La dittatura invisibile dell’uniforme

Il libro di François Julien De l’universel, de l’uniforme, du commun, è ricco di spunti.sul dialogo interculturale e sull’idea di «universalità». Julien si chiede quali nozioni possano aiutarci a pensare il rapporto tra culture. L’«universale» è tra queste? Dipende da come lo pensiamo. Ci serve per riconoscere delle invarianti umane declinate nella pluralità delle culture oppure nomina un «dover essere» proiettato a priori  e che vuole stabilire una norma assoluta per l’umanità?

La nostra idea di universale nasce da una serie di momenti della storia:  l’invenzione filosofica dei «concetti» in Grecia, lo sviluppo della «cittadinanza» a Roma, la neutralizzazione delle differenze nel cristianesimo istituzionale.

Julien sostiene  che proprio il confronto con altre culture può liberare l’universale dagli universalismi precostruiti. «Se invece di valere come cappa ideologica esso serve effettivamente come idea regolatrice che guida una ricerca. Togliendo i recinti a ogni totalità già data, potrà liberare nuovamente le condizioni di possibilità di una dimensione «comune»  sempre minacciata di svalutazione e ripiegamento. Allora il senso dell’umano non subirà più  i limiti della paura o della reticenza – per crescere e svilupparsi»

Julien sostiene dunque che l’idea di universale va messa in risonanza alle forme concettuali sviluppate in altre culture (sottolinea in particolare che nella filosofia cinese i concetti dominanti sono la trasformazione ed equilibrio e non il concetto di ‘Essere che da noi porta a pensare l’universale come qualcosa di immutabile e assoluto). Ma anche con altre categorie che risuonano con l’idea di universale:

1. la categoria politica del «comune» nel senso della communitas, dell’impegno a co-costruire senza esclusioni a priori. E’ il luogo della condivisione perché indica «il fondamento senza fondo» dell’esperienza umana. E’ tuttavia sempre minacciato dalla sua reversibilità, da inclusivo può diventare esclusivo ed immunitario.

2.  L’uniforme come ombra contemporanea dell’universale. Scrive a questo proposito

«Lungi dall’esserne una realizzazione l’uniforme è il doppio perverso dell’universale che la mondializzazione promuove. Saturando il mondo, si traveste [da universale] ma non può invocare legittimità poichè non si autorizza a partire da una necessità ma da una comodità; il suo interesse non deriva  dalla ragione, ma dalla produzione: diffondendo indefinitamente il simile, ne fa l’unico paesaggio che ci resta e di fatto lo accredita.La sua dittatura è tanto più insidiosa quanto più è discreta e invisibile.»

MI sembra che a queste considerazioni faccia eco Cacciari su Repubblica di oggi: « Ci poniamo alcune domande: può esserci una città in cui il nomos, la legge, ciò che ci unisce, è puramente norma e non ha nulla a che fare con l’idea di amore o con l’idea di amicizia?». L’intervistatore chiede se la comunicazione dei social network possa avere a che fare con questa idea di amicizia e Cacciari risponde: «In quella comunicazione tutto si eguaglia, non ci sono più i vincoli tra i distinti, tutte le parole che circolano sono uguali. Poi possono esser necessari, ineludibili, tutti siamo costretti a usarli. Ma questo non significa che hanno a che fare con il vincolo di amicizia».

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