«Vulnerabile a chi?» (pratiche di accoglienza)

Quello che segue è un autentico strumento di indagine che è stato usato non molto tempo fa da un centro di accoglienza per  persone richiedenti asilo. Il testo era stato tradotto dall’italiano in un inglese maccheronico assolutamente incomprensibile e mi sono divertito a ritradurlo in italiano rendendo il significato effettivo delle domande che venivano poste. Ma al di là dell’efferatezza della traduzione, anche se fosse stata perfetta gli assunti teorici e culturali con cui è stato costruito il questionario sono così smaccatamente acritici ed etnocentrici da evocare le peggiori forme di controtransfert istituzionale.

Il contesto nel quale viene usato è quello di un colloquio individuale in cui la/o psicologa/o somministra il  questionario al richiedente asilo. Le risposte vengono poi analizzate allo scopo di misurare la “vulnerabilità” dell’interlocutore e confermare i sospetti di sindromi ‘generaliste’ come il Post Traumatic Stress Disease che finiscono per psichiatrizzare i cosiddetti «vulnerabili» (che magari hanno superato prove che ci manderebbero a pezzi) che si aggiunge ad altri strumenti di inclusione/esclusione con cui nutriamo e manifestiamo il dilemma immunitario in Italia oggi.

Ecco il questionario:

  • In qualità di sei arrivato in Italia?
  •  Sai suonare qualche attrezzo di lavoro?
  •  Sei piaciuto cosa di più?
  •  Sei piaciuto cosa di meno?
  •  Quando e in qualità di hai scoperto il sesso?
  •  La sua (di lei – femminile, riferito a donna) esperienza prima.  (per dire la sua prima esperienza)
  •  In qualità di trovi te stesso con la tua donna/uomo?
  •  Ultimo fatto visita?
  •  Tu sveglio di notte?
  •  In qualità di, è il tuo appetito?
  •  Porti immediatamente indietro il sonno o hai difficoltà?
  •  Tu diventi idrofobo tu facilmente?
  •  Hai difficoltà ad assemblarti quando devi fare qualcosa?
  •  Fai tentativi sensi di colpa?
  •  Hai già realizzato altre preoccupazioni?
  •  Ti ricordi di te stesso quali medicine hai preso?
  •  Autobiografia quando sono iniziati i tuoi problemi
  •  Quando tu/lui/lei è stata l’ultima volta che ti sei sentito bene?

 Mi sembra che ogni ulteriore commento sia superfluo.

 Bisogna inoltre ricordare come il richiedente asilo sia costretto dal dispositivo di richiesta di asilo a ri-costruire e raccontare la sua storia in forme narrative artificiose che snaturano la comunicazione e la sua stessa rappresentazione dell’identità. Dopodiché – nei centri di accoglienza – raramente qualcuno si interessa alla dimensione narrativa della sua esistenza, le esigenze e i protocolli dell’ «assistenza socio-sanitaria» e dell’ «integrazione» impongono altri compiti agli operatori. E’ qui a mio avviso che va recuperato il senso e il tempo dell’incontro e una riconsiderazione e rivalutazione dell’ascolto, dello scambio di storie, della dimensione rituale in senso lato. Potremmo semplicemente definirlo rispetto autentico.  Specialmente dove si debba intervenire per affrontare un disagio che richiede di contestualizzare sintomi che da un lato parlano delle vicende che hanno portato alla migrazione e dall’altro esprimono le difficoltà incontrate nel cosiddetto paese d’accoglienza.

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