Il medico delle fiabe

Dal Manifesto del 22 dicembre segnalo questo bell’articolo di Cinzia Gubbini

Cantante dei Têtes de Bois e scrittore, Andrea Satta fa anche il pediatra nella provincia romana, dove cura soprattutto i bambini degli immigrati. Qui il suo studio è diventato un luogo di scambio e integrazione, in cui le mamme si ritrovano per condividere le favole della loro infanzia. L’esperimento è riuscito. Ed è diventato un libro: «Ci sarà una volta» Dietro la porta colore blu del mare c’è un ambiente confortevole: le sedie pitturate di fresco, la grandissima piscina piena di palline per giocare – il sogno di ogni bambino. Tutto è pulito e in ordine. La scrivania del dottore, poi, non ha nulla di asettico e rigoroso, esplode di colori e persino di luci. Il posto giusto per distrarsi quanto basta e lasciarsi manipolare un po’, come ogni visita medica richiede. Non che ci sia tutta questa psicologia dietro alla voglia di far bene il proprio mestiere del dottor Andrea Satta, il medico dei bambini di Valmontone, in provincia di Roma. Ma la cura che ha messo nel creare il “nido” in cui accogliere i suoi pazienti, ha molto a che fare con tutto ciò che ne è scaturito: l’idea che un pediatra non debba occuparsi solo della salute psico-fisica dei bambini, ma che cogliendo il suggerimento nascosto nella definizione della specializzazione medica («pediatria preventiva e sociale»), dovrebbe allungare lo sguardo fino all’ambiente in cui cresce e si sviluppa il bambino. E i suoi genitori, ovviamente. E se quell’ambiente è isolato, asfittico, emarginato, allora bisogna metaforicamente aprire le finestre e far circolare aria – che d’altronde è uno dei primi e più importanti consigli che dispensano i pediatri per la salute dei bambini. Banalmente sentirsi il più possibile a casa propria, anche quando la famiglia viene da paesi lontani. Se nel frattempo a qualcuno è venuto in mente che, guarda un po’, Andrea Satta è anche il nome del cantante dei Têtes de Bois – il gruppo musicale italiano che vanta la vittoria di ben due premi Tenco – ha indovinato. L’interprete roco e un po’ arruffato di Avanti Pop e il dottore dei bambini di Valmontone – rigorosamente senza camice – sono la stessa persona. Quando si chiede ad Andrea Satta se si senta più pediatra o più cantante, preferisce non rispondere, beatamente in equilibrio com’è tra le due arti. Da una parte del filo la musica, dal’altra la medicina. Veri professionisti del settore, antichi e moderni, vi direbbero d’altronde che per riuscire in entrambi i campi, per essere davvero un bravo musicista o un bravo medico, è necessario frequentare la musa della poesia. Non c’è niente da fare: un medico può aver imparato a memoria molte formule, e conoscere tutti i processi chimici che fanno funzionare il corpo. Ma se non ha uno sguardo poetico, e se non è capace di entrare in connessione empatica con il paziente, in genere non è un bravo medico. Soprattutto un medico di base, che deve saper entrare nella casa delle persone, sapersi prendere cura della loro salute in senso globale. Lo stesso dicasi del bravo musicista , che dovrebbe saper andare aldilà del mero virtuosismo. Anche in bicicletta, ovviamente Che in Andrea Satta alberghi il genio della poesia ve lo può dire chiunque lo abbia incontrato. La prova si cela anche dietro aspetti strettamente pratici: è uno che abita a Roma ma ha deciso di lavorare a Valmontone perché – dopo aver vinto il concorso pubblico, e di fronte alla possibilità di scegliere dove operare – non si è orientato in base alla sede più comoda, ma a quella dove secondo lui sarebbero potute capitare cose più significative. E siccome suo papà, in tempi lontani, aveva insegnato francese a Valmontone, lo ha interpretato come un indiscutibile segno. Quindi ogni mattina Satta parte da Roma e raggiunge la sua sede di lavoro: 100 chilometri andata e ritorno. Qualche volta l’autore di Goodbike se la fa anche in bicicletta, ovviamente. Difficile? Un po’ da pazzi? «Non mi pare, mi trovo benissimo, lo faccio da dieci anni», risponde. Le tournée, la sua vita da cantante, i mille progetti artistici in cui gli piace invischiarsi, li concilia con incredibile leggerezza con la professione di pediatra della Asl: sfrutta i fine-settimana, le sue vacanze. E intanto il suo cellulare squilla, anche ben dopo l’orario dei pasti serali: «Due gocce per ogni chilo di peso, e stia tranquilla, ci vediamo a studio». Sono le mamme dei suoi piccoli pazienti, tutte in possesso del numero di cellulare del dottore, ça va sans dire. «Sì, perché no. Se non posso rispondere le richiamo, per me è più comodo così». Già, perché no? Dunque un giorno, il dottor Andrea Satta mentre visita il piccolo Mohammed e chiacchiera con la sua mamma, sente questo discorso: «Sa, dottore, lei è l’unica persona con cui riesco a scambiare qualche parola. Abito qui da otto anni, e non conosco nessuno». Naturalmente Satta non la prende