di mira un mondo in cui un tale dolore è possibile agendo la distruttività, facemdola proliferare furiosamente, generando altri lutti, distribuendo la perdita in modo ancor più irrazionale e insopportabile. Naturalmente, ciò che è insopportabile è di per sé già più di ciò che si può sopportare. Come potrebbe esserci qualcosa di ancor più insopportabile rispetto a ciò che è già troppo? Questa forma terribile dell’ineffabile viene proiettata sul mondo con quella forma furiosa di dolore che chiamiamo distruttività. Potremmo chiederci, ma c’è soddisfazione in questa distruzione? C’è soddisfazione nella guerra? Freud ci dice che certe forme di distruttività non generano piacere, non generano soddisfazione, ma mettono in atto una specie di ripetizione meccanica senza mai generare con la vendetta una vera soddisfazione. Eppure, eccoci qua. Attraverso la guerra la morte pare generare una terribile forma di soddisfazione. Il genere di soddisfazione a cui però bisogna resistere. La pace è solo molto occasionalmente uno stato di quiete. Per la maggior parte è semplicemente una lotta contro la distruttività. La pratica di resistere alla terribile soddisfazione della guerra. A che cosa dunque vi invito? Vi consiglio forse di sopportare più dolore? Penso che un aumento esponenziale del dolore provocherebbe meno distruttività nel mondo? No. Se non altro perché il dolore non si sottomette a nessuna misura matematica. Il dolore non consiste solo nel prendere atto che qualcuno, qualche gruppo o a volte un intero popolo è finito o quasi finito. Non è un processo lineare che finisce quando il principio di realtà consegna il suo verdetto. Certo, coloro per i quali stai facendo il lutto sono certamente andati. E il lutto non si conclude nemmeno quando scopriamo, come pensava Freud, di avere più o meno incorporato con successo una persona persa nella nostra realtà psichica. I nostri gesti, il nostro modo di pensare, il nostro modo di vestire, il nostro modo di parlare riflettono questa realtà incorporata. Ma il lutto ha a che fare con l’arrendersi a una trasformazione non desiderata, dove né la forma piena, né la comprensione piena di quella trasformazione può essere conosciuta in anticipo. L’effetto trasformativo di una perdita rischia sempre di diventare un effetto deformativo. Qualunque cosa essa sia non si sottomette alla volontà. È uno specie di sfacelo. Si viene colpiti da onde nel mezzo della giornata, nel mezzo di un compito. E tutto si ferma. Si inciampa, a volte si cade. Cos’è quell’onda che improvvisamente sottrae gravità e movimento. Quel qualcosa che ti fa fermare e ti affonda. Da dove viene? Ha un nome? Cosa ci possiede in questi momenti in cui non siamo decisamente più padroni di noi stessi e del nostro movimento quando perdiamo certe persone e veniamo espulsi da un luogo o perdiamo una comunità? Potrebbe essere che qualcosa di ciò che siamo venga improvvisamente alla luce, qualcosa che delinea i legami che abbiamo con gli altri, qualcosa che ci mostra come costruiamo vincoli. E che i legami che ci compongono sono anche quelli che ci disfano, che ci scompongono. Se perdendoti si evidenzia ciò che mi costituisce nel mio legame con te non sto solo facendo il lutto perché ti ho perso, ma perché sono diventato indecifrabile a me stesso ed è così che la vita è diventata insopportabile. Chi sono senza di te? Io non ero solo qui, io qui e tu là. Ma l’io era anche nell’attraversamento. Ero là con te ma ero anche qui. Così, per certi versi ero già decentrata. E questo stesso decentramento era prezioso. Eppure quando perdiamo qualcuno perdiamo il nostro terreno. Rischiamo improvvisamente di perdere le nostre vite o di prendere quelle altrui. Forse quello che si perde allora è proprio il sentimento che è possibile vivere anche senza di te, senza quel ‘tu’ specifico che sei stato. E quando ci sorprendiamo di essere sopravvissuti là dove la sopravvivenza era impensabile, allora capiamo che se riesco vivere senza di te è solo perché non ho perso il posto del tu, di un tu a cui rivolgersi. La persona a cui ci rivolgiamo è già legata a noi nella lingua, nella condizione linguistica della nostra sopravvivenza. Potresti essere proprio tu o un altro tu che ha un altro nome. Ma forse anche un qualche tu che non conosco ancora. Forse è un grande insieme di tu, in gran parte senza nome, che ciò nonostante sostengono la mia gravità e il mio movimento. E senza quel ‘tu’, senza quel pronome indefinito, promiscuo ed espansivo siamo finiti e cadiamo. Una perdita potrebbe sembrare qualcosa di esclusivamente personale, privato,una perdita che isola. Ma che potrebbe anche offrirci un inaspettato concetto di comunità politica, persino la premonizione di una possibile fonte di non violenza. Se la mia vita non è originariamente o in ultima analisi separabile dalla tua, allora quel ‘noi’ che siamo non è solo un aggregato di io e di te e di tutti gli altri, ma un insieme di relazioni di interdipendenza e passione. Questo non lo possiamo negare o distruggere senza rifiutare qualcosa di fondamentale sulle condizioni sociali della nostra vita. Quello che ne consegue è un ingiunzione etica che ci prescrive di aver cura di questi legami. Perfino dei legami tormentati proprio per restare in guardia contro quelle forme di distruttività che ci possiedono e che possono rapirci le nostre vite e quelle degli altri distruggendo le condizioni ecologiche della vita. Detto in altro modo, prima ancora di perdere qualcuno siamo già persi nell’altro. Persi senza l’altro. Ma non lo sappiamo mai così bene come quando effettivamente perdiamo qualcuno. Le relazioni sociali hanno il potere di sostenerci e di spezzarci ben prima che sia possibile stabilire un contratto che confermi che le nostre relazioni sono il risultato di una nostra scelta. Siamo già nelle mani degli altri. Dall’inizio. È un modo eccitante e terrificante di iniziare la vita. Fin dall’inizio siamo fatti e disfatti dall’altro e se rifiutiamo questa cosa, rifiutiamo la passione, la vita e la perdita. La forma vissuta di quel rifiuto è la distruzione. La forma vissuta della sua affermazione è la non violenza. Forse la non violenza è la difficile pratica di permettere che la rabbia collassi nel lutto? Allora potremmo avere la possibilità di sapere che siamo legati agli altri in un modo tale che ciò che sono o ciò che sei è uesta relazione vivente che talvolta perdiamo. A tutta velocità qualche volta ci allontaniamo dall’insopportabile oppure ci precipitiamo nella sua morsa o facciamo entrambe le cose allo stesso tempo. Ci sembra insopportabile essere pazienti con una perdita insopportabile, eppure quella lentezza, quell’impedimento può essere la condizione per mostrare a cosa diamo valore e forse anche quali passi fare per preservare ciò che è rimasto di ciò che amiamo. Grazie.”

