La gestione creativa dei conflitti

Dal blogconciliazione un’intervista a Marianella Sclavi che risuona con quanto cervavo di dire nel post su procedure e processi

MarianellaIl Consensus Building (in italiano Gestione Creativa dei Conflitti o Confronto Creativo) è un approccio “applicato nelle politiche pubbliche e nella progettazione territoriale per raggiungere decisioni democratiche, al fine di garantire un senso di comune appartenenza basato sulla comune capacità di prendere decisioni che siano polifoniche, efficaci, nel rispetto e nel potenziamento delle identità multiple dei soggetti in causa” (Marianella Sclavi)
Per approfondire il tema, guarda il video e segui l’intervista a Marianella Sclavi, realizzata da Wilma Massucco e tratta dal sitowww.eugad.eu

Marianella, tu cosa intendi per Consenso?

La parola “consenso” crea più equivoci che chiarezza, sarei dell’idea di cancellarla. Quando si parla di consensus building si intende una situazione che io traduco come confronto creativo, ovvero una situazione nella quale, partendo da posizioni tra loro anche molto divergenti, si arriva, attraverso passi molto precisi, alla costruzione non di una soluzione di compromesso, bensì di una soluzione “nuova”, capace di andare incontro alle esigenze di fondo della maggior parte dei partecipanti. Di solito, un consensus building fatto bene viene sottoscritto praticamente da tutti, e questo non perché la soluzione individuata corrisponda esattamente alle specifiche necessità individuali, ma perché tutti si rendono conto – partecipando al processo – che quella soluzione è stata raggiunta attraverso un nuovo modo di rapportarsi, in cui tutti si sono sentiti ascoltati per davvero. E siccome questo è molto raro, viene anche molto apprezzato.

Come avviene questo Confronto creativo?

Praticamente si tratta di impedire che le persone in una situazione di dissenso agiscano come verrebbe loro spontaneo fare. In genere quando c’è un dissenso scatta un’urgenza classificatoria, ovvero la necessità di chiarire subito su cosa siamo d’accordo e su cosa no, chi sono i nostri alleati e quali i nemici. Nel processo di consensus building, invece, bisogna frenare questa tendenza e sostituirla con una modalità di discussione a cui siamo meno abituati, che è basata sull’ascolto attivo. Ovvero è basata sul fatto che prima di discutere bisogna capire, e sull’assunto che una situazione complessa e’ descritta adeguatamente solo se vista da punti di vista divergenti e apparentemente incompatibili. Si tratta quindi di risalire dalle posizioni divergenti alle preoccupazioni, interessi e visioni del mondo più generali sulle quali si incardinano. Quindi l’ascolto attivo sostituisce a un clima difensivo-offensivo, un atteggiamento che e’ stato anche chiamato di generosita’ ermeneutica, in cui ci si rivolgono reciprocamente delle domande tese a capire com’e’ che coloro che la pensano diversamente da noi “hanno ragione.” In questo modo si acquisiscono nozioni e informazioni sul contesto che altrimenti verrebbero trascurate, e grazie a questo incominci a porti il problema di come fare a presentare una proposta che vada anche incontro alle esigenze di fondo dell’altro.

Puoi farci un esempio?

L’inventore della espressione “ generosità ermeneutica” e’ Paul Farmer, un medico e antropologo che è riuscito a creare un importantissimo centro di medicina comunitaria nel cuore di uno dei paesi più poveri del mondo: Haiti. Egli ci racconta che una sua paziente che si affidava anche a pratiche Voodu a una sua domanda ha risposto: “Ma lei non sa cos’è la complessità?” lasciandolo di stucco e aiutandolo ad avere una illuminazione: anche nella nostra cultura una persona si rivolge contemporaneamente ai medici e alla religione pregando per la guarigione dei malati, e l’80 per cento delle pratiche Voodu, ha scoperto Farmer, sono precisamente questo, dei rituali per chiedere grazie di guarigione. Farmer e’riuscito in una impresa ritenuta da quasi tutti “impossibile” grazie alla sua capacita’ di trasformare i dissensi e conflitti e la iniziale concorrenza in occasioni di co-progettualita’ creativa. Il successo di Partners in Health ( Parteners nella salute ) ad Haiti ed altrove ( Peru’, Russia, Sud Africa, ecc. ) e’ largamente dovuto a una concezione della ricerca scientifica e della pratica medica dialogante, radicata sull’ascolto attivo. Una esperienza piu’ vicina a noi possiamo farla tutti immaginando (come si usa fare nelle simulazioni che sono strumenti fondamentali per l’apprendimento di queste capacità) di essere degli insegnanti o studenti di una scuola in cui il preside, in seguito a vari atti gravi di bullismo che hanno coinvolto come vittime anche alcuni insegnanti, decide di chiedere la presenza della polizia nei corridoi della scuola. Se noi non siamo d’accordo con questa proposta, quali domande possiamo rivolgere al preside ( e a coloro che eventualmente lo appoggiano) per adottare un atteggiamento di ascolto attivo nei suoi confronti ? Un atteggiamento del tipo “io ho ragione tu hai torto” puo’ portare ad argomentare i pro e contro delle varie posizioni e poi a votare per vedere dove sta la maggioranza, ma non a risolvere il problema della violenza nelle scuole !! Invece ascoltare in modo da capire le ragioni di tutti , moltiplicare le opzioni, e poi inventare qualcosa di nuovo col contributo di tutti , e’ la strada per un vero cambiamento nei modi della convivenza.

