una fiaba panikkariana

«C’era una volta un Dio (immagino che lo fosse) che intimò a un pesce di dirgli qualcosa sull’acqua. Il pesce non intese la domanda. Il Dio gli spiegò che per poter dire qualcosa sull’acqua doveva prendere una certa distanza (critica) e venirne fuori. Il pesce uscì dall’acqua e morì. Anche se il pesce è morto, l’aria non è letale, pensò il Dio e così girò la domanda a un uccello. Anche questi non intese la domanda. Il Dio ribadì che per farlo doveva uscire dall’aria. L’uccello volò in tutte le direzioni e alla fine disse a Dio che non era riuscito ad andare più in là dell’aria – e morì esausto. Il Dio non desistette dal suo proposito e chiese a un uomo se poteva far luce su quello che era accaduto. L’uomo rispose che quegli animali non avevano conoscenza – uno dell’acqua e l’altro dell’aria – e per questo non potevano oggettivare né l’aria né l’acqua. Il Dio chiese all’uomo cosa fosse questa conoscenza e l’uomo se ne andò in cerca della conoscenza. Malconcio e di pessimo umore per la lunga e penosa ricerca  tornò infine dal Dio per dirgli che era riuscito a conoscere tutte le cose, comprese quelle dell’acqua e quelle dell’aria, che era giunto a scomporre ogni cosa e ad analizzarla. Il Dio gli rispose che egli non aveva inteso ciò che gli era stato chiesto, e gli chiarì che non gli aveva domandato ragione delle cose ma della conoscenza.

E a questo punto l’uomo si ricordò che uno dei suoi antenati – mitici, naturalmente – aveva una volta mangiato il frutto di non so quale albero per ottenere la conoscenza. Uno dei suoi discendenti gli spiegò che la mela gli aveva indubbiamente dato la conoscenza del bene e del male –  a suo parere e per la sua esperienza più del male che del bene (malus in latino è il melo e malum la mela). Dopo aver mangiato il frutto di un germoglio di quell’albero andò a incontrare il Dio per dirgli che ora sapeva cos’era la conoscenza. Interrogato dal Dio seppe solo dirgli che conosceva il bene e il male. Il Dio interruppe subito il discorso dell’uomo, il suo logos, per spiegargli che non gli aveva chiesto della conoscenza del bene e del male ma della conoscenza – e temeva che l’uomo non gli avesse dato risposta più soddisfacente di quella del pesce o del passero. Nessuno dei tre aveva trasceso il proprio mito.

Dio ricordò all’uomo che la sua mortalità derivava proprio dall’indigestione di alcuni suoi antenati che avevano mangiato quella mela. Mortificato dall’umiliazione divina l’uomo reagì e intimò al Dio di dirlo lui cosa fosse la conoscenza e il Dio gli rispose che neanche lui lo sapeva ed è per questo che glielo aveva chiesto.

 Se mi si chiede che cosa sia il mito non pretenderò certo di saperla più lunga di quel Dio e non vorrei essere come quegli astuti intellettuali che ci raccontano i miti degli altri senza rendersi conto dei propri o tanto meno del fatto che partono dai propri miti per interpretare quelli degli altri. Non sono usciti dall’acqua, né dall’aria, né dalla conoscenza.»

da RAIMON PANIKKAR  “Il senso del mito” (in AA.VV. Dialogare nel Mito, Biblioteca di Vivarium 2004)


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