Processi e procedure (l’efficienza è efficace?)

Prendo spunto dagli ultimi commenti di Rosanna e Lino. L’ordine, nella relazione con i richiedenti asilo è ancora fortemente influenzato dal Discorso coloniale. L’ingegnosità, la furbizia, l’intelligenza nello scoprire le faglie del sistema, il gioco sulle nostre paure del diverso, del perturbante, del doppio oscuro, rendono il richiedente asilo – in particolare quello categorizzato come ‘vulnerabile’, problematico o scomodo. Se non si adegua è uno che non ha capito, che andrebbe messo in riga, uno che sfrutta la situazione. Certo non è facile neanche per gli operatori. I criteri di efficienza dell’intervento così come sono stati pensati richiedono una valutazione delle vulnerabilità che sappia ridurne i costi.   Le storie negate, le identità semioccultate dal perverso meccanismo con cui procede la richiesta, portano rifugiati e operatori e chiudersi in due mondi, a ignorare le reciproche storie. Se la narrazione traumatica rende particolarmente difficile rappresentare con oggettività gli  eventi possiamo però dire che gli operatori sono investiti in pieno dal trauma. Le storie che riferiscono spesso sono parziali, tutte centrate sui dettagli dell’integrazione (specialmente le visite mediche), ma del richiedente ignorano tutto, passato, religione, riti, sapori, paesaggi dell’anima.  La circolazione delle storie passa allora  attraverso gli eventi negativi in cui l’operatore si trova suo malgrado profondamente coinvolto. Questo implicherebbe un’attenzione continua ai campi emotivi e alle ‘storie’ che essi generano.

Va inoltre detto che alcune dimensioni andrebbero particolarmente contestualizzate per non giudicarle impropriamente: la tendenza a ‘sfruttare’ la situazione, cogliendo le faglie del sistema di accoglienza, cercando di metterlo in crisi, imitandone i difetti, e giocando sulla minaccia di ciò che nella ‘differenza’ potremmo vivere come perturbante, sono state per moltissimo tempo l’eredità psicologica della situazione coloniale. Ogni volta che ‘cadiamo nel tranello’ e le giudichiamo semplicemente come segno di alterità, diversità patologica, pensando patern(alistic)amente di ‘regolare i conti’ come faremmo con un vulnerabile di casa nostra (un tossicodipendente per esempio) rischiamo di riprodurre nel vissuto dell’utente (ma anche nel nostro) echi e fantasmi che non sono affatto estranei alla storia del colonialismo.

 Un’ultima considerazione riguarda una tendenza collettiva delle amministrazioni che delegano e poi si riservano di valutare l’operato di chi riceve la delega a ‘fare’. Questo è del tutto legittimo, ci mancherebbe! Ma cosa viene valutato e come?  Si tratta di capire che processi e procedure sono cose diverse e anche la scelta di valutare le une o le altre implicano due ‘discorsi’ , due prospettive diverse.  Nel secondo caso – quello della valutazione  di procedura – c’è una falsificazione legata a una sorta di ‘distanza acritica’ in cui l’osservatore cercando di darsi criteri di valutazione ‘oggettiva’ non si rende conto del ‘bias’ che questo introduce nel processo stesso di osservazione e valutazione. Rispetto ai processi psicosociali niente è meno oggettivo che l’abbandono di una osservazione fenomenologica e partecipata, in cui l’atteggiamento critico è capace di prendere in considerazione  non solo gli ‘oggetti’ dell’osservazione ma anche la logica  (il discorso’) non sempre ovvia che le modalità di valutazione implicano, nonché i nodi critici che man mano emergono. Conoscere significa partecipare a un processo perché se  se consideriamo gli altri come un ‘oggetto’  e la nostra interazione come ‘neutrale’ (e incapace di fornire informazioni) il risultato si ridurrà all’analisi di una procedura e non all’emergere fertile delle narrazioni, delle storie, dei vissuti, delle problematiche, delle possibili soluzioni.

