Nuda vita IV [L’aspirazione migrante]

Seguendo la lezione di Roberto Esposito, ricordo che esistono due parole per vita in greco: bios e zōē. Nella Politica Aristotele le aveva ben distinte: bios era la vita pubblica, la vita della comunità, la vita politica del cittadino con cui l’uomo crea le forme della vita civile. Oggi potremmo tradurre bios con vita politica, vita sociale, vita culturale. Questa parola è poi diventata la radice di tutto ciò che è bio-logico, come se una volta sfumata la distinzione fatta da Aristotele, quando parliamo di vita si debba sempre intendere la vita fisica.

Il concetto di vita fisica in greco non era invece espresso da bios ma da un altro termine che includeva la vita senza qualificazioni in tutte le sue forme. La vita fisica ne era in qualche modo lo specchio. Questo termine era zōē che Aristotele definiva anche come vita economica, cioè vita della famiglia (l’oikos, la casa, da cui deriva appunto la parola economia) e del suo mantenimento e dunque di tutto ciò che ne consente gestione.

La zōē, era intimamente connessa all’idea di sussistenza, allo sforzo dell’individuo per garantire la sopravvivenza familiare a prescindere dalle forme della cultura. Oggi potremmo tradurre zōē nei termini della ‘nuda vita’ di chi deve innanzi tutto sopravvivere. Zōē è indubbiamente anche la vita dell’aspirazione migrante in cerca di condizioni minime di sussistenza. Ma zōē in quanto vita in sé, vita che precede ogni differenziazione e per questo è più grande delle sue forme, è anche la pienezza di vita, vita come radice desiderante dell’aspirazione di vita. Anche oggi i ‘cittadini’ (il cui diritto alla cittadinanza è legato arcaicamente all’eredità del ‘sangue’!)  apparentemente godono del bios culturale, cioè del diritto di partecipare, anche se altre dinamiche sovente lo anestetizzano, lo rendono sostanzialmente virtuale. I ‘migranti’ invece hanno nella lotta per la sussistenza, nell’aspirazione al miglioramento economico per sé e i propri cari, la fonte di ogni percorso di vita. Moltissimi non possono nemmeno pensare a una vita affettiva – a una casa – senza tale miglioramento. La dicotomia tra bios (vita della comunità) e zōē  (nuda vita dell’economia) ai tempi di Aristotele costituiva l’indiscusso fondamento della vita politica mentre oggi – a patto che sia riconosciuta – interpella diversamente le coscienze. Forse la zōē è un ossimoro:  la vita della necessità economica si intreccia con l’aspirazione intrinseca ad essere più che ad avere, aspirazione che tuttavia è radicata nel corpo e nei sistemi umani.

Una volta riconosciuto il dualismo (la scissione?) di fatto tra un’aspirazione di ‘serie A’ –  cercare la pienezza del vivere, partecipare alla vita sociale e culturale – e un’aspirazione di ‘serie B’ – desiderare la sopravvivenza e il miglioramento delle condizioni economiche – forse ci si può iniziare a chiedere se non si tratti di un falso dualismo. In questo senso possiamo già riconoscere nella questione migrante una importante cartina di tornasole di una sfida epocale a ripensare la vita. Paradossalmente proprio la presa in carico prioritaria della ‘vita biologica’ e della ‘sicurezza’ rischia di trasformare le culture come forme-di-vita in divenire, come articolazione di bios e zōē,  in forme scisse di sopravvivenza prive di aspirazione. Alla radice della tensione sicuritaria intravediamo l’offuscamento di due forme dell’aspirazione: l’aspirazione alla libertà (la cui ombra è l’individualismo egoico, il piccolo interesse privato), e l’aspirazione alla comunità e alla trasmissione (la cui ombra è l’immunitarismo che solleva muri per tenere fuori lo “straniero”).

Certo è che per crescere oltre l’indebolimento di un legame sociale dato per costruirne uno desiderato sarà necessario affrontare una serie di sfide: immaginare un’economia che rispetti l’aspirazione al miglioramento economico individuale e familiare ma che al contempo affermi la solidarietà, le opportunità della ‘decrescita’  e le ‘visioni’ alte dell’umano che come dice Glissant spesso benedicono proprio chi vive nelle tracce – più che di una memoria articolata  – di ciò che è andato perso perso. Una politica capace di valorizzare le pari opportunità e la condivisione delle responsabilità (le ‘promesse’) a partire da una partecipazione personale che non si limiti alla delega . Una libertà di pensiero in tutte le aree della ricerca – sia nelle scienze ‘dure’ che in quelle ‘umane’ – capace di ripensare i sistemi e i paradigmi e di nutrirsi di interdisciplinarietà e non solo dei luoghi comuni delle proprie discipline o di iperspecializzazione.

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