Žižek su razzismo multiculturale e nuda vita

A volte mi piace leggere contemporaneamente autori che espongono idee molto diverse se non opposte. Mi aiuta a rispettare la complessità del pensiero e a soppesare meglio le proposizioni specie degli autori più genialmente seduttivi… In questo momento, tra le altre cose, sto leggendo “Vivere alla fine dei tempi” di Žižek.  In generale mi sembra che anche  Žižek sia un autore che porta Pollicino nel labirinto del bosco e che si debba fare un certo lavoro per ritrovare il camino. Ne vale dunque la pena… Condivido qualche brano sulla questione del razzismo multiculturale.

«Se vogliamo osservare l’ideologia contemporanea in azione tutto quello che dobbiamo fare è guardare uno dei programmi di viaggio di Michael Palin sulla BBC: l’atteggiamento di base di assumere una distanza benevola e ironica nei confronti di usi e costumi diversi e di divertirsi a osservare le singolarità del luogo, ponendo allo stesso tempo un filtro ai dati realmente traumatici, equivale a ciò che c’è di più essenziale nel razzismo postmoderno. Quando ci mostrano scene di bambini affamati in Africa, con un appello a fare qualcosa per aiutarli, il messaggio ideologico di base è qualcosa del tipo: «non pensate, non occupatevi di politica, dimeticate le vere cause della loro povertà e invece agite, mandate soldi e così non avrete bisogno di pensare!»

«Possiamo identificare almeno tre forme di razzismo contemporaneo. Primo c’è il vecchio stile e imperterrito rifiuto dell’Altro (dispotico, barbaro, ortodosso, musulmano, corrotto, orientale…) in nome di valori autentici (occidentali, civili, democratici, cristiani…). Poi c’è il razzismo ‘riflessivo’ e politicamente corretto: la percezione multiculturalista ad esempio dei Balani come terra di orrori etnici e intolleranza, di passioni primitive, irrazionali e bellicose, a differenza del processo psotnazionale liberaldemocratico di risolvere i conflitti per mezzo di negoziati razionali, di compromessi e di mutuo rispetto. Qui il razzismo è per così dire elevato alla seconda potenza: è attribuito all’Altro, mentre noi occupiamo la posizione di un benevolo osservatore neutrale, giustamente sgomenti per gli orrori che accadono laggiù. Infine c’è il razzismo rovesciato, che celebra l’autenticità esotica dell’Altro balcanico, come nell’idea che i serbi, contrariamente agli inibiti e anemici europei occidnetali, dimostrino ancora una prodigiosa gioia di vivere.»

Žižek fa una critica molto acuta del cosiddetto multiculturalismo ‘tollerante’ (che tollera la diversità) non solo come doppio messaggio ma come ‘falso universale’ in cui la libera scelta ci viene data se facciamo la scelta giusta (come nella questione del velo): gli altri sono tollerati solo se accettano la nostra società. «Come spiega Sara Ahmed: ‘questo implica un’interpretazione che vede nell’altro un insulto al nostro amore multiculturale: come dire: vi abbiamo dato il ns amore e voi lo insultate vivendo separati da noi? Questo comporta una minaccia implicita: diventate noi, diventate come noi o altrimenti andatevene[…]I migranti fanno ingresso nella coscienza nazionale come ingrati. Ironicamente il razzismo viene attribuito al fallimento dei migranti di ricevere il nostro amore. L’egemonia monoculturale comporta la fantasia che il multiculturalismo sia l’egemonia.’»

Žižek aggiunge che formulando così il problema si propone implicitamente un ‘vero’ multiculturalismo (che riporta però all’idea di una supposta meta-cornice neutra universale che permetterebbe a ogni cultura particolare di affermare la propria identità). Bisognerebbe invece «bisogna cambiare i termini della questione e introdurre un universale del tutto differente: quello di un conflitto che invece di avere luogo tra comunità avviene all’interno di ogni contesto culturale così che il legame transculturale tra le comunità sia quello di una lotta condivisa.»