Del resto il discorso dell’ efficienza, così mainstream oggi,  spesso sottintende un enfasi sulla capacità di utilizzare al meglio le risorse (o di saper ‘tagliare quelle a disposizione?). Insomma di spender poco e bene, no? D’accordo, ma come viene costruita la valutazione? Persino il discorso sulla sicurezza in fabbrica assume aspetti diversi se impostato a priori secondo criteri di efficienza o ascoltando e co-costruendolo con gli operai (es: il discorso efficiente-procedurale cercherà sul mercato caschi protettivi con un buon rapporto tra prezzo e qualità, ma pensando al processo l’operaio dirà “ se non posso fare pause la stanchezza mi porterà a fare qualche sciocchezza o imprudenza” E includerà le pause nei criteri di sicurezza, cosa che una valutazione procedurale basata sull’efficienza difficilmente farebbe.)

Se solo venissero coinvolti in una co-costruzione ragionata operatori e utenti molti elementi utili potrebbero essere contribuiti per migliorare anche l’efficacia dei servizi. Ma questo sarebbe un altro Discorso.

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2 commenti

Archiviato in antropologia, etnopsichiatria, intercultura, narrazioni, nuda vita, politica, quel che resta del mondo

2 risposte a “Processi e procedure (l’efficienza è efficace?)

  1. Fabrice, d’accordo su tutto.Ma la co-costruzione ragionata operatori e utenti, richiede ai primi una formazione seria,che poi (non dimentichiamo che la formazione è una richiesta di cura, di revisione di sé) un training, attraverso cui, i medesimi possano confrontarsi con il loro apprendimento, due, le cui premesse, fondate sull’autoconvalida, condizionano, fino all’inverosimile, l’approccio con il diverso e quindi tutto quanto ne definisce il senso, come molto giustamente tu dici. Sappiamo che un passaggio all’apprendimento 3, (l’apprendere sull’apprendimento 2) come osserva G.Bateson è difficilmente ipotizzabile per gli esseri umani , persino per gli studiosi. Basterebbe riuscire ad affiancare all’apprendimento 2, per limitarne e ridurne gli effetti, o liberarci, in parte, dalla loro tirannia, invece, altri tipi di apprendimento, (una persona normativa, non potrà diventare flessibile, ma potrà affiancare al modulo normativo anche quello flessibile..)per essere più adeguati nell’approccio alle problematiche in questione, che rischiano veramente di farci esplodere tutti… Questa sarebbe già una vittoria! Ma investire sulla formazione degli operatori ,oltre che oneroso è troppo rischioso,perché comporterebbe cambiamenti, che il potere dei cattivi maestri, (non voglio fare politica , ma il berlusconismo, di cui Berlusconi è solo l’espressione, ultima, rappresenta la metastasi di questa società allo sbando)non potrebbe tollerare, perché possibile foriero una rivoluzione delle coscienze,non voluta, in un mondo, quello nostro, fondato sull’approssimazione, sull’imbroglio, su un falso buonismo, che consente ad essi, i cattivi maestri di prosperare. Fra l’altro come si fa a rivoluzionare la leadership vergognosamente assistenzialistica(l’assistenza cela il ricatto verso l’altro e la cronicizzazione dei problemi che finge di risolvere)su cui si fonda il nostro Belpaese, che fa tanto comodo a chi ci governa, ma i cui effetti rovinosi sono sotto gli occhi di tutti, anche se c’è chi non li vede, ma soprattutto c’è chi non li vuole vedere, perché troppo scomodo?!

    • Sì Rosanna, il problema della formazione è cruciale, anche entro i limiti che evidenzi.Nel nostro piccolo ci proviamo con la scuola etno-sistemica-narrativa di Roma, e altre iniziative di formazione e supervisione. Il nodo della co-costruzione è critico resta aperto in tutti gli ambiti (relazionali, formativi, politici).

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