tout-monde

Mi è stato fatto notare che l’ultima frase del post introduttivo “Il tout-monde del migrante come anche il nuovo mondo di ogni generazione è il mondo fatto con tutti i resti, con le tracce di ciò che era mondo quando il mondo era ancora mondo e non lo sapevamo” è piuttosto enigmatica.
Che vuol dire che il mondo era ancora mondo?  E come facevamo a non saperlo? Da un lato questa idea di un mondo ancora ‘mondo’, ancora pieno, vivo, indiviso, tutto, rimanda alla percezione infantile di una possibile unità tra soggetto a oggetto, legata da un lato alla relativa indifferenziazione della coscienza e dall’altro all’immediatezza simbolica delle immagini del mondo e alla forza viva delle predisposizioni archetipiche. Nell’infanzia il mondo ancora parla all’anima e non alle nostre categorizzazioni. Usciti dall’infanzia il vago ricordo di questo ‘mondo ancora mondo’ non ne compensa la perdita. E tuttavia – come per le ‘tracce’ di Glissant, in questo ricordo si cela buona parte della tensione creativa, poetica e religiosa dell’umanità. Del resto oggi la perdita è ancora più radicale, Ci sono nostre esperienze percettive (della città come della natura) che i nostri figli non conosceranno anche se possono accedere e trasformare le loro. Vi è dunque un duplice scarto: 1.Tra l’esperienza del mondo delle generazioni che precedono e la propria. 2.  Tra la percezione di un proprio ‘principio di individuazione’ e le dimensioni collettive ‘date’ nella contingenza dell’epoca in cui veniamo al mondo. Da questo duplice scarto nasce una tensione che aspira a ricomporre la dicotomia tra ciò che è meramente soggettivo e ciò che intuiamo dell’oggettiva  processualità in fieri del mondo.

Questo bisogno di riunificare soggetto e oggetto è chiarita bene da Raimon Panikkar.

«La nuova innocenza non è il sogno ingenuo di voler recuperare il Paradiso perduto. La nuova innocenza rappresenta la guarigione della ferita provocata dalla separazione dell’epistemologia dall’ontologia. Facendo della conoscenza la caccia all’oggetto da parte di un soggetto che deve soltanto controllare che le sue armi (categorie) siano pulite. (…) Ogni conoscenza riflessiva all’interno di un’epistemologia separata da ogni ontologia non è più innocente, ha ferito l’oggetto. (…) La riflessività innocente è quella che senza danneggiare l’oggetto ritorna al soggetto,. La riflessività innocente  avviluppa in uno stesso atto il conoscente e il conosciuto.»

 A partire da questo nuovo paradigma (che si coniuga bene con «nuda vita» e «tout-monde») si può riaccedere a una percezione condivisa e plurale (e anche poetica) del mondo.

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1 Commento

Archiviato in filosofia, intro, narrazioni, nuda vita, quel che resta del mondo

Una risposta a “tout-monde

  1. Vorrei lasciare alcune parole di Chamoiseau, amico e collaboratore di Glissant. Provo una libera traduzione della sua meravigliosa e polimorfica scrittura.
    ” Il vecchio guerriero mi lascia intendere: bisogna, in questo rizoma, costruirsi in flessibilità, innovare in polivalenza, coltivare la propria rapidità di relazioni interne-esterne, integrare il fluido flusso e lo sfuocato, le aleatorie fecondazioni del polline, la dormenza dei semi più pazienti, costruirsi e aprirsi, accogliere e proiettare/progettare, densificarsi e poi allegerirsi, concentrarsi sulla perfezione del gesto senza preoccuparsi della presa…. Alla faccia del programma, piccolo mio: è più una poetica che una resistenza… ”
    “Il vecchio guerriero mi lascia intendere: l’Uno è una delle tendenze del Diverso; il Diverso è una delle mutazioni dell’Uno. L’Unicità è una perversione dell’Unità. Il caos-disordine una perversione del Diverso. C’è una unità umana prendente forma dal Diverso che non è l’Unicità universalizzante. C’è una diversità caotica del mondo che non è il disordine degli integrismi che agiscono… (sospira) … I profeti del futuro annunciano i cambiamenti, propongono politiche, religioni, istituzioni. Va bene… (ride, rimasugli di crepuscolo e d’alba) Ma il mondo si spoglierà sempre di ciò, ad un certo momento, ad un punto che nemmeno si può supporre, là dove lui resta sensibile alle chimiche azzardose del Vivente; sensibile alle nostre resistenze, ai nostri crolli, alle nostre vigliaccherie, ai nostri coraggi (la sua voce si apre come un cielo di plenilunio, e scintilla altrettanto) … Io sento in questo caos che ci rimbalza delle concordanze grandiose, allo stesso tempo probabili e impossibili, incise e cancellate, che mi lasciano indovinare una specie di cammino segreto. Allora, cerchiamo solo di metterci dal lato della Via. Nel cuore di queste forze contrarie, cerchiamo di costruire le nostre resistenze, I nostri equilibri, voglio dire, per meglio conservare lo spirito al di sopra della nostra Terra, nella sua idea superba, toccato dal rumore delle Galassie, e dal di là, per noi stessi, in un mormorio di dolce biguine, porre lungamente la sola questione che valga: IL MONDO HA UN’INTENZIONE?”

    Écrire en pays dominé, Patrick Chamoiseau

    Poche righe di Chamoiseau in un tentativo fluido di traduzione improvvisata.
    Recuperare la Poetica vuol dire vivere nel tout-monde, con lo sguardo del poeta, che cessa di de-finire le cose, uccidendole, portandole al loro ultimo compimento inerte e comincia a farle danzare nel mormorio della dolce biguine affichè le cose parlino, le persone rinascano nei nostri occhi e le tracce-memorie smarrite ritrovino i loro sentieri che conducono alla vita, quasi fossero le antiche vie dei canti australiane, che nel racconto ricreano la cosmogonia originaria e ridanno vita alla terra, altrimenti inerme se privata dela voce dell’uomo che racconta.

    Grazie, come sempre, agli spunti dialoganti di questo blog che veille à écrire en pays dominé.

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