 

[1] Ringrazio Giorgia Mirto per la trascrizione della traduzione del testo di Butler letta nel seminario romano sulla clinica della crisi.

[2] Anne Carson – poetessa e saggista canadese – la citazione è tratta dal suo Grief lessons: Four plays by Euripides [2006]

[3] Il riferimento è a un famoso testo di Renato Rosaldo Grief and a Headhunter’s Rage [1984]

 

La pace è molto occasionalmente uno stato di quiete. Per lo più è lotta contro la distruttività. Resistenza alla terribile soddisfazione della guerra.

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Un\’appassionata nonviolenza – lutto, rabbia e resistenza alle politiche dell\’inimicizia – Ibridamenti

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A Roma 11 e 12 novembre

11 Novembre

Schermata 2017-05-25 alle 22.00.39Giornata di formazione con Fabrice Olivier Dubosc Sabato 11 novembre dalle ore 10:00 alle ore 18:00 

Polo Didattico srl

Piazza Oderico da Pordenone, 3, 00145 Roma
Oltre le politiche dell’inimicizia – spunti interdisciplinari per una clinica della Crisi.

“La trasformazione della guerrra nel pharmakon della nostra epoca ha liberato passioni funeste che poco a poco, spingono le nostre società a uscire dalla democrazia e a trasformarsi in società dell’inimicizia.»
Achille Mbembe

La costellazione della crisi contemporanea include:
1. il Grande Esodo Migrante, 2. La crisi ecologica 3. L’accelerazione esponenziale del capitalismo finanziario, l’aumento delle disuguaglianze e la crisi del lavoro. 4. L’intreccio tra capitali, innovazione tecnoscientifica e manipolazione del vivente.
La reazione paranoide alla crisi include i rigurgiti nazionalisti, il razzismo, l’attacco alle narrazioni solidali. La tentazione di molte democrazie è di prescrivere i vecchi rimedi della guerra e dell’inimicizia per insaldare paradossalmente il vincolo sociale a partire dall’esclusione. Tutto ciò ci pone di fronte a una revisione dei rapporti tra violenza e legge, norma ed eccezione, sicurezza e libertà. E interroga le nostre idee e le nostre pratiche rivelando i doppi vincoli che fondano la storia sullo sfondo della pulsione di morte.
Il seminario propone un approfondimento di spunti interdisciplinari a partire dai più interessanti interpreti del pensiero critico contemporaneo, per avvicinare le sfide del presente e coniugare la clinica con un’emergente consapevolezza civile ed ecosistemica. Vedremo come forme più evolute di elaborazione del lutto consolidino le risorse necessarie alla resistenza e al rinnovamento culturale.

