‘Nuda vita’ (I)

Il primo autore a utilizzare il termine ‘nuda vita’ è Walter Benjamin nel saggio del 1921 ‘Per la critica della violenza’  (1921). Benjamin parla di ‘violenza sulla nuda vita’  dicendo che «il compito di una critica della violenza e’ la esposizione del suo rapporto con il diritto e la giustizia.»

Il riferimento è al concetto greco di Nómos (legge) che deriva dal verbo nemein che significa ‘appropriazione’. Come scriveva Simone Weil: “Se si vuole esaminare ciò che la nozione [di diritto] era in origine si vede che la ‘proprietà’ era definita dal diritto di usare e abusare: E in effetti la maggior parte di quelle cose di cui ogni proprietario aveva il diritto di abusare erano esseri umani.”

In un famoso e citatissimo frammento (169) Pindaro scrisse: “Nómos che di tutti è Re, dei mortali e degli immortali, guida rendendo giusta la cosa più violenta, con mano che tutto sovrasta.” Ma  Nómos sono anche le ‘pratiche’ (i ‘costumi’) come già diceva Erodoto:

«Se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta tra tutti i costumi e si ingiungesse loro di scegliere i più belli, ciascuno sceglierebbe quelli del suo paese. Questa è la forza della consuetudine; e rettamente ha poetato Pindaro, quando affermò che “Nómos di tutti è Re”»

Spostando però l’accento, Nomós,  vuol anche dire pascolo ed è la radice di ‘nomade’…

Vi è dunque un’altra accezione di ‘giustizia’ non legata al ‘diritto di abusare’ o all’uso della violenza per proteggere dalla violenza. Certo, il diritto protegge la vita comune dalla confusione, dalla contaminazione, dall’espropriazione, dalla relazione come rischio e conflitto. In estrema sintesi il diritto ha una funzione ‘immunitaria’. Ma è questo l’unico modo possibile di pensare la giustizia, l’aspirazione a ciò che è giusto?

Per pensare altrimenti l’ordine del mondo e la giustizia possiamo da un lato guardare al sanscrito  Ṛta parente del latino ars (arte) artus (arto del corpo) e ritus (rito) che designa l’ordine come adattamento delle parti in un tutto e non fornisce in indoeuropeo nessuna designazione giuridica.

Dall’altro possiamo pensare a un ordinamento giuridico capace di pensare l’umano anche a partire dal conflitto tra i bandi del tiranno Creonte e le ‘leggi non scritte’ di Antigone.

Ce n’è traccia negli articoli 2 e 10 della nostra costituzione:

 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

Questi articoli dicono che lo straniero è un uomo e in quanto tale – se non può esserlo altrove – da noi è cittadino. Ma torniamo a Antigone e Creonte:

La storia è nota. Antigone sceglie di dare sepoltura al fratello Polinice che era diventato nemico della città. L’editto di Creonte vietava appunto il diritto di sepoltura ai traditori. Nella tragedia di Sofocle, Creonte esclama a un certo punto: “«Ubbidire, ubbidire, e nel molto e nel poco, nel giusto e nell’ingiusto, sempre e comunque, all’uomo che sia posto al timone dello Stato (…) è l’ubbidienza, l’ubbidienza ai capi la fonte di salvezza e di vittoria. Noi dobbiamo ubbidire alle leggi, alle leggi scritte».

E Antigone risponde: «Non fu  Dike, che siede laggiù fra gli dei inferi, a definire queste leggi per gli uomini. Io non credevo che i tuoi bandi avessero tanto potere da permettere a un mortale di trasgredire le leggi non scritte (agrapta nomima), incrollabili, degli dei.  Non da ora, non da ieri, ma da sempre; da quando apparvero, nessuno sa.»

E Antigone accetta di morire come segno della sua fedeltà all’umano. Ritroviamo nella storia la traccia di questa misura estrema che dà forma e manifesta la violenza invisibile contro le leggi non scritte dell’umano.  Dai monaci vietnamiti che si davano fuoco rimanendo nella posizione del loto, a Jan Palack che pure lui brucia per dire l’intollerabile della violenza sovietica, allo studente di Tienammen di fronte al carro armato, al gesto estremo di Mohamed Bouazizi che ha innescato la grande primavera araba.

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