A questo proposito mi sembra che Žižek citi in modo molto pertinente il nostro Agamben:

«La distinzione tra quelli che sono inclusi nell’ordine giuridico e l’homo sacer non è semplicemente orizzontale, una distinzione tra gruppi di persone, ma è sempre più anche una distinzione ‘verticale’ tra due modi (sovrapposti) in cui le stesse persone possono essere trattate. In parole povere: sul piano della Legge, siamo trattati come cittadini, soggetti giuridici; ma sul piano del suo osceno supplemento superegoico siamo trattati come homo sacer. Il vero problema non è tanto il fragile status dell’escluso, ma piuttosto il fatto che su un piano più elementare siamo tutti esclusi, nel senso che la nostra posizione più elementare, a livello ‘zero’ è quella di essere un oggetto della biopolitica, tanto che diritti politici e di cittadinanza ci sono garantiti solo come atto secondario, in accordo con strategiche considerazioni biopolitiche e questa è la conseguenza ultima della nozione di ‘postpolitica’. E’ per questo che, per Agamben l’implicazione dell’analisi dell’homo sacer non è che dobbiamo lottare per l’inclusione degli esclusi ma che l’homo sacer [l’uomo della ‘nuda vita’ senza cittadinanza] è la ‘verità’ di tutti noi, che esso rappresenta la posizione a livello zero in cui siamo tutti posti.»

Žižek è anche sospettoso di molti conforti ideali che spesso servono a consolidare l’anestesia emotiva, a sopportare e flirtare con questo ‘supplemento osceno’  che dietro i proclami identitari tende a legittimare un permissivismo che ben si associa alla logica perversa del consumo e della crescita continua e che è la nuova maschera (nuda) del potere. E’ questo che  Zizek chiama osceno supplemento superegoico: la relativizzazione di ogni partecipazione che non sia all’insegna dell’ingiunzione a godere/consumare.

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2 commenti

Archiviato in filosofia, nuda vita, quel che resta del mondo

2 risposte a “Žižek su razzismo multiculturale e nuda vita

  1. i problemi sono molteplici e tutti ben descritti! resta l’enigma su come noi tutti dobbiamo affrontarli. il sogno di un’azione comunitaria o condivisa non regge più, almeno così pare. ci rimane il tentativo di un’azione reazione individuale, lontana dalle agenzie che fino a pochi decenni fa convogliavano le nostre energie singole. oggi, se ascoltiamo Illich o Ellul, rimane solo una direzione individuale, positivamente anarchica, che rimetta sempre in questione le verità che preferiamo ritenere acquisite.
    una sola domanda a questa strategia che appare senza dubbio l’ultima possibile salvezza: come sostenere il peso dell’inchiesta che mai trova fine? come sopportare l’impietosa coerenza che questa traiettoria richiede, percepita da tutti gli altri vicini e lontani come la più terribile e incostante delle incoerenze?

    • Io credo che la sfida odierna sia quella di articolare due esigenze parallele. Da un lato la libertà individuativa, l’ ‘equazione personale’, la ricerca spirituale e intellettuale che toccano la singolarità di ognuno e non ammettono collettivismi e dall’altro una rinnovata esigenza di rete e comunità (com-munus – compito comune) scevra da derive e deleghe identitarie. Un modo per parlarne è quello del rapporto tra mistica e politica. La domanda di fondo è come rispettare la propria ricerca senza rinunciare alla possibilità di costruire nuove narrazioni, senza alienarsi dalla partecipazione attiva alle cose del mondo, senza abdicare la tensione radicale verso la giustizia (e senza giustificare l’ingiustizia dei mezzi con la ‘giustizia’ dei fini). In un passaggio denso di implicazioni su questa tensione tra mistica e politica Panikkar scrive:

      La mistica non strumentalizza per un fine perché vive il senso tempiterno di ogni azione eliminando radicalmente ogni pusallinimità e ogni timore. Si comprende che le istituzioni basate sul potere (…) cercano di eliminare la visione mistica della vita – sia nell’ambito politico, sia nella religione, negli affari o dov’altro si voglia. La mistica, ripetiamo, non è insensibile all’ingiustizia e alla sofferenza, ma ci libera dal timore di entrambe permettendoci così di agire con serenità ed equanimità – il che non esclude né l’entusiasmo né l’indignazione e nemmeno la prudenza. La ‘teologia della liberazione’ ci ricorda opportunamente e urgentemente che la voce e il grido degli oppressi sono rivelazioni ‘divine’ che proprio la mistica mette in luce. [Panikkar 2005]

      Mi sembra promettente l’idea di una tensione transculturale che si declina in modo specifico nelle diverse culture ma che permette di avvicinare l’idea di una presenza dialogale pluralista (ma non arresa alle logiche di dominio) di cui abbiamo disperatamente bisogno.

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