Shankara, l’elefante e il velo della cipolla

A proposito del dibattito tra neo-realisti ed ermeneuti (su come costruiamo/interpretiamo/subiamo la realtà) mi viene in mente la storiella di Shankara, il grande filosofo indiano dell’Advaita Vedanta (VIII secolo),  che fugge inseguito da un elefante imbizzarrito sotto lo sguardo divertito di qualcuno che dalla finestra della propria casa lo schernisce: «ma se tutto e’  Maya, se tutto e’ illusione, perche’ fuggi?» E lui risponde: «anche la mia fuga e’ illusoria».  In un’altra versione invece dice come nelle nostre storielle sui matti: «Beh ma lui non lo sa di essere un’illusione!» Il dibattito sulla ‘new reality’ ha una sua storia anche ‘altrove’.

Massimo Recalcati propone un contributo ‘psi’   sul ‘new realism’  con l’articolo «Quando la realtà anestetizza il reale» pubblicato da Repubblica (23 aprile). Recalcati parla di un delirio interpretativo della psicoanalisi, citando l’esempio di Melanie Klein che parlava del terrore espresso in seduta da un bambino per i raid aerei nella Londra bombardata dai nazisti riportandolo alla relazione con la terapeuta come una difesa o una ‘resistenza’ al processo analitico. Effettivamente l’estremismo ermeneutico  di una certa psicoanalisi  «ha ridotto l’atto psicoanalitico dell’interpretazione a pura e semplice illazione». Anche in questa prospettiva il nodo sta  nei ‘limiti’ dell’interpretazione.

Recalcati, utilizzando le categorie lacaniane distingue ‘realtà’ e ‘reale’.   La ‘realtà’ è  vicina alla rete di Maya dei rispecchiamenti parziali, delle categorie cognitivo-emozionali con cui cataloghiamo le esperienze in modo automatico, con la dimensione di ciò che è familiare ma che rischia sempre l’irruzione del perturbante. Recalcati introduce nel dibattito sulla new reality la distinzione lacaniana tra realtà e reale:

«La realtà è la realtà effettuale sulla cui esistenza nessuno – nemmeno l’ermeneuta nichilista più efferato – può dubitare (…) La realtà di una ciabatta in una stanza o della pioggia sono fatti in sé, esterni, non sono né nella mia coscienza, né nel mio inconscio (…) Ma la realtà, proprio per queste caratteristiche di permanenza e di indipendenza dalla mia volontà è (…) un sonno. Nel senso che nella nostra frequentazione abitudinaria della realtà – la mia immagine allo specchio, la ciabatta nella stanza – tendiamo ad addormentarci, cioè presupponiamo che la realtà risponda ad un certo ordine naturalmente evidente. Io sono io, la ciabatta è la ciabatta. Se cammino per strada, non mi interrogo sul fatto che gli edifici che ho attorno possano crollare o non esistere. Attribuisco loro una certa fiducia, come quella che Hume attribuiva alla probabilità che il sole risorgerà anche domani. In questo senso la nostra vita è fatta dalla routine della realtà. E il reale? Quando incontriamo il reale? Per Freud negli incubi. Ovvero in qualcosa che si sveglia e ci impedisce di continuare a dormire (aggiunge: perché siamo arrivati troppo vicini alla verità del nostro essere più pulsionale). L’ incontro con il reale è sempre l’ incontro con un limite che ci scuote, con qualcosa che ci impedisce di continuare a dormire. L’ apparizione di un nodulo che minaccia una malattia mortale, la perdita di un lavoro che mette a repentaglio la mia vita e quella della mia famiglia, l’ insistenza sorda di un comportamento sintomatico che mi danneggia e che nessuna interpretazione riesce a far regredire; ma anche un nuovo amore, la nascita di un figlio, un’ esperienza mistica, l’ incontro con un opera d’ arte, un’ invenzione scientifica, una conquista collettiva. Tutto ciò che risveglia dal sonno della realtà è reale, compreso l’ incubo di cui parla Freud. Si tratta di una forma radicale dell’ inemendabile. Non posso sottrarmi alla morte, ma nemmeno agli effetti che su di me provoca la lettura perturbante di un libro o la visione di un film o di un quadro. Il reale è ciò da cui non si può fuggire. In questo senso per Lacan il reale è associato ad un trauma che introduce nella nostra vita una discontinuità che spezza il sonno routinario della normalità della realtà. Sono davvero quell’ io che vedo riflesso allo specchio (bisognerebbe, per esempio, chiedercelo quando siamo attraversati dall’ angoscia)? La ciabatta è davvero solo una ciabatta? (bisognerebbe chiederlo ad un feticista del piede…)? Il reale, se dovessimo dare una definizione secca, non coincide mai con la realtà ma è ciò che la scompagina. Umberto Eco definiva “realismo negativo” quel realismo che introduce la realtà a partire dalla sua resistenza irriducibile all’ interpretazione. E’ , per certi versi, la stessa definizione che ne dava Lacan: il reale è ciò che resiste al potere dell’ interpretazione. Con una aggiunta decisiva e una distinzione: il reale non coincide con la realtà poiché la realtà tende ad essere il velo che ricopre l’ asperità scabrosa – “inemendabile” – del reale. Non perché il reale sia un in-sé noumenico che la realtà apparente avvolgerebbe – il che finirebbe fatalmente per riprodurre un vecchio schema metafisico – ma perché la realtà si costituisce socialmente a partire dalla necessità di neutralizzare proprio l’ asperità scabrosa del reale. »

