Chi è Khidr?

Ci sono moltissimi esempi della tensione transculturale presente come controcanto non-identitario nelle mediazioni narrative che sono le costruzioni identitarie (religiose e non). A suo tempo avevo un po’ studiato la figura di Khidr e ne avevo parlato ne “Il deposito del desiderio”. Khidr  (il ‘verdeggiante’) è il grande protagonista della Sura XVIII del Corano,  iniziatore del Profeta Mosé, sempre errante, visitatore misterioso, fonte diretta di rivelazioni, rielabora in parte quella figura popolare del folklore ebraico che è Elia.

Del resto come ha sottolineato Norman O. Brown la grandezza del Corano sta proprio in qualcosa che è stato svalutato dalla critica occidentale: nella capacità cioè di ricondurre anche la fiaba alla sua essenza archetipica, evidenziando la continuità narrativa tra mito vivente e folklore.

«Quel che è nuovo è la promozione del materiale del folklore aggadico allo statuto di rivelazione (…); nel Corano, c’è una misteriosa regressione a uno strato più primitivo, archetipico, folkloristico, favoloso, apocrifo. Il materiale storico viene frammentato nelle sue componenti archetipiche e poi soggetto a spostamento e condensazione, come nei sogni. È una rinascita delle immagini, come nel Libro dell’Apocalisse, o nel Finnegans Wake .»

Comunque Khidr è presente ovunque la narrazione si apre all’ermeneutica e alla mistica. Ibn Arabi  disse per esempio che immergendosi nell’oceano alla ricerca di Khidr si era lasciato alle spalle i profeti che stavano sulla spiaggia.

In Corpo spirituale e Terra celeste Corbin riporta un meraviglioso racconto iniziatico del mistico sufi ‘Abdol Karim Gili (1365-1424), tratto dal Libro dell’Uomo perfetto. La narrazione racconta del viaggio di uno straniero denominato Spirito, verso la terra dei veglianti o Terra del Sesamo, volto originario della bellezza o anche “mondo dell’immaginazione”. Essa è stata fatta da un nonnulla, un grano di terra rimasto in sovrappiù dall’argilla con cui fu creato Adamo. Questo dettaglio trascurabile ma che diventa Regno, sfugge ad ogni determinismo ed è proprio “il mondo sottile” dell’immaginazione. Qui gli uomini non riconoscono altro Re se non Khidr. L’iniziando accede alla Terra di Sesamo e, incontrato Khidr, gli chiede lumi sulla sua natura. Vale riportarne  per intero il dialogo:

 «Mio signore – dissi – vorrei interrogarti sul tuo caso sublime, sulla tua condizione tanto difficile da concepire che le nostre parole si confondono se la vogliamo descrivere, sebbene la gente vi si ostini ciecamente.»

«Io sono – mi disse – la realtà trascendente e io sono quel tenue filo che la rende vicinissima. Sono il segreto dell’uomo nel suo atto di esistere e sono quell’invisibile che è l’oggetto dell’adorazione. Sono il bozzolo che cela le Essenze e la moltitudine dei fili tenui lanciati come mediatori. Sono lo shaykh della natura divina e il guardiano del mondo della natura umana. Mi faccio rappresentazione di ogni concetto e mi faccio manifestazione in ogni dimora. Mi epifanizzo in ogni forma e faccio apparire un ‘segno’ in ogni sura. Il mio caso è di esser l’esoterico, l’insolito. La mia condizione è di essere lo Straniero, il viandante. La mia dimora stabile è la montagna di Qaf. Il mio luogo di sosta è al-A’raf.  Sono colui che è di stanza alla confluenza dei due mari, colui che si tuffa nel fiume del Dove, colui che si abbevera alla sorgente della sorgente. Sono la guida del pesce nel mare della divinità. Sono il segreto dell’embrione e di già porto l’adolescente. Sono colui che ha iniziato Mosè. Sono il Primo e l’Ultimo punto diacritico. Sono il Polo unico che è la somma di tutto: Sono la luce che brilla. Sono la luna piena che si leva. Sono la parola che risolve. Sono il bagliore delle coscienze. Sono il desiderio dei cercatori. (…) Quanto agli altri (…) non hanno nessuna conoscenza di me; non vedono di me alcun vestigio. La loro credenza dogmatica, invece, prende forma per essi in qualcuna delle forme religiose professate dagli uomini. Si parano del mio nome; dipingono sulla loro guancia il mio emblema. Allora l’ignorante, l’inesperto, vi posa il suo sguardo e s’immagina che sia proprio questo che porta il nome di Khidr. Ma che rapporto ha questo con me, cosa vi ho a fare? O piuttosto, che cosa è quella povera coppa in confronto alla mia giara? A meno di dire, è vero che anche questo è una goccia del mio oceano, o un’ora della mia eternità, poiché la sua realtà è fatta d’un filo tenue tra le mie tenuità, e il sentiero seguito da quelli è una via tra le mie vie. Allora in tal senso io sono anche quella stella fallace.»

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