Le Mille e una Notte e il ‘deposito del desiderio’.

Ho pensato a lungo che le Mille e Una Notte rappresentassero una sorta di compensazione al prevalere del verbo coranico, una compensazione in cui la voce dell’ immaginario femminile sopravviveva alla rigida formalizzazione dei dottori della legge. Quando ho cominciato a leggere il Corano mi sono accorto che le cose sono più complesse. I piani si intrecciano senza soluzione di continuità. Sia nel Corano che nelle Notti la dimensione immaginaria rappresenta una connessione indispensabile grazie alla quale il simbolico interpella il reale. Questi poli dell’esperienza psichica dialogano e declinano l’incommensurabilità della condizione sessuata e conscia dell’umano. E le fiabe delle Notti sovente interpellano questa condizione rivendicando una coerenza con la Parola sacra. Come illustra molto bene la fiaba “sirenica” di Abdullah di Terra e Abdullah di Mare.Le storie delle Mille e una Notte sono un po’ tutte sireniche perchè è la meraviglia della narrazione a conquistare il lettore (e il re a cui Sheherazade le racconta). Le fiabe sono fonti di oblio fertile perché non degradano la dimensione della meraviglia costituendola in sistema. La navigazione gratuita del racconto ci illumina sulla possibilità che l’immaginazione e la vita non si escludano a vicenda, che la consapevolezza della precarietà del destino umano non immiserisca il luogo dell’illusione generativa, ovvero dell’investimento pulsionale nella vita. Come dice il Corano stesso: “e li facemmo godere della vita della terra per un tempo.” (XXXVII:148)

Alcune fiabe delle Notti si concludono invece così: “E vissero felici e contenti fino a che li incolse Colei che distrugge le gioie e scioglie le comitive e tutti morirono. Gloria al Vivente che non muore!”

Comunque sia, alcune delle storie che racconta Shehrazade sono veri e propri incontri con il popolo del mare, come nel caso di Abdallah di terra e Abdallah di mare o in quello di Giulnàr la marina.

Le sirene (e i sireni) e il loro mondo fantastico sono rappresentate come credenti in Allah e nel Profeta come e più degli uomini, malgrado  la loro paradossale condizione di umani marini. Il mondo dell’ al-di-là oceanico viene rappresentato come un doppio del nostro, la cui natura  si manifesta sia come apparente replica (“noi non siamo tutti della stessa religione” dice Abdallah di mare, “alcuni di noi sono musulmani, che credono nell’unico dio, altri cristiani, ebrei ecc. e chi si sposa sono massimamente i musulmani”)  che come paradossale contraltare:

“Abdallah di mare gli disse di entrare e quando Abdallah di terra fu dentro, il primo chiamò la propria figliuola che gli si presentò: aveva un viso rotondo come una luna, capelli lunghi, glutei gagliardi, occhi neri come kohl, svelta la vita, ma era completamente nuda e con la coda. Appena vide il proprio padre con Abdallah di terra gli disse – chi è questo scodato che conduci teco?”

Questa descrizione a  un tempo umoristica ed evocativa – è chiaro che il popolo del mare ha risolto felicemente la questione pulsionale – fa da preludio a uno screzio in cui l’uomo e il sireno si separano definitivamente. Ciò avviene quando Abdallah di terra critica i funerali del popolo del mare. Nel mondo capovolto dell’oceano infatti i sireni – come gli irlandesi e i neri di New Orleans – celebrano la dipartita di uno dei loro con feste, canti e banchetti. Sotto il mare i fantasmi di separazione che perturbano l’umano non vestono la morte dei panni della frantumazione psichica. Quando Abdallah di mare scopre che i funerali terreni sono una cosa tanto dolorosa si indigna perché gli sembra che gli umani non apprezzino a dovere il fatto di essere “un deposito di Allah”…

 “E perché dunque non tollerate che Allah si riprenda il proprio deposito e invece ci piangete sopra?”…

 L’efficace  paradosso è il seguente: che la dimensione mitica, fiabesca, immaginale, sirenica conosce meglio della ragione l’importanza di ciò che Dio ha “depositato” o dato in pegno all’uomo. L’uomo “senza coda”, è cieco e ignorante e non sa far buon uso delle pulsioni e della vita.

Questo “deposito divino” è un preciso riferimento a un versetto del Corano:

“Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!” (XXXIII:72)

L’esperienza religiosa mi sembra un labirinto al cui centro si trova la necessità di articolare un rapporto tra  pulsione, desiderio e aspirazione. Se la funzione del dispositivo religioso è di pensare l’impensabile, i mezzi della percezione poetica, visionaria e immaginale donano una nuova leggibilità a un visibile banalizzato.

Questa lettura dell’esperienza religiosa sembra raccontare il transito dalla banalità ripetitiva di una pulsione tutto sommato cieca al desiderio (o aspirazione) che è un apertura trans-oggettuale capace di includere gli oggetti al di là della mera violenza pulsionale.  Al contrario, la visione diabolica sarebbe quella che rendendo l’uomo prigioniero del visibile appiattisce il desiderio sulla pulsione cioè sulla coazione cieca.

Il potenziale della narrazione religiosa costituirebbe dunque un “deposito del desiderio,” o un “tesoro nascosto” che permette all’uomo di riscoprire in sé le chiavi di accesso alle ricchezze di un’aspirazione capace di articolarsi come antropologia che rispetta le proprie scissioni senza esserne vittima.

(Brani tratti dal mio “Il deposito del desiderio” Moretti e Vitali 2007)

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1 Commento

Archiviato in intercultura, narrazioni, spiritualità

Una risposta a “Le Mille e una Notte e il ‘deposito del desiderio’.

  1. lino

    molto interessante… una domanda: mi sembra di cogliere, leggendo il brano, che in parte usi “desiderio” e “aspirazione” come sinonimi, in parte invece li differenzi. Se ho colto bene, potresti spiegarne la differenza? Ciao, Lino

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