come una banale confidenza, ma come una richiesta di aiuto. Di più, come il palesarsi di una evidente stortura dei nostri tempi: sfoglia tutte le schede dei suoi piccoli pazienti, scopre che provengono addirittura da trentacinque paesi. Nella piccola Valmontone c’è un mondo, ma questo mondo non si parla. Il potenziale, però, è enorme. È come un tesoro chiuso in un forziere di cui qualcuno ha buttato via la chiave. Qual è la formula magica per farlo aprire, come si può far comprendere alle persone che hanno molto in comune, e che metterlo insieme significa vedere e sentire posti lontani, conoscere culture e sapori, e alla fine convivere meglio nella stessa fetta di terra? La poesia, naturalmente, può essere di aiuto. Ma in quella forma elementare che abbiamo imparato da bambini, a tutte le latitudini e in ogni tempo: la favola. Così il dottor Andrea Satta decide di chiedere ad alcune mamme dei suoi pazienti, italiane e straniere, di vedersi una volta al mese per raccontarsi delle favole. Meglio, per raccontare la favola con cui si addormentavano da piccole. Il dottore mette a disposizione il suo studio, accogliente, rassicurante. Lui è sempre presente, con la sua autorevolezza conduce “il gioco”, che all’inizio potrebbe persino sembrare una terapia di gruppo, ma con il tempo diventa sempre meno ingessato, sempre più partecipato, e adesso sì, sempre più terapeutico. Alle mamme tocca la parte più difficile. Una si alza, ha vicino a sé una lampada. Le altre siedono in cerchio insieme ai loro figli – chi si scoccia può andare a disegnare, per i più piccoli c’è la sempre strategica piscina di palline. La donna in piedi comincia a raccontare, nella sua lingua di origine: serbo, arabo, russo, spagnolo, portoghese, lingue articolate nelle declinazioni dei vari paesi. Ogni tanto traduce in italiano, per permettere a tutti di seguire la storia – anche se parte fondamentale dell’ascoltare, in questo caso, è proprio la disponibilità ad apprezzare musicalità diverse dalle proprie. Il bello, però, in effetti arriva proprio con la traduzione. Perché quelle nenie che possono sembrare criptiche, lontane, incomprensibili, forse addirittura spaventose – le menti dei bambini sono maestre dell’amplificazione – quando vengono travasate nella lingua comune si rivelano simili, a volte persino uguali, alle favole che conosciamo. Come quella fiaba nigeriana, così simile alla “nostra” storia della capra, del cavolo e del lupo. Solo che il cavolo è un casco di banane e il lupo un feroce leone. Aperitivo da mille e una notte Che le fiabe si strutturino secondo uno schema, e che certi miti abbiano contagiato nei secoli culture diverse, ce lo hanno insegnato da tempo. Ma scoprire nella penombra dello studio del tuo pediatra che la mamma del compagno di banco di tuo figlio – anche se porta il velo e parla strano – da piccola si addormentava con la tua stessa favola, è uno strumento di integrazione più immediato e più efficace di mille convegni sulle similitudine tra culture. E dopo il racconto delle fiabe, l’aperitivo. All’inizio il dottor Satta portava pizze e bevande per facilitare la “chiacchiera” di gruppo. Poi le mamme hanno cominciato a portare chi il cous cous, chi il dolcetto tipico, chi il ciambellone fatto in casa. Cosicché pure l’aperitivo è diventato da mille e una notte. Questa esperienza, che è iniziata due anni fa, ora è diventata un libro che racchiude tutte le favole raccontate dalle mamme di Valmontone. Si chiama Ci sarà una volta (Infinito edizioni), costa 12 euro e tutto il ricavato sarà devoluto per un progetto di Emergency in Africa. Come spesso gli capita, Andrea Satta è riuscito a coinvolgere varie “menti”, per dare una marcia in più al libro: la prefazione è di Dario Vergassola, le illustrazioni di Sergio Staino, l’introduzione di Moni Ovadia che regala anche una favola. «L’ho scritto – spiega Satta – perché vorrei che questo progetto si moltiplicasse in tutta Italia. I presìdi pediatrici possono essere dei luoghi non sospetti per avviare una comunicazione vera e utile tra le famiglie che condividono uno stesso territorio, ma che spesso non hanno occasione di incontrarsi. Si possono trovare anche altri modi – suggerisce Satta – si potrebbe scegliere il gioco che si faceva da piccoli piuttosto che la favola con cui ci si addormentava. Anche se credo che le fiabe abbiano una potenza comunicativa difficile da replicare». Ma i risultati? Ci sono. Intanto, lo si vede dal numero dei partecipanti, che cresce. E poi dal fatto che la mamma di Mohammed non si sente più sola come prima; ora quando va a prendere il figlio fuori da scuola, o al parco, scambia due parole con le sue «colleghe mamme». E non è solo questione di solitudine, pensateci un po’: «Adesso so dove vendono i pannolini più convenienti», ha fatto sapere al dottore. E lui ha capito che la signora è ormai parte della città.

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