Mercati di morte e poetiche creole (radici e rizomi 2)

Prendo spunto dall’importante articolo di Stefano Rodotà (su Repubblica di oggi), come sempre attento ai temi della biopolitica e della nuda vita. eccone l’incipit:

«NELLA frenetica ricerca di nuovi “prodotti finanziari”, con i quali continuare ad intossicare il mercato, la riverita Deutsche Bank ha superato ogni limite, facendo diventare la vita stessa delle persone oggetto di speculazione. Il caso si può così riassumere. Si individua negli Stati Uniti un gruppo di cinquecento persone tra i 72 e gli 85 anni, si raccolgono con il loro consenso le informazioni sulle condizioni di salute, e si propone di investire sulla durata delle loro vite. Più rapidi sono i decessi, maggiore è il guadagno dell´investitore, mentre il profitto della banca cresce con la sopravvivenza delle persone appartenenti al campione. Sono così nati quelli che qualcuno ha definito i “bond morte”.
Molte sono state le reazioni: la stessa Associazione delle banche tedesche ha detto che «il modello finanziario di questo fondo è contrario alla nostra morale e alla dignità umana». Ma il fatto rimane, segno inquietante di che cosa stiano diventando i nostri tempi. La vita entra senza riserve a far parte del mercato, è puro oggetto di calcolo probabilistico, è consegnata a uno dei tanti algoritmi che ormai regolano la nostra esistenza. E tutto diventa ancor più inquietante se si guarda alla composizione del campione. Si scommette sugli anziani, un gruppo che già conosce forme crescenti di discriminazione, con l´esclusione della gratuità di taluni farmaci e con il divieto di accesso ad una serie di trattamenti sanitari.
 Non più produttiva, la vita degli anziani diventa “vita di scarto”, la loro dotazione di diritti si impoverisce, appare incompatibile con la logica dell´economia. Si scivola verso un “grado zero” dell´esistenza, con il trascorrere degli anni si entra in un´area nella quale si è sempre meno “persone”, disponibili come di uno dei tanti oggetti con i quali si costruiscono i prodotti finanziari. Tra il mondo delle persone e quello delle cose non vi sono più confini, si stabilisce un perverso continuum.»

La finanza si rivela qui platealmente come un’istituzione di morte che scommette sulla morte. Probabilmente ogni ‘bolla finanziaria’  che scommette su un improbabile o imprevedibile futuro è animata dalla medesima pulsione, per povertà di intenti, perché incapace di immaginare la vita. Come già citato in un precedente post David Graeber ha evidenziato la connessione tra fallimento dell’immaginazione e la logica cieca e mortifera del ‘mercato’.

«Questo apparato» scrive Graeber in un articolo pubblicato da Loop – «esiste per fare a brandelli e polverizzare l’immaginazione umana, per distruggere qualsiasi possibilità di raffigurarsi alternative future. Di conseguenza, ci è unicamente consentito immaginare sempre più denaro e spirali di debito completamente fuori controllo. Che cos’è il debito, dopo tutto, se non soldi immaginari il cui valore può essere realizzato soltanto nel futuro: profitti futuri, ricavi dello sfruttamento di lavoratori non ancora nati. Il capitale finanziario è il commercio di questi profitti futuri immaginari; una volta assunto che il capitalismo sia eterno, l’unico tipo di democrazia economica concepibile è la libertà ugualmente concessa a ognuno di investire nel mercato, di afferrare il proprio pezzo nel gioco dell’acquisto e vendita di profitti futuri immaginari, anche se parte di quei profitti saranno estratti dal suo stesso lavoro. La libertà è diventata il diritto ad avere una parte del provento del proprio asservimento permanente. E, dato che la bolla è stata costruita sulla distruzione del futuro, una volta che questa è esplosa il futuro stesso si è rivelato essere, almeno per il momento, semplicemente il nulla.»

Nel 1992 il poeta Octavio Paz (in L’altra voce: poesia e fine secolo)  diceva che l’altra voce, quella della poesia poteva resuscitare e rendere presente certe realtà sepolte. «L’altra voce – scriveva Paz – è quella dell’uomo che dorme in fondo a ogni uomo» e aggiungeva «al di là del destino che l’avvenire riserverà agli uomini, una cosa mi sembra evidente: l’istituzione del mercato, ora al suo apogeo è condannata a cambiare. Non è eterna. Nessuna creazione umana lo è. Ignoro se sarà cambiata dalla saggezza degli uomini, sotituita da un’altra istituzione più perfezionata, o se sarà distrutta dai propri eccessi e dalle proprie contraddizioni. » La distruzione del mondo e lo spreco delle risorse, continuava Paz,  è legata all’insana semplificazione che ingiunge ad aumentare i consumi (e le bolle immaginarie basate su possibili futuri consumi) per incrementare la produzione. Ma che c’entra la poesia? «Il modo di operare del pensiero poetico consiste, essenzialmente, nella facoltà di mettere in relazione realtà opposte o dissimili» (cfr il post su radici e rizomi). «Tutte le forme poetiche e tutte le figure del linguaggio possiedono un tratto comune: cercano e con frequenza scoprono similitudini occulte fra oggetti differenti: Nei casi più estremi uniscono gli opposti (…) Specchio della fraternità cosmica, una poesia è un modello di ciò che potrebbe essere la società umana. Di fronte alla distruzione della natura, mostra la fraternità fra gli astri e le particelle, le sostanze chimiche e la coscienza. La poesia esercita la nostra immaginazione e così ci insegna a riconoscere le differenze e a scoprire le somiglianze. L’universo è un tessuto vivo di affinità e opposizioni. Prova vivente della fraternità umana, la poesia è l’antidoto alla tecnica e al mercato…. Niente di più? Niente di meno:»

 Edouard Glissant si esprimerà in termini analoghi e parlerà della «lunga e permanente riparazione che gli immaginari di tutti – che si modificano circolando –  annunciano e preparano» dato che «l’immaginario del mio luogo è legato alla realtà immaginabile dei luoghi del mondo» annuncio della totalità di un mondo solidale nelle sue differenze. E che se i popoli dominati possono nutrirsi di alienazioni come le rappresentazioni convenzionali di immaginari ‘paradisi migratori’,  sono anche «i popoli più facilmente o derisoriamente o assolutamente oppressi che concepiscono nel modo più avanzato i necessari superamenti dei particolarismi settari.»

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2 commenti

Archiviato in arte, narrativa, narrazioni, nuda vita, politica, quel che resta del mondo

2 risposte a “Mercati di morte e poetiche creole (radici e rizomi 2)

  1. …Mi ha fatto venire in mente, in una libera associazione, il capitolo dell’ultimo saggio di Glissant (Une nouvelle région du monde) che si intitola “La memoria è innumerabile ma condivisa, l’oblio è un’arma senza grazia”.
    Glissant dice: “Ma noi sappiamo oggi che la cecità calcolata degli imprenditori era altrettanto fatale a loro stessi, quanto lo era per i loro lavoratori. Non potete, senza rischio né preoccupazione, non vedere il mondo che attraversate e del quale vi approfittate. Più vi irrigidite a confinarne la conoscenza a ciò che voi chiamate l’oggettività, o della cronaca o scientifica o dei varietà da intrattenimento, che vi permette anche di assicurare e manifestare con trionfo posizioni visibili di superiorità, lo sfavillio delle esposizioni coloniali universali, e si si si voi avete concepito sia l’Essere che l’essente, e più questo Tutto-mondo vi imporrà l’irresistibile immaginario della sua Relazione”.
    Une nouvelle région du monde, ed Gallimard, pag. 156,157.

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