Yetzer hara

Ieri ai giardinetti un bimbo di due anni e mezzo s’avvicina a una bimba più piccola, la guarda le fa una mezza carezza e poi le dà un morso. Sarà il rumore assordante della città e delle auto che passano tutt’intorno ad aumentare l’aggressività ma le masnade di bimbi che si accalcano e urlano spingendosi e gridando ‘mio, mio!’ mi sono sembrate particolarmente ‘pulsionali’.

Partirei dalla definizione classica di Freud: “La pulsione (trieb) è il rappresentante psichico dell’istinto. Difficile riassumere in poche parole l’evoluzione del concetto freudiano di trieb. Basti dire che come espressione psichica della libido istintuale di natura sessuale in cerca di sfogo, la “molla” pulsionale o trieb rappresenta già qualcosa di diverso dagli schemi ad azione relativamente fissa propri del comportamento animale. La chiave sta proprio nell’introduzione della parola psiche. La pulsione non è l’istinto ma la sua declinazione psichica, che indica con forza le complessità con cui l’umano affronta l’esperienza della sessualità, della trasmissione, della transitorietà, del potere. Un modo di amplificare in senso interculturale la questione è di sottolineare l’equivalenza omeomorfa con la parola ebraica yetzer che può essere tradotta con ‘fonte di energia creativa di per sé pura”, ma che può essere facilmente contaminata dall’avidità. Yetzer è l’ ‘inclinazione’ – la ‘pulsione’ di vita si potrebbe dire – a dare una determinata forma  alle proprie azioni.  Questa inclinazione diventa Yetzer hara là dove le inclinazioni vengano forgiate nel fuoco delle passioni egoiche. Un altro equivalente è l’anima degli appetiti, l’anima appetitiva della scolastica o la nafs ammara che in arabo sta per ‘l’anima imperiosa dagli appetiti disordinati’.

Le pulsioni – o se si vuole la concupiscentia di Agostino o l’appetito sensitivo di Tommaso d’Aquino –representano in questo senso la tendenza a “oggettivare”, a possedere, a ridurre l’altro a cosa. Come vide bene Jung sarebbe dunque riduttivo voler limitare l’idea di pulsione alla sfera sessuale. Anzi per Jung l’attivazione di questo polo comportava l’attivazione di una compensazione nella sfera dello ‘spirito’. Successivamente Freud distinse dalle pulsioni sessuali le pulsioni di auto-conservazione (che includono  l’aggressività) – come forme di investimento su sé stessi – e d’altro canto ipotizzò l’esistenza di pulsioni ‘parziali’ radicate nella complessità evolutiva della sessualità umana. Più tardi ancora, Freud ampliò la sua riflessione “meta-psicologica” sulle pulsioni, dando cioè risonanza mitica a una rappresentazione che illustrava la dinamica dell pulsioni di Vita e di di Morte, distinguendo da un lato la polarità dell’Eros (che includeva sia la sessualità che l’investimento su sé stessi) e dall’altro la polarità di Thanatos (come ipotetica tensione di ritorno verso la quiete inorganica).

Questa formulazione finale di Freud aggiorna (per altro citandola) la visione del filosofo greco Empedocle che aveva parlato dello Sfairos come di un’immagine sferica della totalità del divenire. Empedocle ricombinava l’attività dei quattro elementi della creazione: acqua terra, aria e fuoco – stiamo parlando del kosmos – a partire dalle dinamiche dell’Amore e dell’Odio, dell’unificazione e della separazione, dell’identificazione e della disidentificazione. Nel suo sistema ogni cambiamento implicava o una ri-combinazione o una dissociazione, a partire dalla qualità unitiva dell’Eros e da quella disgiuntiva dell’Odio, sebbene l’amicizia – come affinità armonica più che unitiva – fosse in grado di vincere entrambe le pulsioni consentendo così allo Sfairos di non essere frammentato dalla lotta degli opposti.

Le pulsioni sono state oggetto di molte riflessioni psicoanalitiche proprio perché non è semplice armonizzarle con le dimensioni del desiderio e dell’aspirazione. Una spinta pulsionale spinge all’azione cieca, ma è proprio la testimonianza psichica della sua incongrua ripetitività che può essere fonte di risveglio. Tornando alla definizione di Freud, il fatto stesso che una pulsione sia ‘psichica’, fonte di angoscia, sintomo, contraddizione riflette la condizione scissa di una umanità che deve fare i conti con la perdita dell’innocenza

La pulsione è anche il luogo privilegiato dove incontriamo il nostro ‘prossimo’ e la nostra propria alterità, e ciò fa sì che la dialettica si riveli insufficiente nella risoluzione dei conflitti. Trieb è dunque umana e fisica (condivisa dalla specie e radicata nella fisiologia) ma anche umana/disumana quando ne percepiamo oscuramente la spinta cieca che ci fa trattare noi stessi o altri come ‘oggetti’.

La tendenza contraddittoria ad  usare e abusare del prossimo proprio nelle relazioni più intime costituisce una delle caratteristiche meno umanizzate dell’umano. Un paradosso che evidentemente non cessa di interpellarci e che inquadra in qualche modo la dinamica spirituale della pulsione. La tradizione biblica rappresenta questa pulsione assimilativa come modalità dell’albero della conoscenza del bene e del male in ovvio contrasto con l’altro albero quello della  conoscenza della vita. La differenza sta precisamente in questo: L’albero sta per il fatto che vivo grazie all’altro e non da me ma che non devo fruire dell’altro come se fosse un mero oggetto d’uso.. Voglio sottolineare a questo proposito l’insight esegetico di una collega francese, Marie Balmary, che credo sia stata la prima a rilevare con l’attenzione fluida propria della miglior psicoanalisi la rilevanza della contiguità di due versetti nel Libro della Genesi.  Mi riferisco al famoso “E il Signore Iddio disse. ‘ Non è bene che l’uomo sia solo, creerò per lui un’aiuto’. (Gen. 2:18) – questo versetto descrive la creazione della donna. Quello immediatamente precedente legge: ‘Di tutti gli alberi del giardino puoi liberamente mangiare, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non mangerai.’ (Gen 2:17). L’orecchio associativo riconosce quanto significativa sia la sequenza. Balmary evidenzia efficacemente che il versetto che proibisce il peccato della conoscenza assimilativa  e valutativa (“in tutto il giardino c’è qualcosa che non va mangiato, che non puoi conoscere e giudicare ”) precede immediatamente  quello che prescrive la creazione della donna. Come se il Creatore dicesse d’un sol fiato: ‘Non assimilare l’altro!’ Veditela con la donna! (o con l’uomo).

Insomma l’altro non deve essere mangiato o assimilato in modo inconscio, dobbiamo sempre nutrirci dell’altro rispettando la sua dignità, non divorarlo, non assimilarlo e renderla simile a noi stessi. Altrimenti questa conoscenza pulsionale (che divora l’altro) te lo farà conoscere secondo la modalità del bene e del male. Nel rovesciamento di questo interdetto abbiamo il versetto della Taittiriya Unanishad: «io che sono cibo mangio il mangiatore di cibo» che andrebbe meditato per ripensare le più diverse cerimonie ‘eucaristiche’ delle varie culture:  “di me puoi mangiare liberamente per conoscere l’interdipendenza di ogni cosa”.


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