Georges Devereux [1908-1985]


Nasce in una famiglia di origine ebraica a Lugoj, una piccola città dell’impero austro-ungarico di lingua magiara che dopo il primo conflitto mondiale passa alla Romania. Il piccolo Georgy Dobo si ritrova dunque  a fare i conti molto presto con le questioni di appartenenza a più culture e lingue. All’età di 18 anni si trasferisce in Francia per studiare fisica con Marie Curie ma durante il suo soggiorno parigino cambia indirizzo e si laurea in lingua malese all’Istituto di Lingua orientale; é lì che diventa allievo di Lévy-Bruhl e Mauss. Grazie a una borsa di studio emigra negli Stati-Uniti dove si specializza in psicologia e studia antropologia culturale. Devereux lavorerà sul campo con i Sedang Moi una tribù del sud Vietnam poi con gli indiani Mohave dell’Arizona.    Importante il suo rapporto con  Jimmy Piccard, un indiano Mohave alcolizzato e con grossi disturbi psichici. che lo porterà a scrivere “Psicoterapia di un indiano delle pianure”. Ricorderà sempre con nostalgia il tempo trascorso con i Mohave. Su iniziativa di  Claude Lévi-Strauss torna a Parigi nel 1963 per insegnare alla École pratique des hautes études dove vivrà e insegnerà fino alla morte. Il suo lavoro più importante – “Dall’angoscia al metodo nelle scienze del comportamento” – viene pubblicato nel 1967 . Negli ultimi anni della sua vita pubblica come grecista un’opera sui sogni nelle tragedie greche.

Qualche anno prima (1964), Georges Devereux aveva scritto un piccolo saggio poco conosciuto sull’identità, anzi sulla rinuncia all’identità come difesa dall’annientamento [Devereux 2009]. È significativo che in questo testo fortemente ‘psicoanalitico’ egli abbia nascosto quasi del tutto i suoi riferimenti antropologici, facendo riferimento in gran parte all’etologia e alle scienze comportamentali. Questa scelta – fatta quando Devereux cercava una piena adesione all società psiconalitica francese, rispecchia perfettamente la sua tesi che riprende quella winnicottiana sulla funzione difensiva (e parzialmente positiva) del ‘falso sé’. Per Devereux la rinuncia all’identità (o il suo occultamento) sono strategie di evitamento volte a depotenziare la possibilità che l’interlocutore ci classifichi, comprenda, giudichi, perseguiti. Tuttavia si tratta anche di una riduzione del potenziale identitario della persona. Scrive infatti Devereux che la ‘normalità’ si fonda sull’arricchimento della differenziazione mentre la nevrosi rappresenta un impoverimento, una de-differenziazione. Aggiunge però un commento cruciale e cioè che una persona può anche essere disadattata per motivi strettamente psico-sociali: «un nevrotico è sempre un disadattato; un disadattato può benissimo non essere nevrotico. In effetti, un uomo normale è inevitabilmente disadattato in una società patologica, ma smette di esserlo se può emigrare.» [corsivo mio] Una posizione che è apparentemente l’opposto di quella di Tobie Nathan che considera l’emigrazione piuttosto sotto il profilo del rischio patogeno. (È superfluo aggiungere che si può ovviamente migrare da una società patogena a un’altra società diversamente patogena?). Evidentemente all’origine di questa differenza teorica si trovano vicende biografiche molto diverse. Entrambi sono ebrei ma Devereux fugge dall’Ungheria comunista e trova un respiro culturale terapeutico nella Francia laica e pluralista. Nathan nasce in Egitto ed è  costretto alla diaspora: Riscopre infine una forte coerenza con le proprie radici culturali il luogo della sua formazione anche come terapeuta. Non a caso Nathan accuserà Devereux di avere occultato le proprie radici ebraiche. E Devereux accuserà Nathan di operare un taglio troppo netto dalla modernità (e universalità) psicoanalitica a favore del localismo terapeutico ‘etnopsi’.

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