Quali potevano essere, dunque, in quella circostanza le domande giuste?

Le domande potevano essere del tipo: “A me la presenza della polizia nella scuola angoscia: lei, invece, perché la vede come qualcosa di positivo?” Lui avrebbe potuto rispondere: “Ci vuole chiarezza; i giovani non hanno più il senso di cosa è giusto e cosa è sbagliato; se viene la polizia nella scuola i giovani capiscono che chi si comporta male viene punito e chi fa bene viene premiato”. E tu dici: “Ah, adesso capisco ….qui si tratta di dare ai giovani un senso di responsabilizzazione, valori, ecc.”. Ci pensi su e provi a riproporre le tue proposte in termini di “come facciamo effettivamente a dare un senso di responsabilizzazione ai giovani, senza usare la presenza della polizia?”.Cioè, tu cerchi di andare incontro alle esigenze dell’altro, non accettando la sua proposta – con la quale sei in disaccordo – ma reinterpretando la tua proposta, o comunque le tue esigenze, in modo tale che si arricchiscano delle esigenze di fondo che l’altro pone, e che non sono completamente campate per aria. Perché è proprio vero che tra i giovani manca un senso di responsabilizzazione…

Questo processo di Consensus Building è possibile anche nel caso ad esempio di una riqualificazione urbana? Ovvero è possibile il coinvolgimento “dal basso”, dei cittadini, anche nel caso di un’attività che fino ad oggi è stata solitamente di esclusivo appannaggio dell’amministrazione pubblica?

Certo. Posso portare esempi di Processi Partecipativi che io stessa ho impostato e facilitato. Vedi il caso della riqualificazione di una vecchia fabbrica dismessa a Modena (progetto Ex Fonderie – DAST del 2007) oppure quello della riqualificazione di un grande edificio storico nel centro di Livorno (progetto Cisternino2020-LAPIS del 2008). In entrambi i casi il coinvolgimento della cittadinanza non ha allungato i tempi, come qualcuno potrebbe pensare, ma li ha invece significativamente ridotti. Mi spiego. Ormai sempre più spesso le amministrazioni si rendono conto che è estremamente difficile decidere, perché chi non e’ stato ascoltato e preso in considerazione si sente offeso e protesta bloccando l’iter decisionale e perche’ le divisioni sono presenti anche all’interno delle amministrazioni stesse. Questa difficoltà reale a raggiungere decisione efficaci e durature non è legato solo ai limiti delle persone che eleggiamo come nostri rappresentanti istituzionali. E’ legato anche a qualcosa di sistemico. I problemi da affrontare sono problemi complessi, che richiedono una pluralità di conoscenze e di partecipazione e di impegno tali per cui, se vuoi davvero individuare soluzioni che funzionano, è necessario coinvolgere tutte le parti in causa, società inclusa. Viceversa, se tu prendi una decisione senza avere il consenso di tutti, quella stessa decisione – per quanto coraggiosa possa essere – verrà comunque ostacolata da chi si sente al tempo stesso parte in causa ed escluso. Vedi il caso No TAV in Val di Susa e via dicendo.

Quindi all’amministrazione pubblica conviene “compromettersi” con un Progetto Partecipativo, in cui vengono coinvolti anche semplici cittadini in merito a decisioni che riguardano la vita pubblica e sociale?

