Seconde generazioni


Al mercato il mese scorso: c’è un capannello di venditori ambulanti milanesi, al centro una ragazza maghrebina, con vicino la madre che ha una bancarella. La ragazza salta e tutti la guardano. È una tredicenne in jeans, alta, bella con i capelli ricci e lunghi. Salta ridendo e grida: «Chi non salta milanista è!» Gli ambulanti ridono e dicono alla madre: «Certo che questa tua figlia è una bomba!» In ambulatorio una giovane peruviana ventenne arriva al colloquio con gli i-pod e non si da conto dei suoi attacchi di panico: non riesce più a girare per la città con i roller. Durante una seduta le squilla il cellulare: la suoneria non riproduce melodie ‘latine’ ma un rap di Eminem. Michela mi racconta delle mediatrici culturali a cui ha insegnato, donne laureate, intelligentissime, piene di voglia di raccontare e fare, di confrontarsi sulla condizione femminile, sottoimpiegate, trattate come mere traduttrici e non come le interlocutrici privilegiate che dovrebbero essere. Alla stazione di Bologna attendo una coincidenza. Osservo chi mi sta intorno, non sfuggo con lo sguardo. Un giovane maghrebino allora si avvicina un po’ timidamente e mi chiede: «Sei musulmano?» Dev’essere arrivato da poco perchè mastica due parole di italiano stentato. Riesco a fargli capire che no, non sono musulmano ma che sì, non detesto l’Islam. Mi chiede tre euro perchè deve andare a Rimini. Poi viene a ringraziarmi, a mostrarmi il biglietto e che sì i soldi erano proprio per quello e se, per favore, so che binario, che ora? Vorrei spiegargli che nell’Italia odierna la sua battuta «sei mussulmano?» potrebbe non essere il modo migliore per rompere il ghiaccio e chiedere soldi a un italiano. Poi capisco che lui mi ha detto così solo perchè non sfuggivo al suo sguardo. Questo faceva di me un ‘umano’, dunque, per lui, un mussulmano. Ci sto ancora pensando quando noto due studentesse che un po’ più in là discutono animatamente. Stanno molto vicine si capisce che sono amiche da come si guardano e interrompono, dal modo che hanno di ridere. La prima è bolognese nell’accento e nelle forme. Pancia nuda, indossa una maglietta aderente che lascia poco all’immaginazione e sfoggia due bicipiti tatuati e una bella chioma bionda. La sua vicina, maghrebina, ha il foulard. Si capisce che ognuna delle due si trova perfettamente a proprio agio con i segni di individualizzazione e appartenenza dell’altro, e che ha già relativizzato, grazie alla intelligenza della giovinezza e al lavoro della relazione, l’identificazione con l’abito della propria soggettività culturale. A volte gli immigrati di seconda generazione sono italiani quanto e più di noi, perché consapevoli dell’aspetto fluido e creativo dell’identità come campo di scelte multiple. Questi giovani figli di migranti, la cosiddetta ‘seconda generazione’, cercano empaticamente l’anima dell’Italia e già ne rappresentano la sua identità vitale, aperta, compassionevole, la sua intelligenza affettiva.

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2 commenti

Archiviato in intercultura

2 risposte a “Seconde generazioni

  1. Gian Domenico

    Che meraviglia! Ho BISOGNO di leggere queste storie per immaginarmi un futuro.
    Grazie e ciao
    Gian D

  2. viviana

    Commovente, sensibile, … bello.
    Stimolante una miriade di associazioni e riflessioni (penso ad esempio all’uso del termine ‘musulmano’ nel lager, per qualche non (ancora del tutto) detto scelto per designare il ‘non umano’…)
    Grazie Fabrice,
    V.

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