Il richiamo della foresta

Non so dire quale fascino a sette anni mi avesse già preso per le storie di cani di Jack London. Una storia in particolare. Un  cane, anzi metà cane metà lupo.Un cane da slitta, che più volte si smarrisce, gettato nel mondo, e deve combattere contro ogni forma di abbandono e crudeltà, perché il mondo di London era quello del darwinismo sociale – la legge di natura in cui sopravvive il più forte. Le difficili interazioni con gli umani, l’addomesticamento, il bisogno fedele, i tradimenti innumerevoli. Alla fine il cane riscopre la propria natura di lupo e sente “il richiamo della foresta”, lascia il suo padrone, l’unico che gli avesse veramente permesso l’affiliazione. Ma quel  richiamo irresistibile lo spinge ad abbandonare il mondo umano, a ritrovare nella foresta una compagna…e il libro si chiude sul mistero di questa liberazione… – su questa fuga? – Su un ritorno all’origine da cui il mondo umano è escluso. Il libro chiude sul branco – o sulla coppia? – dei lupi che corre silenzioso e sempre più lontano  nella neve  dei boschi del Canada – era il Canada? Il Nord Ontario? Da bambino questa scena finale mi dava sempre un brivido, vedevo il cielo del nord luminoso che si apriva sui lupi che correvano verso i monti e sentivo anche il silenzio della foresta in cui era giusto che il lupo si sentisse a casa. Con questo gusto dell’altrove scoperto nel libro tornavo con altrettanto gusto al calduccio della casa di nonna. Forse oscuramente intuivo anche la solitudine e l’angoscia della condizione umana (e delle sue pulsioni) proiettata sulla vicenda da London.  Ma anche  l’intuizione di una liberazione capace di riconciliare – nella foresta – autonomia e dipendenza?

È un tema che Herman Hesse riprese e trasformò a modo suo nel Lupo della Steppa, una delle letture più entusiasmanti della mia adolescenza. Dove la modulazione narrativa restituisce all’altrove della solitudine la possibilità dell’umanità condivisa e una cornice di senso per il desiderio.

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Archiviato in narrazioni, psicoanalisi

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