Informazioni organizzative

Orario: ore 10-18 sabato 11 novembre 2017.
Sede:
Per l’iscrizione al seminario occorre inviare una richiesta a info@etnopsi.it e, ricevuta conferma di disponibilità di posti, effettuare un bonifico di 50 euro sul conto corrente della Scuola al seguente IBAN: IT94S0335901600100000018200, intestato a: Scuola di Psicoterapia Etno-Sistemico-Narrativa precisando il vostro nome e l’indicazione dell’iscrizione al seminario.

Contatti: info@etnopsi.it – 3317149736.

Biografia di Fabrice Oliver Dubosc

Fabrice Olivier Dubosc si è formato come psicologo analista. L’incontro con Fatema Mernissi e Raimon Panikkar lo hanno spinto ad approfondire le pratiche interculturali e la ricerca interdisciplinare. Oltre all’ attività clinica privata si occupa di docenza, formazione e supervisione in vari contesti. Ha recentemente collaborato alla supervisione psico-sociale e antropologica del progetto di ricerca ‘Bodies Across Borders’ coordinato da Luisa Passerini per l’Istituto Universitario di Firenze. Come terapeuta si interroga oggi sulle possibili forme di una psicologia postcoloniale. Sulla questione migrante ha pubblicato tre libri: Quel che resta del mondo – psiche, nuda vita e questione migrante (Ma.Gi., 2011), Approdi e Naufragi – elaborazione del lutto e resistenza culturale (Moretti e Vitali 2016) e con Nijmi Edres Piccolo Lessico del Grande Esodo (Minimum Fax 2017).

Testi di riferimento:
Achille Mbembe – Politiques de l’inimitié (La découverte, 2016);
Viveiros de Castro – Metafisiche Cannibali (Ombre Corte, 2017);
Piers Vitebsky – Dialogues with the Dead (Cambridge University Press, 1993);
Fabrice O. Dubosc – Approdi e naufragi, elaborazione del lutto e resistenza culturale, tracce di resistenza postcoloniale (Moretti e Vitali, 2016);
Fabrice Dubosc, Nijmi Edres (eds) Piccolo Lessico del Grande Esodo (Minimum Fax, 2017);
Judith Butler – L’alleanza dei corpi (Nottetempo, 2017);
Donna J. Haraway – Staying with the trouble (Duke University Press, 2016).

Il 12 novembre sarò invece alla Libreria Griot di Roma alle 16.30 dove presenterò Approdi e Naufragi e il Piccolo Lessico del Grande Esodo. Vi aspetto!!!

 

 

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Staying with the trouble

Schermata 2017-05-30 alle 14.13.59«Ogni volta che una storia mi aiuta a ricordare quello che credevo di sapere, o mi presenta nuovi saperi, un riflesso essenziale alla cura di ciò che fiorisce fa un esercizio aerobico. Questo genere di esercizi potenziano il pensiero collettivo e il movimento verso la complessità. Ogni volta che rivedo un
garbuglio e aggiungo alcune tracce che inizialmente sembravano irrilevanti ma che si rivelano essenziali alla trama, capisco un po’ meglio che restare con il turbamento del mettere al mondo complesso è il nome del gioco del vivere e morire bene su questa terra, in Terrapolis. Siamo tutti responsabili nei confronti delle condizioni necessarie affinché specie multiple fioriscano nel contesto di storie terrbili e a volte gioiose, ma non siamo tutti capaci della medesima responsabilità – dell’abilità nel dare risposte. E le differenze contano – nelle ecologie, nelle economie, nelle specie e nelle vite.»

«Each time a story helps me remember what I thought I knew, or introduces me to new knowledge, a muscle critical for caring about flourishing gets some aerobic exercise. Such exercise enhances collective thinking and movement in complexity. Each time I trace a tangle and add a few threads that at first seemed whimsical but turned out to be essential to the fabric,I get a bit straighter that staying with the trouble of complex worlding is the name of the game of living and dying well together on terra,
in Terrapolis. We are all responsible to and for shaping conditions for multispecies flourishing in the face of terrible histories, and sometimes joyful histories too, but we are not all response-able in the same ways. The differences matter—in ecologies, economies, species, lives»

Donna Haraway – “Staying with the trouble”

disegno Terrapolis#4

Schermata 2017-05-30 alle 14.11.25

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