Storia di un re tradito

Un’ interpretazione  delle Mille e una Notte deve giocoforza partire dal prologo, dalla cosiddetta storia cornice, quella che introduce la figura di Shehrazade come narratrice di storie che curano. Un re è stato tradito e non può riconoscere la propria colpa. Sheherazade coniuga le mille possibili declinazioni del conflitto tra potere e passione. Da questo conflitto nasce la mille e unesima notte, là dove l’ordine implicito della narrazione trova il suo compimento nel riconoscimento di Sheherazade come regina e salvatrice del regno.

Riassumo brevemente la vicenda.

Re Shahriyar regna con giustizia sulla Cina e sull’India conciliandosi l’amore dei sudditi.  Il tarlo della noia o della nostalgia lo spinge a invitare a corte il fratello minore, Shahzaman, re di Samarcanda. Questi, che già si era incamminato, all’ultimo istante torna alla reggia perché vi ha scordato qualcosa. Scopre così che sua moglie, la regina, lo tradisce con uno schiavo nero. L’invito si rivela dunque disastroso per Shahzaman, e anche per il fratello che, messo sul chi va là, scopre che anche la sua regina lo tradisce, addirittura con quaranta tra schiavi e ancelle.

I due re-fratelli vengono dunque colpiti catastroficamente nei sentimenti e nel cuore della loro identità: mentre però il minore riprende coraggio quando scopre che il maggiore è stato tradito, quest’ultimo, “perso il senno”, annuncia al fratello:

“Vieni, partiamocene, ché a nulla ci serve più il regno, per vedere se a qualcun altro è capitata una cosa analoga alla nostra, altrimenti meglio morire.”

I due incontrano un demone-djinn che tiene prigioniera una giovane donna, la quale, mentre il genio dorme, costringe i due all’amplesso. Si fa poi consegnare i loro anelli e li aggiunge alla propria collana di cinquecentosettantre anelli spiegando: “Questo genio mi ha rapita la notte delle mie nozze; mi ha messo in una scatola, e la scatola nella cassa, con sopra sette catenacci, e mi ha collocata in fondo al mare in tempesta, senza sapere che quando una donna di noi altre vuole una cosa, nulla può sopraffarla.”

Shahriyar commenta: ” – Se costui è un demone e gli è capitato qualcosa di più grave che a noi, ecco di che consolarci… – ”  Questa esperienza gli consente dunque il ritorno all’ordine della corte. Egli rimuove completamente la premessa del racconto della donna prigioniera, cioè che era stata rapita dal genio proprio alla vigilia delle nozze. L’identificazione col genio è così completa che da quel momento ogni notte il re prende con sé una fanciulla vergine, le toglie la verginità e all’alba la uccide. La storia si sarebbe conclusa con questo ‘ginecidio’ se Shehrazade non avesse deciso di ‘intercedere per le figlie dei musulmani.’ Accettando il rischio della condanna a morte, sepolta viva nel Serraglio, essa si accinge come Iside a ricomporre i frammenti del Re.  Con la complicità di una testimone silenziosa, la sorellina Dunyazade, Shehrazade racconta al re, notte dopo notte, le storie che lo guariranno, ridando parola alle donne del regno e senso alla ferita del re. Alla fine delle notti Sherazade presenta  al re i figli che insieme hanno generato e che rappresentano una nuova possibilità di trasmissione. Shariyar la riconosce come sua sposa e regina e  Shazaman a sua volta sposa Dunyazade. Questa ricomposizione illumina il regno poiché la mille e unesima notte fu “radiosa come il giorno”.

Credo che il desiderio di matrimonio – violentemente negato non dalla donna ma dal djinn e che il re non riesce nemmeno a cogliere – rappresenti il bisogno di una narrazione dell’incontro in cui la dignità della differenza femminile, nel suo sentire e nella sua passione, venga finalmente riconosciuto.

Quanto è accaduto tra schiava e djinn  sembrerebbe collocarsi sul doppio versante della scissione. Il genio malvagio può essere interpretato sia come un aspetto scisso del maschile e dello stesso re – un complesso autonomo col quale egli si identifica – sia come un Animus irriducibile e vendicativo che esilia il femminile ferito sul fondo del mare/inconscio o lo umilia nella ripetizione coattiva.

