Radici e rizomi 3


In uno dei suoi ultimissimi sogni Jung racconta di trovarsi avvolto dalle radici rizomatiche che partono da un quadrato di alberi: “Un gruppo di piante fatte di radici fibrose e disposte a quadrato è uscito dal suolo. Tra le radici splendevano fili d’oro.”

In Ricordi sogni e riflessioni, la sua (parziale) autobiografia, aveva scritto: «La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un’estate, e poi appassisce, apparizione effimera. Quando riflettiamo sull’incessante sorgere e decadere della vita e delle civiltà, non possiamo sottrarci a un’impressione di assoluta nullità: ma io non ho perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura» (da Ricordi sogni riflessioni).

C’è anche il suo famoso ‘sogno di Liverpool. Liver-pool è la  pozza, il laghetto, la fontana del ‘fegato’ cioé della vita e il sogno che gli diede il fegato, la forza – in un momento di grande solitudine e disorientamento – di proseguire nel suo cammino di differenziazione da Freud. Interpretato come sogno mandalico – come scoperta del Sé-centro – in realtà è anche un sogno rizomatico e frattalico in cui i centri sono molteplici e la circonferenza incommensurabile! E questa complessità ontonomica sembra – nelle associazioni del sogno includere vivi e morti, radici (Basilea) e rizomi…

“Ero a  Liverpool. Con altri svizzeri — diciamo una mezza dozzina — camminavo per le strade buie. L’impressione è che stessimo risalendo dal porto e che la città vera e propria si trovasse di sopra nella zona collinare. Mi ricordava Basilea dove il mercato è in basso, e di lì si si sale per la Totengässchen (il vicolo dei morti) fin su un altopiano dove sono la Petersplatz e la PetersKirche. Quando arrivammo in alto, trovammo una grande piazza, fiocamente illuminata dai lampioni, in cui convergevano molte strade. I vari quartieri della città erano organizzati a raggiera intorno alla piazza. Nel centro c’era un laghetto e in mezzo ad esso un isoletta. Mentre tutto intorno era oscurato da pioggia, nebbia, fumo e oscurità fiocamente illuminata, la piccola isola splendeva, illuminata dal sole. Su di essa c’era un singolo albero, una magnolia, infiammata dal sole, che illuminava una messe di boccioli rossastri. L’albero sembrava contemporanemante oggetto e  sorgente della luce. I miei compagni facevano commenti su quanto fosse orrido il tempo e ovviamente non scorgevano l’albero. Parlavano di un altro svizzero che viveva a Liverpool, e si dicevano sorpresi che avesse deciso di vivere qui. Io ero sorpreso dalla bellezza dell’albero fiorito e dell’isola illuminata e pensai ‘lo so bene perché ha deciso di vivere qui’. Poi mi svegliai… Su un particolare del sogno devo aggiungere un commento: i singoli quartieri della città erano anch’essi sistemati radialmente intorno a un punto centrale rappresentato da
una piccola piazza aperta, illumiata da un lampione più grande, la quale costituiva una replica in piccolo dell’isola. Sapevo che ‘l’altro svizzero’ abitava in vicinanza di uno di questi centri secondari. “


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