Mago nero Mago bianco (ancora su pulsione e aspirazione)

Nel mio libro sul “deposito del desiderio” ho preso in considerazione le amplificazioni di un importante versetto coranico:

“Noi abbiamo proposto il Deposito ai Cieli, alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e ne ebbero paura. Ma se ne caricò l’Uomo e l’uomo è ingiusto e di ogni legge ignaro!” (XXXIII:72)

In molte delle tradizioni dell’Islam è questo il verso chiave che giustifica la necessità di una ermeneutica del testo sacro. Ciò che è stato affidato all’Uomo è un mistero non ancora compiuto, qualcosa che per compiersi necessita  dell’opera umana. Come nella parabola evangelica dei talenti. O come disse Nicola Cusano: l’uomo è la parte incompiuta della creazione.

Alessandro Bausani, autorevole studioso di islamistica e iranistica e autore di una classica traduzione italiana del Corano rileva che  questo passo presenta una singolare affinità con un mito del Niger.

Il Dio creatore chiese alle pietre “volete avere bambini e poi morire?” . Esse risposero negativamente e così esse sono eterne ma sterili, al contrario degli uomini che muoiono ma sono fecondi. 

Il deposito in questo caso sarebbe associato al rapporto tra mortalità e sessualità. Tuttavia è necessario aggiungere che – poiché anche piante e animali sono fertili – la ricchezza della differenziazione biologica si completa come “deposito divino” nella singolare specificità esistenziale della consapevolezza umana.

I miti di creazione sovente articolano il rapporto tra pulsione e aspirazione. Secondo una tradizione islamica la prima parte del corpo umano creata da Dio fu il sesso. Nell’albero delle sefirot della Cabala ebraica Yesod – il fondamento – è ugualmente un analogo della sessualità. Al Qortobî, uno degli autori di riferimento dell’esegesi coranica racconta così la creazione: Allah disse: “questo è il mio deposito, ve lo confido” e l’esegeta aggiunge “perché il sesso è un deposito.” Il termine arabo per deposito – Amânatum – ha la medesima radice dell’ebraico Amen, e indica quesl “sì” e quel “così sia” con cui l’uomo accetta con dignità ma per certi versi ciecamente la condizione umana. Un sì paradossale perché l’assenso alla sessualità e al contempo alla precarietà esistenziale è un vero e proprio salto nel buio (quella del punto cieco è una classica metafora per indicare il sesso nella lingua araba). Esistono altre versioni del  mito di creazione dell’uomo in cui Satana si divertì a entrare e uscire da ogni orifizio del corpo primitivo d’argilla dell’uomo prima che Dio vi insufflasse l’anima. Nei numerosi trattati sull’anima dei filosofi arabi, la natura dell’uomo attraversata dall’arbitrarietà pulsionale verrà appunto contenuta e inquadrata dalle sue tre funzioni fondamentali, percezione, immaginazione e intelletto.

 Questa traccia mi sembra fertile: il dialogo interculturale trova un terreno di confronto sulle “trame di liberazione” là dove immagina un’articolazione tra  pulsione, mancanza e coscienza, tra rischio dell’amore ed esperienza religiosa, tra distruttività e trasformazione. In questo contesto è indubbio che nessuna prospettiva univoca ha ancora saputo risolvere il problema del “deposito divino” che solo l’uomo si può assumere grazie a una coscienza – bisogna pur dirlo – un po’ cieca.

Detto in termini più psicoanalitici, l’articolazione tra il logos umano e la Cosa pulsionale passa per quell’aspetto dell’immaginario che la mistica islamica ha esplorato a fondo e che Corbin e Hillman hanno avuto il merito di restituirci: la dimensione immaginale.

La leggenda islamica secondo cui la terra di Adamo viene animata dal soffio divino, dopo che il soffio demonico è spirato per tutti i suoi orifizi racconta il difficile confronto tra Spirito e Pulsione che anima le rappresentazioni archetipiche dell’esperienza religiosa. Altre narrazioni mistiche parlano del rapporto tra amore umano e amore mistico. Nella mistica islamica le prove amorose spesso vengono rappresentate come la prova del deserto  e della nostalgia per il divino. Rimanendo dunque nel mio orticello vi ripropongo un brano  tratto dall’Archetipo  dello Spirito nella fiaba in cui Jung ci racconta il sogno di un giovane teologo che ha una tonalità decisamente fiabesca:

 Il giovane sogna un Mago Bianco – una sublime figura ieratica di vecchio saggio vestito di nero. Egli parla a lungo col giovane concludendo con le parole “Ma per questo avremo bisogno del Mago Nero”. In quel mentre si apre la porta ed entra un secondo vecchio simile al primo ma vestito di bianco. E’ il Mago Nero che dice al Mago Bianco: “Ho bisogno del tuo consiglio,” gettando però una occhiata dubbiosa verso il sognatore. Il Mago Bianco replica: “Puoi parlare liberamente è un innocente.” Il Mago Nero allora racconta la sua storia. Egli giunge da una terra lontana dove era successo qualcosa di straordinario. La terra era governata da un vecchio re che sentiva vicina la sua fine. Il re aveva cercato una tomba adeguata e poiché nella sua terra esistevano molte tombe dei tempi antichi egli si era scelto la più bella. Secondo la leggenda vi era stata sepolta una vergine… Il re aveva fatto aprire la tomba per prepararla. Ma quando le ossa erano state riportate alla luce esse avevano preso vita e si erano mutate in un cavallo nero che era fuggito al gran galoppo. Dopo aver udito questa storia il mago nero si era lanciato all’inseguimento del  cavallo. Dopo aver trascorso molti giorni a inseguirne le traccie era giunto ai margini del deserto. Lo aveva attraversato da un’estremità all’altra sino a uscirne finalmente in una contrada fertile. In quei pascoli aveva visto il cavallo nero pascolare tranquillo. Il Mago Nero era venuto a cosultare il Mago Bianco perché là aveva anche scoperto le perdute chiavi del Paradiso e nessuno sapeva cosa farne.

 Jung aggiunge che il sognatore si trova a dover fare i conti con

 “l’incertezza di ogni valutazione morale, con la sconvolgente interazione di bene e male e con l’impietoso concatenamento di colpa, sofferenza e redenzione. Questa via verso l’esperienza religiosa primordiale è quella giusta ma quanti la riconoscono?  E’ come una piccola voce tranquilla e parla da lontano. E’ ambigua, controversa, oscura, presagio di pericoli e avventure incerte; una via affilata come un rasoio, da perseguire solo per amore di Dio, senza sicurezze e senza crismi legittimanti.”

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