ideologia, politica e psicoanalisi

A proposito di precursori sui temi di comunità, identitarismi e narrazioni che curano,  ritrovo delle vecchie note di un seminario di Gino Pagliarani del 1993. Rileggendole oggi mi hanno colpito:

Pagliarani sottolineava quanto fosse importante analizzare le motivazioni psicologiche dell’ideologia. Il vero tabù dell’analista (con i pazienti ma anche tra analisti) – diceva – non è il sesso, non è la religione è l’ideologia. L’appartenenza politica (ma anche l’appartenenza alla propria ‘chiesa’ psi può avere una ‘radice’ ideologica) non viene mai analizzata. Pagliarani distingueva tra politica come dimensione aperta e l’ ideologia come area dell’appartenenza totalizzante dove agiscono l’ansia secondaria (la reattività risentita) e l’identificazione proiettiva, il sadismo emotivo inconscio.

Preconizzava come cura la ragione affettiva e la ragione poetica: il fare e dire per per il gusto che qualcosa venga al mondo. Lo chiamava il ‘coraggio di Venere’ e ci scrisse un bellissimo libro che coniugava la psico-socio-analisi e la dimensione narrativa.

Tra i pochi politici che sembrano aver riflettuto su queste cose c’è Pietro Ingrao che dice in un recente  libro-intervista che si chiama Indignarsi non basta:

«A me che sono stato tutta la vita dentro la politica – le norme, le istituzioni, lo Stato – non è affatto estraneo il distacco. Mi è accaduto molte volte di chiedermi cosa avevo da spartire con tutto questo. A cominciare da un’acuta percezione di quanto sia mutilante, nella sua astrazione, la norma. E ogni ordine, ogni forma, ogni misura riduttivi rispetto alla vita. (…) La grande, difficile sfida è come tenere insieme la forza e vitalità di un soggetto plurale con la ricchezza e varietà dell’essere umano. Con la sua polimorfa concretezza e interiore libertà. Su questo delicato e irrinunciabile aspetto vi è stato un limite profondo del movimento comunista (…) Sul potere Franz Kafka mi ha illuminato più di tanti testi di teoria politica, e, come mi è capitato di dire, è stato un contravveleno al finalismo progressista, un po’ ottuso, di una certa vulgata marxista. E sulla crisi epocale dei linguaggi, nel mio impegno a capire il mio tempo, una luce mi è venuta dal monologo interiore di James Joyce e dai tempi del montaggio cinematografico, dal canto di Giacomo Leopardi e dal silenzio entro il quale si formula la parola in costrutti nuovi di senso. (…) Mi riferisco a quella lettura del mondo che non si dà nel clamore, quasi sempre manifestazione di passività, segno di inerzie e ripetizioni. carenza di pensiero. Al contrario, silenzio non è un nulla, un assenza. E’ un pensare interiormente. Silenzio è interiorità. E’ un fermarsi nell’ascolto, rispetto alla cosa che è inerte, opaca, alla piattezza, intendo dire proprio la grevità materiale. Il silenzio è sempre più avanti. Taci ma compi l’atto di tacere.»

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in arte, fare rete, narrativa, narrazioni, nuda vita, politica, psicoanalisi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...