Una sera di Ramadan/Veggenze creole

Sulla  possibilità che  hanno individui e culture di inventare nuove soluzioni e contaminazioni anche con l’aiuto dei dispositivi tradizionali vale riportare per esteso questa bella storia che si trova nel diario éclats d’Islam della scrittrice di origine algerina  Karima Berger [Albin Michel 2009]

Serata di Ramadan al centro culturale algerino: La sala degli spettacoli è piena di donne. È un bagno comunitario anche questo, ma di un altro tipo, questa volta si fa festa. Quante donne! Giovani, vecchie e tutte con qualcuno della famiglia appresso; alcune grosse vestite in modo impossibile e che sarebbero belle in costume tradizionale invece che in questi pantaloni che si accompagnano male con i ventri troppo nutriti; altre più giovani, magre, eleganti, molte tinte di biondo, o con solo qualche mèche scolorata – mèche, parola magica e che inganna – sì solo qualche mèche, perché essere del tutto bionde non va; giovani dall’ombelico nudo, molti pantaloni; qualche donna velata, le più anziane sopratutto. Uomini pochi, li cerco nella sala. Oltre ai musicisti, una coppia di omosessuali: il più giovane balla in un angolo della sala, guarda le donne  che ballano sul proscenio, ne trae ispirazione, solo nella sua penombra laboriosa. 

Il cantante intona i classici di genere che si ascoltano in tutte le feste di matrimonio o di circoncisione o di fidanzamento, tutto va bene per animare questi grandi sfoghi dalle virtù giubilatorie. Non appena attacca la prima canzone, una donna si alza, poi due, poi molto rapidamente si formano due gruppi da ogni lato del proscenio, gli ululati si confondono già e salgono da ogni parte, le donne esultano e questa necessità imperiosa di muoversi, di ballare, di animarsi d’emozione contagia i musicisti e il cantante, mosso dall’allegria, ricorda che è la ventisettesima notte del mese sacro, la più bella, quella in cui le porte del Cielo si spalancano e i peccati vengono assolti. Le grida di gioia fanno a gara per varcare le soglie della notte prodigiosa. E i corpi di queste donne non hanno nulla a che fare con quelli delle donne incontrate in moschea imbacuccate in un hijab compassato o in un hijab mentale, triste e severo.

L’ultima canzone del concerto è occasione di un’immensa trance, l’energia che si libera da questi corpi svincolati dalla fame che li ha attanagliati durante il giorno, si solleva e si diffonde come una nappa di vita che ci avvolge di infantile felicità. I volti sono esultanti, la trance brucia in ognuna, la gioia è magnifica, diventano tutte belle, la danza alleggerisce di grazia i corpi, non vedo più né salsicciotti sui ventri, né chiappe troppo modellate. appollaiate su tacchi troppo alti, dimentico la bruttura e la sala potrebbe d’un sol colpo incendiarsi. Penso a quando Dante dice: «Vedeasi Dio gioir sul volto suo.«

È mezzanotte, il cantante intona l’ultima, Er-Nar ca’ala fik, II fuoco in te si consuma, una canzone eroticamente allusiva, ma che può anche essere interpretata in senso assolutamente mistico e poi, senza transizioni, sulla stessa melodia, intona una serie di lodi cantate al Profeta.

All’uscita, F. la mia amica sta ancora giubilando. Ebbra di musica e danza, mi racconta delle feste che organizzava sua madre nel suo villaggio in Kabylia. Sua madre, veggente e guaritrice, che all’età di sette anni vede comparire un giorno sul suo cammino un uomo molto grande con i capelli e gli occhi nerissimi e una barba imponente. L’amica che è con lei s’irrigidisce e sviene, ma lei, attonita, torna a casa, cade in uno stato di totale afasia, resta muta per diverse ore mettendo in ambascia i genitori, poi si rimette a parlare, ma è la voce di un uomo che la abita: esige di parlare con suo padre e gli ordina di condurla alla scuola francese E di farle imparare il Corano. Questa apparizione viene giudicata santa e sacra, il padre si adegua e fa sacrificare un agnello per condividerlo con i poveri. La piccola ritrova la voce e manifesta un po’ alla volta doni di guaritrice che dispensa proprio durante quelle grandi feste che sono tornate alla memoria di F. quella sera a Parigi, lontano dagli agnelli sacrificali e dalle apparizioni mistiche. 

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