Il tradimento di regine e schiave rivela che l’istituzione del matrimonio come istituzione patriarcale nega un  più profondo matrimonio tra principio maschile e femminile.

Del resto, il tracollo dei re evidenzia che il regno è malato. Tanto malato che il re sente che se non trova qualcun altro “a cui sia accaduta una tale disgrazia, non potrà più regnare”, non potrà cioè consegnare ai figli l’ordine che ha ricevuto dal padre.

Da subito si pone il tema della trasmissione e delle sue difficoltà. Infatti in quest’ottica si può trasmettere solo ciò che coincide con l’ordine stesso; una certa modalità della trasmissione  tenta di escludere ogni dis-ordine perché si fonda sul consenso imposto. Si esclude così il sapere sul sapere, la trasmissione fondata sul valore dell’esperienza. Il valore di ciò che si trasmette si definisce più sul versante della tautologia e del potere (dato che l’unico valore è la sopravvivenza del potere stesso) che su quello etico. Un falso potere che dietro la difesa accanita dell’ordine costituito rivela la propria assenza di controllo.Non molto diversamente da come vanno oggi le cose!

Massimo Recalcati, uno psicoanalista che non si sottrae al confronto con la specificità biopolitica della società contemporanea, sostiene che bisogna individuare nella doppiezza del potere ipermoderno l’essenza del totalitarismo postideologico.

«Da una parte esso si sostiene su una pratica orizzontale del controllo che mostra la capacità di incidenza capillare del potere sulle forme stesse dell’organizzazione della vita, dall’altro il tracollo dell’Ideale e della sua esaltazione ideologica ha generato uno scompaginamento del legame sociale e uno smarrimento diffuso (…) Controllo e assenza di controllo si rincorrono dunque seguendo una circolarità paradossale (…) La clinica contemporanea mette in evidenza proprio questo disorientamento di fondo dei legami sociali: la diffusione epidemica di panico e depressione offre sinteticamente il ritratto di un potere che per un verso agisce sulla vita attraverso strategie di controllo che invadono sempre più la sfera cosiddetta privata e, dall’altra, si rivela però semplicemente assente, impotente ad arginare l’angoscia.» [Recalcati 2010, corsivo mio]

Come si è visto, dal momento che si incrina l’ordine della trasmissione paterna, Shariyar va alla ricerca di una nuova e ‘superiore’ identificazione ideale e trova il demone, che rappresenta in certo qual modo quell’aspetto scisso, ovvero il complesso dissociato su cui si fonda il potere patriarcale. Questa identificazione consolida, con una sorta di insight delirante e perverso, la rimozione della colpa, proiettata sull’intero genere femminile.

L’identificazione con il djinn non può che ricondurre, in una sorta di circolo vizioso, ai significanti della cultura dominante. Il re ricostruisce dunque una pseudo-identità, con un accento di grandiosa negazione (la quotidiana strage delle vergini) sottesa da una profondissima depressione che si rivela nella coazione a far morire i propri investimenti libidici. E’ proprio da questa coazione che lo libererà Sheherazade con con la sua terapia etno-sistemico-narrativa.

Infatti mentre di giorno il re tiene corte, emette giudizi e formula leggi, di notte sembra aver perso la parola. E’ il ‘delirio’ di una donna che detiene il sapere delle storie, ma che parla da morta e racconta per vivere, a liberarlo e a liberare sé stessa dalla condanna a morte. Come agisce allora questa parola femminile? Non ha nemmeno bisogno di chiedere come Parsifal ‘che cosa ti affligge…’, non giudica il re, ma narra, con mille variazioni, i conflitti della passione e della legge,  ridando così parola a regine e schiave, ma anche allo stesso re.

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2 commenti

Archiviato in femminismo, intercultura, narrazioni, quel che resta del mondo

2 risposte a “Storia di un re tradito

  1. Anonimo

    Seguo con interesse il tuo blog. Non avevo mai pensato a sherazade in termine ESN. Ci sognerò su questa notte.

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