Ma se il reale non è una dimensione ‘in sé’, se ciò che prende la forma come perturbante è a sua volta fatto di angoscie, desideri inespressi, narrazioni  distorte, agiti collettivi, il velo di Maya non è la superficie di realtà ‘dietro alla quale’ sta il reale ma rivela la dimensione da buccia di cipolla della questione: l’immaginario, il desiderio, le narrazioni, sono parti attive di quella costruzione che è il nostro modo di dar forma, metabolizzare o esorcizzare il reale. L’11 settembre il WTC non viene colpito da un meteorite ma da uomini le cui fantasie agivano intrecciando il delirio di un’idolatria ideologica mascherata da religione ai copioni catastrofici dei mediascape occidentali.

Mi sembra allora significativo mettere in risonanza l’articolo di Recalcati con «La politica senza parole»  l’articolo del 24 aprile di Roberto Esposito (che trovate sul sito di diritti globali). Cercando di uscire dalla dicotomia economia/individuo e allargando il campo alla dimensione psico-sociale Esposito commenta l’uscita della rivista Filosofia politica,  per evidenziare  quella «svolta antropologica» che è anche una «rotazione senza precedenti» che radicalizza la gestione biopolitica della cosa pubblica.   Questa svolta si riferisce «al passaggio da un atteggiamento normativo ed escludente, tipico dei dispositivi moderni, ad una strategia includente e differenziante che sposta la gestione degli interessi dalla sfera politica a quella sociale, vale a dire alle contingenze quotidiane, relative alla salute e all´ambiente, al lavoro e al tempo libero.» Entriamo ovviamente nel campo spinoso della biopolitica. Mi sembra significativo che Esposito sottolinei  come questa svolta  che è anche una «rotazione senza precedenti dell´asse del governo – caratteristica di quei regimi biopolitici postliberali che chiamiamo ancora democrazie» abbia un effetto ambivalente. «Mentre da un lato allenta i vincoli che saldavano l´ordine politico moderno a precisi discrimini selettivi, in conformità con una concezione chiusa e riduttiva di cittadinanza, dall´altro apre uno spazio a nuovi soggetti forti di carattere impolitico – economici, mediatici, tecnici – capaci di occuparlo. In questo modo si determina la paradossale circostanza che l´apparente liberazione di una soggettività sempre più autonoma dall´ordine repressivo della Legge finisce per coincidere con il suo assoggettamento a poteri e saperi che orientano i suoi bisogni, impulsi, desideri in direzione di determinati interessi.»

Esposito evidenzia  l’intervento di Ida Dominijanni che sottolinea criticamente il ritardo della sinistra nel capire la necessità di «sfondare il lessico, troppo ristretto, della scienza e della filosofia politica, aprendolo al contributo di altri linguaggi tra i quali, in particolare, quello della psicoanalisi».   Secondo Dominijanni bisogna risalire agli inizi degli anni Settanta per capire la ‘svolta antropologica’ e biopolitica di cui è questione.   «A sfaldarsi non è solo il soggetto politico, ma la forma stessa della soggettività, attraversata e sfigurata, lungo tutta la sua estensione (…) dalla pressione del corpo e dal taglio della sessualità, dalla forza dell´immaginario e dalla irruzione del desiderio. E´ appunto allora – per presunzione o per ignoranza, in particolare dei nuovi linguaggi antropologici e psicoanalitici – che la politica, soprattutto di sinistra, perde la sua occasione decisiva. Non coglie la direzione che stavano imboccando i processi di soggettivazione, consegnando a una destra, in un´Italia misera e becera, la parola d´ordine del rompete le righe – godete, magari in sogno, come fanno i capi in cui vi immedesimate, purché non mettiate in dubbio il comando ultimo del mercato dove quel godimento è acquistabile tanto al chilo»

Il ‘ritorno del rimosso’ sotto forma di un ‘reale’ che resiste alle interpretazioni, è a sua volta fatto di sintomi, agiti, narrazioni’. Il velo di Maya è la cipolla, strato su strato, con cui la realtà psico-sociale viene co-costruita. Certo è che nella costruzione di quelle nuove soggettività di rete che Esposito auspica («Si tratta di pensare il soggetto non più nella forma di un blocco compatto tenuto insieme da una stessa ideologia, ma di una rete capace di collegare necessità e richieste che vengono da segmenti sociali anche diversi.»)  non possiamo più permetterci di ignorare pulsioni, desideri e aspirazioni.

E, a proposito di biopolitica, segnalo anche l’articolo di Gad Lerner su Repubblica di oggi 25 aprile «Se questi sono uomini» che recensisce Ausmerzen, il libro di Marco Paolini sulle pratiche di ‘igiene sociale’ del nazismo che fin dal 1933 organizzava la soppressione delle ‘vite indegne di essere vissute’.

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