Direi che conviene adottare il Consensus Building nei casi in cui tutti i vari attori in gioco sono disponibili a impegnarsi in un processo del genere. E in linea di massima saranno disponibili se si avranno la garanzia di essere ascoltati e di avere voce in capitolo nella proposta ufficiale finale. Riprendo il caso di Modena e del Progetto Ex-Fonderie sopra menzionato. Tutto è iniziato perché c’era in città una fabbrica, dismessa da 20 anni (con una disponibilità di superficie di 44.000 mq), che il Comune aveva deciso, ad un certo punto, di abbattere per costruire al suo posto degli uffici. Questa decisione aveva creato in città un fortissimo dibattito, perché questa era la fabbrica in cui, negli anni ’50, erano stati uccisi 6 operai: aveva quindi una storia, molto coinvolgente dal punto di vista emozionale, per la città. Erano 2 anni che si discuteva di questo progetto e l’amministrazione comunale non riusciva ad arrivare a nessuna conclusione. A quel punto sono stata contattata e, a pranzo con il Sindaco e con gli assessori all’Urbanistica e alla Partecipazione, ho spiegato le logiche del Consensus Building e dell’Open Space Technology (vedi finestra con quadro esplicativo a latere, ndr). Ho fatto dei disegnini sulla carta del tovagliolo e loro mi hanno detto: “Proviamo”. Quando la città dice “Proviamo” poi lo fa davvero. L’incarico mi è stato assegnato il 9/1/2007 – data di commemorazione annuale dell’eccidio avvenuto davanti alle Ex Fonderie – e la proposta di progetto è stata consegnata il 30/5/2007. Quindi il tutto, dalla fase preparatoria in avanti, è durato cinque mesi. Sono emerse 20 proposte, elaborate e tradotte poi in un’unica proposta sottoscritta da tutti che è diventata il Progetto DAST. Questa è un’esperienza di cittadinanza attiva importante anche dal punto di vista dei tempi, perché mostra che quella soluzione che l’amministrazione pubblica non era riuscita ad individuare in due anni di discussione, il processo partecipativo (con il coinvolgimento di amministrazione, politici , istituzioni e associazioni sociali e culturali e semplici cittadini) è riuscito invece ad individuarla in soli cinque mesi.

Qual è il merito di un Progetto Partecipativo, e della tecnica dell’Open Space Technology in particolare?

L’OST ha un enorme merito, che è quello di consentire a chiunque di essere parte del processo. Se una persona ha una proposta da fare, si alza e la propone, senza nessuna rete di filtro. In secondo luogo, aspetto altrettanto importante, impedisce la lamentela: il che è rivoluzionario di per se stesso. Nell’OST, se ti sembra che un certo problema non sia stato sollevato, ti alzi e lo fai tu. Sei garantito che quel problema avrà lo stesso spazio degli altri, cioè uno spazio in cui discuterlo e approfondirlo con coloro che sono interessati , una pagina sul book finale e il diritto di essere preso in considerazione nella elaborazione della proposta conclusiva. Quindi nessuno può dire: “Non è stato posto il problema centrale”. Questi due aspetti messi insieme – tagliare le gambe alla lamentela e permettere a chiunque di essere protagonista – creano un senso forte di co-protagonismo e una spinta propositiva grandissima. Invece di piangere su quello che non viene fatto, fai tu delle proposte sapendo che probabilmente la risposta giusta non sarà né A né B né C, ma una idea nuova che nasce dal confronto creativo fra A,B e C. Un piano strategico complesso nasce dal dare voce a tutti i punti di vista e tutte le esigenze che lo concernono, molte volte l’aggiunta di una proposta considerata marginale o non pertinente può essere decisiva per la qualità del progetto finale. Con l’OST hai un’idea di democrazia vera, senza regole burocratiche e senza patriarchi. E’ un dialogo fra pari, inclusivo di chiunque abbia a cuore quel problema, è il co- protagonismo dei cittadini non solo nel momento delle elezioni, ma nel merito dei problemi che li riguardano…

Perchè un semplice cittadino dovrebbe essere interessato a partecipare ad un processo di Consensus Building?

Direi essenzialmente per due ragioni. Innanzitutto perché in questo modo ha la possibilità di avere voce in capitolo su un progetto che lo riguarda e lo interessa; in secondo luogo perché, mentre prende parte attiva in questo processo,acquisisce la capacità di ascolto attivo e di gestione creativa dei conflitti che sono fondamentali in ogni sfera della vitasociale e affettiva: il che – a mio giudizio – è l’esito più importante e permanente, il vero grande risultato di un Processo Partecipativo.

Pensi che anche a livello politico si potrebbe seguire un processo di questo tipo?

La difficoltà è far capire ai politici che questo strumento è estremamente efficace, se applicato in modo serio e professionale. Tenendo presente che la democrazia deliberativa (altro modo per indicare i processi partecipativi ) non vuole sostituirsi a quella rappresentativa, ma essere piuttosto uno strumento che il potere politico può impiegare per raggiungere soluzioni migliori. Tant’è che in alcuni Paesi, la stessa formulazione delle norme legislative più controverse viene elaborata col ricorso a dei facilitatori professionali e al metodo del Consensus Building. Negli Usa si chiama Negotiated rule making (costruzione delle regole in modo negoziato): tutte le parti in causa (legislatori, sindacati,associazioni, ecc..) possono partecipare alla formulazione delle regole che poi diventeranno leggi.

