Narrazioni del desiderio (1)

In psicoanalisi Lacan ci ha offerto una definizione di desiderio che costituisce un enigmatico ‘koan’: “il desiderio è desiderio dell’Altro”. L’enigma è paradossale  perché la frase oscilla tra genitivo oggettivo e soggettivo. Il mio desiderio desidera l’altro e  desidera che l’altro mi desideri. Ma il desiderio altrui può prendere il sopravvento sul mio. Tanto più che il desiderio del bambino nasce in una situazione di notevole dipendenza dalle contingenze sistemiche dell’ambiente. «Questo lo faccio perchè mamma vuole così, per essere da lei desiderato». Precocemente il desiderare si mescola quasi inestricabilmente con il desiderio dell’altro, con i doppi messaggi, con i pattern comunicativi. Vi si assoggetta in parte e questo può complicare molto la questione. Il desiderio diventa complesso, contradditorio, si vincola alle pulsioni, oscilla tra la dipendenza, la ribellione, a volte l’autodistruzione.

La cosa si complica ulteriormente quando la A di altro è maiuscola.  Come soggetto sono afferrato e mosso dalla rete di contingenze significanti (nella terminologia lacaniana l’Altro appunto con la A maiuscola). Ogni contingenza  rimanda sempre a un’altra contingenza e alla Rete complessiva della comunicazione umana (il linguaggio) che esiste prima di me e  garantisce la possibilità di senso (e di malinteso). Noi desideriamo che questa Rete – il Grande Altro –  abbia una sua consistenza proprio perché se da un lato rivela la nostra parzialità e inconsistenza, ‘speriamo’ anche che grazie ad esso noi potremo un giorno ‘consistere’. Tuttavia la consistenza del desiderio umano dipende dalla capacità di trovare una articolazione che lo renda sostenibile proprio là dove (apparentemente) l’Altro di consistenza non ne offre. La creazione è sempre ex nihilo. Per Lacan questo Altro come rete di significanti è in realtà ‘barrato’ – non è caratterizzato dalla ‘consistenza’ che vorremmo che avesse – e ciò pone come orizzonte ultimo del desiderio la capacità creativa di de-siderare, di creare dal nulla il proprio desiderio, di essergli fedele come atto di soggettività vitale. La fonte dell’io desiderante, capace di rinnovare l’inevitabile parzialità del desiderio è il mistero della capacità della vita psichica di costruire una sostenibilità degli affetti, le storie o “illusioni sostenibili” di cui parlava un altro grande psicoanalista,  D.W. Winnicott.

Il desiderio costruisce ponti immaginali alla ricerca di visioni sostenibili ma i ponti devono reggere!

Da dove nasce la resilienza e resistenza del desiderio? Potrebbe essere dall’articolazione di pulsione e aspirazione?

Della pulsione è facile vedere l’ombra: coazione a ripetere, a consumare, ad avere.  Scarico le tensioni per ripristinare la quiete e rinnovo a un tempo l’insoddisfazione. Ma se la pulsione si articola col desiderio non garantisce forse una certa ‘costanza’, un volere corporeo che tende a forme date e irriducibili, là dove la pulsione stessa segna le nostre prime scoperte e già diventa rappresentazione? E forse la pulsione è ancora altro: la presenza degli dei nel ‘reale’ del corpo, la lenta e ripetitiva metabolizzazione delle trame di un ecosistema complesso e invisibile.

Anche dell’aspirazione è facile vedere l’ombra. I guai più grandi nascono proprio dall’idealizzazione del Grande Altro di cui si vuole garantire a tutti costi la consistenza con la credenza (religiosa, ideologica, affettiva). Tutti i totalitarismi sembrano nascere da qui. A noi interessa invece un Grande Altro eckhartiano che sfugge alle nostre categorie e il cui silenzio generativo rivela quanto sia inafferrabile la parola che ci abita, che forma e condiziona la coscienza (e che precedendola la relativizza). Ma questo ci permette anche di dire la nostra, di prendere parola, di raccontare. Da dove nasce l’anima del narrare, la libertà di pensare, il coraggio di testimoniare, l’aspirazione a giustizia o libertà, se non da un quid che ci fa ‘ancora’ desiderare e raccontare malgrado tutto?

Che sia l’ l’intreccio di questa tensione simbolica silenziosa con il ‘proprio così’ muto della pulsione (con la sua forza di ripetizione ‘karmica’) a permettere la consistenza narrativa del desiderio?

Chi è il Soggetto del desiderio?

I famosi versetti sui due uccelli della Mundaka Upanishad sembrano alludere a questo tema con tutta la risonanza specifica dell’induismo:

Due uccelli, stretti amici, sono attaccati allo stesso albero. L’un d’essi mangia dolci fichi, l’altro senza mangiare guarda attentamente. Su un albero uguale lo spirito individuale, imprigionato, soffre, accecato dalla sua impotenza; quando vede l’altro, il Signore Sovrano nella sua soddisfazione e nella sua maestà, è libero dal dolore.

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