Aladino migrante (III)

Abbiamo visto che la tentazione religiosa, nella richiesta del mago seduttore,  è che Aladino si appropri la matrice stessa della luce. Una tentazione che rimanda proprio all’angelo portatore e interprete unico della luce, a Lucifero o Iblis che tentò i progenitori con una simile promessa: «con la mia luce saprete distinguere il bene e il male.» Il mago ricorre a questa tentazione utilitaristica per cercare di rompere l’alleanza tra i djinn e Aladino che in fondo non ha fatto altro che cercare di mettere a buon frutto i vantaggi che la sua speciale relazione con il genio della lampada gli procurava.

In Petit Bodiel, una fiaba iniziatica africana della tradizione fulbe che ci è stata tramandata da Hampate Ba si affronta un tema simile: l’eroe svantaggiato può rovesciare il destino avverso e avvalersi dell’aiuto briccone del suo talismano per umiliare i potenti e arricchirsi, ma fino a un certo punto. Non deve cioè rinunciare alla misura della saggezza, per i soli vantaggi che l’astuzia e la furberia trickster  possono conquistare.

Lo stesso djinn della lampada si ribella e abbandona Aladino che deve attivare risorse del tutto autonome  e assumersi in prima persona il compito di uccidere il secondo mago. In altre parole deve fare a meno del djinn,  cosa che in un contesto islamico assume una tonalità del tutto particolare, come di un’iniziazione finalmente compiuta, di una piena assunzione spirituale della responsabilità umana.

A questo punto Aladino può finalmente regnare tranquillo perché si è appropriato il suo nome. Ala ed din significa, infatti, ‘eccellenza della fede’. Una fede che non si fa corrompere né dalle tentazioni del potere economico né da quelle della seduzione religiosa (che antepone il potere alla spiritualità) e che rifiuta le soluzioni definitive. Quella di Alaeddin sarà  una fede che non pretende di possedere una totalità della comprensione o della rappresentazione.

Volendo considerare le risonanze di questo motivo narrativo nella narrazione migrante dei giovani migranti di oggi (e penso in particolare ai giovani maghrebini) troviamo le seguenti analogie:

I giovani sono a un tempo disillusi e demotivati ma fortemente attratti dalla promessa di merci, benessere e miglioramento economico che il sistema globale invita a desiderare. A partire da questo desiderio, nell’incontro con i djinn  dell’alterità possono attivarsi nuove risorse, inedite creolizzazioni. Si pensi alla rivolta popolare egiziana, nata dai blog e diffusa anche grazie all’uso spregiudicato ed efficace di twitter per connettere quanto accade in piazza al Tahrir con il resto del mondo.

D’altronde, per raggiungere il tesoro della propria ‘signoria’ i giovani devono sconfiggere una duplice seduzione, quella della ricchezza facile e quella di un integralismo che rispetto ai valori più profondi dell’Islam si configura come una sorta di manipolazione della dimensione religiosa.

Queste considerazioni si applicano ovviamente anche ai nostri giovani destinati al precariato, che devono evitare sia lo Scilla della  marginalità ludica e del disimpegno che il Cariddi dell’adesione a pseudo-identitarismi religiosi, ideologici o localisti.

Considerazioni analoghe si applicano anche al saper-fare di una cultura e anche di una cultura della cura. È sottomessa alla logica della performance e del profitto? I suoi utili djinn sono la specializzazione e la nosografia? E quali le  sue ‘idolatrie’ disciplinari?

La qualità di una cultura si declina piuttosto nella capacità di creare vincoli umanizzanti, di armonizzare individuo e collettività, nel propiziare narrazioni possibili e aperte per ognuno. Con l’aiuto ma anche a prescindere dagli dei, dai djinn e dai demoni delle rispettive appartenenze.

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