Contemplazione e politica [Corbin con Arendt]

Provo a riproporre la questione a partire da due citazioni che mi è capitato di leggere nei giorni scorsi.

La prima di Henri Corbin dice: «E’ la priorità dell’essere sul fare che è fondamento della reciprocità»

La seconda è di Hannah Arendt: ”Anche nei tempi più bui, abbiamo il diritto a un po’ di illuminazione; essa non scaturisce tanto da teorie e concetti quanto dalla luce incerta, tremolante, spesso debole  che taluni uomini e donne nella loro vita come nel loro lavoro, accendono in qualsiasi circostanza e promanano per tutto il tempo concesso loro sulla terra» [1968]

Impossibile non sentire l’eco di quella «debole forza messianica» di cui aveva parlato Walter Benjamin.

Commenta la biografa della Arendt, Elisabeth Young Bruehl: « ‘Nei tempi bui’ – in fisteren Zeiten – è una formula del poeta Bertold Brecht; ci sono azioni malvagie di nuovo genere, ma non sono esse a cagionare il buio. Il buio è ciò che viene quando gli spazi aperti e chiari tra la gente, gli spazi pubblici in cui gli individui possono rivelarsi, sono sfuggiti o evitati; il buio è un atteggiamento carico di odio verso la sfera pubblica, verso la politica.» Ancora la Arendt «La storia conosce molte fasi di tempi bui in cui la sfera pubblica si oscura e il mondo diventa così incerto che gli uomini cessano di chiedere alla politica qualcosa di più del giusto rispetto verso i loro interessi vitali e la loro libertà personale» Su questo ‘qualcosa di più’ ci sarebbe da meditare.

Io credo che la sfida sia quella di conciliare queste due proposizioni apparentemente contradditorie, l’invito alla contemplazione relazionale e quello a una vita activa che generi ‘qualcosa di più’, una luce tremolante e spesso debole. Ecco mi sembra che ciò abbia molto a che fare con quella articolazione di desiderio e aspirazione che cerchiamo.

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2 commenti

Archiviato in fare rete, filosofia, narrazioni, nuda vita, spiritualità

2 risposte a “Contemplazione e politica [Corbin con Arendt]

  1. La luce incerta, tremolante e debole del nostro fare nella vita quatidiana come nel lavoro è tutto ciò che rimane in questo tempo buio agli uomini di buona volontà che hanno abdicato al compito di interagire con le grandi agenzie del potere e hanno riscoperto il sapore della relazione nel microcosmo della nostra piccola ma grandiosa peregrinazione su questa terra.

    • Mi chiedo però se la parola ‘abdicare’ (alla stregua dei ‘rinuncianti’ indiani) ci basti per immaginare una certa sacralità del fare secolare. Per me la parola chiave è quella ontonomica della ‘partecipazione a 360 gradi. Che si può modulare in forme diverse, da quelle degli ‘indignati’ di Occupy Wall Street alla partecipazione interiore delle monache di clausura o alla qualità dell’attenzione al fare quotidiano che giustamente sottolinei. Penso anche al meglio della diaspora tibetana, che si nutre della matrice buddhista per non chiudersi nell’attaccamento rivendicativo ma senza rinunciare alla passione per la giustizia e alla denuncia della sofferenza di un popolo Forse ha ragione Barbara Spinelli che su Repubblica di oggi invita a fare politica con spirito profetico…

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