apertura e rituale

Siamo abituati a pensare alla dimensione rituale in termini di ripetizione sterile e chiusura in una forma identitaria invece che di pratiche che ricreano il mondo, che riconnettendo diventano ‘cura’. In ogni caso, la varietà di forme rituali del mondo ci fa riflettere sulla relazione tra dimensione rituale e  forme della coscienza umana.  Due recenti seminari del nostro corso annuale di pratiche interculturali (vedi al link ‘etnosistemici’), a Roma e a Genova si sono occupati della questione. Claudio Neri ha evidenziato alcuni concetti particolarmente fertili del vocabolario di Ernesto De Martino: ‘crisi della presenza’, ‘apocalissi psicopatologiche’ e ‘apocalissi culturali’. Cito un brano del suo intervento:

«La messa in scena drammatica, il mito ed il rito giocano un ruolo essenziale, nel rendere possibili ilpositivo attraversamento della crisi della presenza. Vi è uno stretto rapporto tra la crisi ed unriscatto che si attua su una base «mitico-rituale». Fuor di ogni esitazione, il rito, unito al mito,possiede una precisa funzione psicoterapeutica. Il rito – ad esempio, una festa, una processione o una cerimonia intensamente partecipate – è «una tecnica» con la quale si risponde alla «crisi». Le apocalissi culturali ed anche le diverse escatologie, e i simbolismi mitico-rituali, secondo de Martino, non soltanto hanno segno opposto a quello delle gravi forme psicopatologiche (apocalissi psicopatologiche), ma anzi rappresentano una via di trasformazione della sofferenza individuale. Esse, infatti, sottraggono l’individuo alla chiusura ed all’isolamento, disponendone il sentire all’interno di una tensione e di un progetto mitico e rituale collettivo. È un passo verso l’uscita dal tunnel del vuoto di valori e di senso”» [da Claudio Neri Il calore segreto degli oggetti]

D’altro canto, in ambito ‘etnopsi’ si idealizzano a volte prescrizioni tradizionali che possono anche essere regressive per le soggettività in divenire. Roberto Beneduce ha evidenziato ancora una volta come il nostro etnocentrismo cche predilige spiegazioni rapide e categorie nette entri in crisi di fronte alla complessità. Cito dal suo bel libro su Possessione e trance [2002] «Ritroviamo anche nel caso dei rituali di possessione (…) interpretazioni contrapposte e incompatibili. Si tratterà di culti religiosi o di discorsi politici e pratiche di resistenza culturale? Abbiamo a che fare con strategie di comunicazione e con semplici tecniche terapeutiche?  Le cerimonie di possessione rappresentano pratiche di memoria, meri eventi ‘teatrali’ o celebrazioni estetiche fini a se stesse? Questi rituali esprimono raffinati dispositivi retorici, articolate finzioni o rappresentazioni dell’alterità fissate dai canoni di una certa tradizione? L’imbarazzo etnografico nel situare questi eventi nell’una o nell’altra classe di fatti sociali costituisce di per sè un aspetto sul quale dovremo a lungo interrogarci.»

Anche la trasposizione semplicistica dei dispositivi dei culti tradizionali in una prospettiva terapeutica può essere arbitraria:

«nel tradurre un universo semantico ed esperienziale (…) in termini medico-psicologici, nel medicalizzare pratiche e discorsi di pertinenza religiosa rischiamo di confondere i livelli di analisi e produrre interpretazioni artificiose, illegittime, etnocentriche.» [ibid.]

Natale Losi ci ha fatto entrare nel vivo di una dimensione iniziatico-immaginale  articolando il rapporto tra finzione e verità a partire dall’immagine multiforme del labirinto.

Per evitare una banalizzazione delle varie ‘prescrizioni’  nella presa in carico del disagio migrante  io ho provato ad applicare la categoria dell’ontonomia alla dimensione rituale.  (Vedi sopra la pagina dedicata a ontonomia)

Provo a riassumere in sintesi estrema:

Il rituale ricrea il mondo, apre alla complessità e all’armonizzazione delle differenze. Imita sempre una narrazione cosmogonica originale: frattura il tutt’uno per creare un tout-monde plurale.Non può essere costruito a tavolino e nemmeno ridursi alla sterile ripetizione ritualista. Quando funziona esprime un senso emergente che nutre il capitale simbolico della persona e delle culture.La sacralità inerente alla dimensione rituale può essere accolta anche in una prospettiva secolare che tuttavia funziona solo vi è partecipazione autentica (per esempio credendo nel valore della processualità emergente e della comunicazione simbolica).Il rituale può rinnovarsi proporzionalmente alla partecipazione diversa di ognuno che dà spazio ai ‘pensieri in attesa di essere pensati’ da un  campo relazionale complesso.Il rituale è inoltre una negoziazione complessa tra le dimensioni della memoria e dell’oblio. Tuttavia, il ‘sacrificio’ che ricrea il mondo, implicito nella dimensione rituale, è essenzialmente una riconnessione comunicativa con la complessità e tocca contemporaneamente la dimensione individuale, comunitaria, collettiva e ‘cosmica’.Nella dimensione ‘eteronoma’ (in cui le leggi e l’ordine procedono dall’alto in basso) l’aspetto prevalente del rituale è la causalità magica: determinate azioni generano determinati risultati. Nella dimensione ontonomica (vedi la pagina sull’ ‘ontonomia’) l’ordine è emergente. Il rapporto tra la complessità invisibile e la coscienza si accentua, nella percezione che ogni esistenza e la stessa coscienza hanno natura simbolica. Si tratta però di capire bene che per coscienza non va necessariamente intesa la mera lucidità della razionalità analitica. Il pensiero simbolico di cui ci importa ha una dimensione “allusiva” che esplora ciò che non conosciamo ancora in modo più ricco della riflessione per categorie.

«Il rituale è un modo di dar forma all’humanum….» [Panikkar]

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