Il labirinto di Alice (attaccamento e Tao)

Nel seminario del ’93 (che si intitolava ‘Perché l’immaginazione non va al potere’) Pagliarani ci aveva parlato della storia di Pollicino (questa volta serviranno le briciole o sassolini?), per raccontare quanto sia paradossale l’arte di imparare dall’esperienza (e che a volte per ricordare è necessario dimenticare ciò che si è imparato)… Mi ricordo in particolare due storie. La prima tratta da un bellissimo libro di Francesco Berto che credo si chiami Parole di bambino e che racconta del lavoro fatto con i suoi alunni di quinta elementare sul tema dell’attaccamento. Pagliarani ci lesse un brano che un bambino, Alberto, aveva scritto sul tema ‘scrivi una lettera a un bambino appena nato’. Ne ritrovo in rete solo una parte:

“…Quando mia mamma e mio papà sono andati a mangiare in pizzeria per festeggiare l’anniversario del loro matrimonio e mi hanno portato dalla nonna, io credevo che sarebbero andati a divertirsi e che, dopo essersi divertiti, avrebbero deciso di lasciarmi dalla nonna per tutta la vita, perché avevano capito che loro due, senza di me, stavano molto bene. Quando però ho visto che sono venuti a riprendermi, mi hanno dato un bacetto e mi hanno portato un sacchettino di caramelle, ho capito che i genitori non abbandonano mai il loro figlio anche se sentono che loro due, da soli, starebbero meglio. Quando, un’altra volta mi hanno portato dalla nonna perché dovevano andare a un matrimonio in una città lontana, io non mi sono più ricordato che avevo capito che i genitori non abbandonano mai il figlio e ho avuto paura che mi abbandonassero e mi lasciassero per sempre dalla nonna. Quando sono ritornati a riprendermi e mi hanno portato una serie di macchinine, proprio quelle che mi piacevano tanto, mi sono ricordato che sapevo già che i genitori non abbandonano il figlio anche se capiscono che loro, da soli, starebbero meglio. Allora un bambino può capire che i genitori gli vogliono bene e che non lo abbandoneranno mai, ma poi si dimentica di averlo capito…»

L’altro brano era tratto da Alice nello specchio:

«Vedrei il giardino molto meglio», disse Alice tra sé, «se potessi salire in cima a quella collina: ed ecco un sentiero che ci sale – aspetta, no, non è vero…» (dopo essere proseguita per qualche metro lungo il sentiero che faceva diverse giravolte), ma immagino che prima o poi ci arriverà. Ma quanto gira di qua e di là! Assomiglia più a un cavatappi che a un sentiero! Bene QUESTA svolta mi porterà in cima, e invece no! Torna dritta alla casa! Beh, allora proverò dall’altra parte.» 

E così fece salendo e scendendo, e provando, svolta dopo svolta, ma tornando sempre alla casa. Anzi una volta che girò un angolo un po’ più in fretta del solito ci andò a sbattere contro prima di potersi fermare (…)

Così, volgendo risolutamente le spalle alla casa, si incamminò ancora una volta per il sentiero, decisa a continuare sino alla collina. Per qualche minuto andò tutto bene, e stava proprio dicendo, «QUESTA volta ce la farò…» quando il sentiero fece una giravolta e si scosse tutto (più tardi ne parlò in questi termini) e il momento dopo si ritrovò davanti all’uscio della casa.

Non vi ricorda lo straordinario esordio del Tao Te Ching? Ve ne propongo alcune traduzioni (in rete ce ne sono 175 diverse):

«La Via veramente Via non è una Via costante»

«La via che può essere seguita (o che può essere espressa dalla parola) non è la Via eterna»

« Il Tao che può essere ‘tao-ato’ (ragionato) non è il Tao eterno»

«La Via che può essere veramente considerata una Via non è una Via permanente»

«La Via di cui si può parlare varia»

«Il Tao, la realtà sottile dell’universo, non può essere descritto»

«Anche il miglior insegnamento non è il Tao»

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