la zucca di Komba


Come esempio di una narrazione o fiaba mitica che pone l’accento sull’ identità-contenitore e non sull’identità contenuto, vorrei ospitare un frammento narrativo, tratto dal racconto di Lengé, uno degli ultimi cantastorie pigmei baka. Thierry Knauff l’ha raccolto nel breve documentario Gbanga-Tita [1994] dove Lengé insegna a un gruppo di bambini un mito di creazione. Lengé racconta e canta e i bambini gli rispondono in coro.

“I bambini se ne sono andati, Zio li ha mandati al fiume dicendo loro: «Andate al fiume a prendermi dell’acqua che io possa bere. È che ho caldo e sete nel mezzo del giorno». I due piccoli giungono dove l’affluente si unisce al fiume nel punto più largo. Uno di loro si china per prendere l’acqua con la zucca dello Zio. Ma la zucca…gli sfugge dalle mani e se ne va via sull’acqua. Il maggiore dice al fratello «Dì allo zio che la sua zucca è caduta in acqua.» Allora il piccolo va a confessare tutto allo Zio. E lo Zio s’arrabbia. La collera di Komba è terribile. Picchia il bimbo col bastone. Tornano insieme al fiume. Lo zio sgrida e ordina: «Ora andate! Partite e tornate solo con la mia zucca!» I bambini trovano una piroga. Il primo sale davanti, l’altro dietro. Se ne vanno piangendo. Ognuno con la sua pagaia. Presa dai flutti, la zucca va alla deriva, lontano, fuori portata, sul fiume. È la zucca dello Zio…La zucca se ne va… se ne va sul fiume. Il più piccolo grida all’altro «pagaia più forte! Cerchiamo di prenderla, dai pagaia!» I bambini si attivano, le pagaie mulinano! Ma un mulinello prende i bimbi. Abisso del fiume! Ecco che cos’è successo ai bambini partiti a cercare la zucca dello Zio. Furono trasformati da Komba in tartarughe d’acqua. Quelle che nuotano nei nostri fiumi e fanno: «hm hm hm»! Comprendiamo così le cose del fiume. Questa è la storia dei bimbi annegati e della Zucca di Dio. 

Mi sembra che questa storia ci parli di un ‘vincolo creativo’. Come in molti altri miti di creazione, gli elementi del mondo vengono creati dal corpo del dio, o dai suoi attributi. In questo caso la calebasse, cioè il contenitore africano per eccellenza, la zucca cava, va persa e i due nipotini del dio Komba diventano tartarughe d’acqua, smarriscono la via dell’umano, ritornano alla fissità degli schemi animali, sempre identici a sé stessi, caleidoscopio di just-so stories, di forme che fondano e contestualizzano la pluralità dell’eco-sistema mondo ma che non hanno più la qualità della calebasse. Il mondo viene ‘fissato’ nella pluralità delle forme animali ma queste non sono la forma dell’umano. La lezione che Lengé insegna è forse questa, «non fate come loro, non perdete la calebasse umana e divina cioè la capacità di essere contenitori o finirete vincolati nella fissità di una forma che non sa mutare. Lo scopo della trasmissione, sarebbe quello di riconoscere i ‘vincoli della libertà’ perché nella disattenzione si fanno stupidate, si annega, si scorda la bellezza possibile di una comune armonia. Se è vero che la qualità dell’umano è di non avere un’essenza specifica, all’umano appartengono tutte le nature e tutti i volti: e tutte le storie.

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