La leggenda di Khadija e Maometto (Narrazioni del desiderio IV).

Velo e rivelazione

L’usanza del velo non sarebbe originariamente araba ma bizantina (dunque cristiana) e persiana. Prendendo in considerazione la misura delle contaminazioni culturali è impossibile attribuirne la  paternità al Corano o a Maometto, ed è possibile che nelle prime comunità di musulmani il velo si limitasse a ciò di cui parla la sura XXIV nella traduzione di Alessandro Bausani: “Dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare e si coprano i seni d’un velo”.

Una leggenda riportata da Al Tabari riflette simbolicamente sulla questione con ben altra profondità.  Al Tabari mette in scena Maometto in preda ai dubbi: l’angelo della visione che gli annuncia la nuova rivelazione coranica gli appare terrificante ed egli teme la follia.

“Quell’anno Maometto lasciò la montagna e scese da Khadija e le disse: – O Khadija, temo di diventare mattto – Perché? – gli chiese quella – Perché – disse – noto in me stesso i segni dei posseduti; quando cammino sulla via sento voci in ogni pietra e in ogni collina; e nella notte vedo in sogno un essere enorme che si presenta a me, un essere la cui testa tocca il cielo e i cui piedi toccano la terra; non lo conosco e si avvicina a me per afferrarmi(…) Khadija gli disse – Avvertimi se vedi qualcosa del genere – (…) Orbene un giorno, trovandosi in casa con Khadija, Maometto disse: – O Khadija, questo essere ora m’appare, lo vedo. – Khadija si avvicinò a Maometto, si sedette lo prese in grembo e gli disse: – lo vedi ancora? – Sì – rispose. Allora Khadija si sciolse i capelli e disse: – E ora lo vedi? – No – rispose Maometto. Khadija disse: – Rallegrati non si tratta di un demone ma di un angelo.” (Al Tabari 206)

Questa storia evoca il protomito, raccontato nella Genesi – e più diffusamente nel libro apocrifo di Enoch – in cui  gli angeli  (i “figli di Elohim”) prima del diluvio si innamorano delle donne generando con esse mostri e giganti…

E San Paolo ancora raccomanda nella sua epistola ai Corinzi che le donne si velino nel momento della preghiera per via degli angeli: 

“L’uomo non è obbligato a velarsi il capo (…)Egli è la gloria di Elohim. (…) ma la donna deve avere sul proprio capo potere per via degli angeli (…) Giudicate da voi: conviene che una donna preghi Elohim con la testa non velata?(…)per l’uomo è un disonore avere i capelli lunghi ma per la donna i capelli lunghi sono una gloria.” (1. Cor.11: 7-15)

E se simbolicamente  i capelli sembrano rappresentare la forza della personalità ma anche l’identità di genere non può non colpire in questo passaggio una narrazione in cui – se l’uomo come “immagine” di Elohim ne riflette la gloria – la donna possiede – nei propri capelli – una sua gloria ‘autonoma’ che dev’essere velata nel momento della preghiera.

In tutte queste narrazioni l’angelo (o il demone) sembra rappresentare un aspetto dello spirito vulnerabile, sul quale una donna può esercitare un potere  seduttivo. Il desiderio radicato nella corporeità della donna ) rappresenterebbe un pericolo perché situato su coordinate altre e autonome rispetto a un’aspirazione astratta e disincarnata: quindi efficaci nel rivelarne la debolezza. Proprio perché, secondo la tradizione, la condizione angelica non prevede redenzione e apprendimento ma obbedienza partecipe, con questa disobbedienza spirituale gli angeli di cui ci racconta la Genesi “cadendo” portano l’assoluto nella seduzione e nella materia. E tuttavia Khadija sa che l’angelo a cui si può prestar fede,  l’angelo della rivelazione coranica e dell’annuciazione a Maria, Gabriele, rispetterà il suo disvelamento, non cadrà in tentazione, non proietterà l’assoluto nel parziale, pur comprendendo il mistero e la superiorità del parziale.  E significherà questo rispetto non interferendo con la coppia umana.

Siamo dunque nell’ambito tempiterno della ierostoria. La storia  di Khadija ci dice che la “verità” della Rivelazione trova la sua conferma grazie al disvelamento di una donna che mette consapevolmente alla prova un angelo. Quasi che in questa “tentazione” si celasse tutto il discrimine e il sapere sulla condizione angelica, sugli angeli ubbidienti e su quelli che si perdono. Ma anche lo statuto di un desiderio capace di coniugare aspirazione e lealtà –  e dunque della conoscenza sessuata  che nasce dall’incontro tra maschile e femminile.

Maometto vede l’angelo: Khadidja no. Tuttavia la donna sa qualcosa di come l’invisibile agisce. 

Se Maometto fa fatica a qualificare ciò che vede, Khadija dal canto suo crede in ciò che non vede. Si capisce allora come Maometto debba passare da lei per verificare la propria esperienza. Dunque anche nell’Islam, l’uomo, per credere,  «deve passare dalla fede di una donna»  donna che evidentemente dispone di un sapere sulla verità (e sull’illusione) che precede ed eccede lo stesso sapere del fondatore. Come è stato detto, questo sapere femminile “verifica” la verità del profeta! O trovando altre parole: l’uomo è abitato dall’alterità, ma senza la donna – specchio della sua anima – non lo può sapere.

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