Radici e rizomi (1)

Maurizio Bettini, che si occupa di antropologia del mondo antico ha scritto  ‘contro il mito delle radici’, su Repubblica del 24 gennaio.  Bettini dice tra l’altro: «Le immagini non sono oggetti neutri… ciò che definiamo metafora non è solo un ornamento del discorso, è anche un potente strumento conoscitivo. Così accade anche nel caso delle radici. Questa immagine ha infatti la capacità di suggestionare fortemente qualsiasi discorso su identità e tradizione, e per un motivo abbastanza semplice: in un campo così astratto come quello delle determinazioni filosofiche o antropologiche , l’immagine delle radici permette di sostituire il ragionamento direttamente con una visione. Diceva già Cicerone nell’Oratore “ogni metafora… agisce direttamente sui sensi e sopratutto su quello della vista che è il più acuto…le metafore che si riferiscono alla vista sono molto più efficaci, perché pongono al cospetto dell’anima ciò che non potremmo né distinguere né vedere”. Nessuno ha mai visto la propria tradizione, tantomeno avrà visto la propria identità, ma tutti nella loro vita hanno visto delle radici. (…) Inutile dire che il ricorso alla metafora arboricola punta a questo scopo: costruire un vero e proprio dispositivo di autorità, che, attraverso i contenuti evocati dall’immagine, si alimenta di nuclei semantici forti quali la vita, la natura e la necessità biologica. Selezionando alcuni momenti della nostra storia culturale a scapito di altri (…) e presentandoli sotto l’immagine di radici si attribuisce loro l’autorevolezza che promana dalla natura, dalla necessità biologica e così via. Una volta che questo dispositivo di autorità sia stato messo in movimento, la conseguenza non può che essere la seguente: l’identità culturale predicata attraverso la metafora delle radici viene estesa a un intero gruppo, indipendentemente dalla volontà dei singoli. Un ramo può forse decidere di non appartenere all’albero con cui condivide le radici o addirittura di non essere un ramo? Una volta ‘radicati’ in una certa tradizione, scelgiere autonomamente la propria identità culturale diventa impossibile, ci si può solo riconoscere in qualla che gli altri hanno costruito per noi.»

Deleuze e Guattari avevano già posto il problema più di 30 anni fa in Mille piani: «E’ strano come l’albero abbia dominato la realtà dell’Occidente e tutto il suo pensiero, dalla botanica alla biologia, passando per l’anatomia, ma anche la gnoseologia, la teologia, l’ontologia, tutta la filosofia….: il fondamento radice: grund, roots e foundations. L’Occidnewte ha un rapporto privilegiato con la foresta e il disboscamento.»

Da Mille piani in poi molti hanno ripreso la loro immagine di rizoma. (Ma Deleuze e Guattari mettono in guardia: non opponete dualisticamente il rizoma alla radice!)   il rizoma è uno stelo sotterraneo, una radice orizzontale che connette imprevedibilmente elementi eterogenei e che gli autori mettono in relazione all’idea di evoluzione aparallela, di deterritorializzazione, di rottura asignificante (viene in mente la sincronicità junghiana come principio di connessione acausale). Il rizoma è l’opposto di una struttura è un sistema adualistico di «connessione ed eterogenità» che pure rivela un piano di consistenza.

Deleuze e Guattari fanno pensare da un lato alle libere associazioni creative dei loro padri surrealisti e dall’altro si riferiscono esplicitamente alle esplorazioni laterali (abduzioni) e alla riflessione epistemologiche di Bateson sui sistemi.

«Un rizoma è fatto di piani. Gregory Bateson si serve della parola piano per designare qualcosa di molto particolare: una regione continua o di intensità, che vibra su sé stessa e si sviluppa evitando ogni orientamento su un punto culminante o fine esterno.»

In altre parole un principio sistemico emergente che non può essere definito a priori a partire da principi di causalità lineare.

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