La sfera non appropriabile del vivente

Achille Mbembe, filosofo e political scientist camerunense e autorevole interprete dei post-colonial studies, si è occupato a lungo della questione dell’umanesimo coloniale e post-coloniale. In una bella intervista di qualche anno fa a Esprit, ripresa poi da Aut-Aut diceva:

«Il pensiero postcoloniale insiste sull’umanità a venire, quella che deve nascere una volta che le figure coloniali dell’inumano e della differenza razziale saranno abolite»

Citando autori come Bloch e Benjamin aggiungeva:

«Il pensiero postcoloniale è pure un pensiero che porta con sé un sogno: il sogno di una nuova forma di umanesimo – un umanesimo critico fondato prima di tutto sulla partecipazione comune a ciò che ci rende diversi, al di qua degli assoluti!» [Mbembe (2006) 2008]

L’umanesimo europeo, invece, con l’esperienza del colonialismo rivela il suo cuore di tenebra, il doppio messaggio patogeno, la pulsione di morte proiettata e imposta agli altri dietro la maschera del suo ‘universalismo’.  La critica postcoloniale riesce tuttavia sovente a decostruire le pratiche discorsive, le costruzioni disciplinari con cui la logica coloniale predicava i valori della ragione, dell’umanesimo e dell’universalismo mentre affermava un economia della morte che Mbembe definisce ‘forza necropolitica’.

«Come riconciliare effettivamente la fede proclamata nell’uomo e la leggerezza con cui si sacrificavano la vita, il lavoro dei colonizzati e il loro mondo di significati? C’è nell’umanesimo coloniale europeo qualcosa che si deve chiamare odio inconscio di sé (…)Il totem che i colonizzati scoprono dietro la maschera dell’umanesimo e dell’universalismo non è soltanto un soggetto molto spesso sordo e cieco, è soprattutto un soggetto segnato dal desiderio della propria morte ma in quanto questa morte passa necessariamente per quella degli altri.» [ibid.]

Per Mbembe (come per Glissant) le radici o meglio le tracce di questo nuovo umanesimo vanno cercate nella tratta degli schiavi:

«L’epoca della tratta atlantica è anche (…) il momento in cui alcuni uomini strappati alla terra, al sangue e al suolo, impararono a immaginare delle comunità al di là dei legami del suolo…» [ibid.]

Forse, come scriveva Raimon Panikkar, «in un orizzonte autenticamente universale tutte le religioni appaiono settarie e tutti gli umanesimi superficiali.» Tuttavia il nuovo umanesimo post-coloniale mi sembra andare in una nuova direzione proprio perché immagina identità che vanno oltre l’autonomia autoreferenziale del ‘soggetto’ occidentale. Identità capaci di assumersi responsabilità e riscoprire un destino comune «nella molteplicità e nella dispersione». Paradossalmente la responsabilità di cui parla Mbembe nasce da una dislocazione che fa sì che la coscienza del mondo apprenda ad affermarsi «nei confronti di mondi apparentemente lontani» e «nei confronti di persone con le quali in apparenza non si ha alcun legame.»

Del resto sarebbe proprio il vertice di osservazione della dislocazione ad aiutarci a pensare in mondo fertile quanto accade nella globalizzazione:

«Fatto centrale della nostra epoca è la globalizzazione, l’espansione generalizzata della forma-merce e del suo dominio sulla totalità delle risorse naturali, delle produzioni umane, in breve sull’insieme dei viventi. Ma la riflessione critica (…) può guadagnare in radicalità se acconsente di prendere sul serio quelle formazioni antiche e recenti del capitalismo quali la schiavitù e la colonizzazione. Si vede infatti come fu costante nel funzionamento del capitalismo coloniale, il rifiuto di istituire la sfera del vivente come un limite all’appropriazione economica. La schiavitù fu di per sé un modo di produzione, di circolazione e di ripartizione delle ricchezze fondato sul rifiuto di istituzionalizzare un qualsivoglia dominio del ‘non-appropriabile’. Da tutti i punti di vista la ‘piantagione,’, la ‘fabbrica’ e la ‘colonia’ sono stati i principali laboratori in cui si è sperimentata quella trasformazione in senso autoritario del mondo che osserviamo ancora oggi.» [Mbembe, ibid.]

L’essenza del colonialismo come della globalizzazione iperliberista sta in questo principio di morte per cui la sfera del vivente è diventata un dominio ‘appropriabile’ dalla logica economica! Questi sintomi storici ci sfidano dunque a reinventare una politica e un umanesimo in cui la sfera del vivente non sia appropriabile. Alla vigilia dei referendum mi sembra una considerazione importante.

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