Si farà lo stesso anche in Italia?

In Italia siamo ancora ai primordi, in gran parte a causa di un provincialismo patologico delle forze una volta chiamate “progressiste” che altrove sono ovviamente le forze trainanti di questi processi di cambiamento delle forme di convivenza in direzioni piu’ solidali e creative. Ma molti segnali, quasi sempre legati al rinnovamento e ringiovanimento della classe dirigente politica, mi fanno pensare che nel giro di 4 o 5 anni anche in Italia questo argomento e relative esperienze diventeranno centrali. Perché un semplice cittadino dovrebbe essere interessato a partecipare ad un processo di Consensus Building? Direi essenzialmente per due ragioni. Innanzitutto perché in questo modo ha la possibilità di avere voce in capitolo su un progetto che lo riguarda e lo interessa; in secondo luogo perché, mentre prende parte attiva in questo processo, acquisisce la capacità di ascolto attivo e di gestione creativa dei conflitti che sono fondamentali in ogni sfera della vita sociale e affettiva: il che – a mio giudizio – è l’esito piu’ importante e permanente, il vero grande risultato di un Processo Partecipativo.

Annunci

5 commenti

Archiviato in fare rete, politica, quel che resta del mondo

5 risposte a “La gestione creativa dei conflitti

  1. Bellissima intervista piena di spunti creativi a partire dalla stessa elaborazione linguistica del significante Consenso, che nella nostra lingua veramente può dar luogo ad equivoci, perché rinvia in chiave lineare, non certo complessa a posizioni asimmetriche in cui qualcuno, in posizione up impone a qualcun altro, in posizione down qualcosa …a cui quest’ultimo acconsente, in un certo modo passivamente, in una forma a-partecipativa.. Viceversa l’espressione linguistica inglese Consensus Building, nel suo significare propriamente, Costruzione del consenso, ci da immediatamente l’idea di un quasi laboratoriale esercizio del consenso co-costruito dialetticamente attraverso quell’ascolto attivo , come dice Marianella Sclavi, in cui viene dato a ciascuno il suo…proprio spazio di espressione e di ragion d’essere, “attraverso quella generosità ermeneutica, in cui ci si rivolgono reciprocamente delle domande tese a capire com’e’ che coloro che la pensano diversamente da noi “hanno ragione.”Il senso si arricchisce attraverso la relazione “diceva Jung, per arrivare attraverso un confronto creativo ad una soluzione nuova. Il problema , a mio avviso sorge, però, se vogliamo bandire qualunque tipo di mentalismo, che sarebbe fuorviante, rispetto alla necessità di essere formati al”Consensus Building”, pena il fallimento di questo splendido approccio, cioè deve diventare un modo d’essere e superare quello che è un comportamento spesso usuale, che si verifica ogniqualvolta che c’è un dissenso dando luogo alla cosiddetta ’”urgenza classificatoria, ovvero la necessità di chiarire subito su cosa siamo d’accordo e su cosa no, chi sono i nostri alleati e quali i nemici”.
    Una situazione frequente nei contesti allargati di discussione, che mi riporta alla mente, in proposito, l’esempio, riferito da Mara Selvini Palazzoli , su cosa può accadere all’interno di una tavola rotonda. Vediamo da vicino.
    Immaginiamo una tavola rotonda in cui persone esperte dell’argomento da trattare, si riuniscono con propositi concordanti e quindi collaborativi .
    Ma se l’opporsi dialogico si trasforma da collaborativo, in cui l’argomento in oggetto resta al centro del confronto dialettico, in competitivo, il tema viene decentrato e marginalizzato attraverso pretestuosi tentativi diretti solo a prevalere sull’altro, si rende di fatto impraticabile la finalità concordata prima implicitamente, attinente proprio le regole contestuali e il tema quindi da trattare. Il fenomeno che si manifesta è il disturbo dell’attenzione dei partecipanti , tale da rendere sempre più confusa e fluttuante la comunicazione , l’interazione da collettiva si frammenta in diadi, che conducono la battaglia per prevalere star sopra, contro altre diadi da mettere sotto.
    I tentativi di rientrare al tema si risolvono in disordine e offuscamento delle regole contestuali.
    Queste scene non sono infrequenti, allora io mi chiedo come si può realizzare il Consenso costruito, fuori da un contesto formativo strutturato e predisposto in tal senso, atto a creare le precondizioni per l’instaurazione di una generosità ermeneutica, che si alimenti di un ethos tematico fondato sul confronto creativo,per superare simmetrie e conflitti di potere al fine di “prendere decisioni che siano polifoniche, efficaci, nel rispetto e nel potenziamento delle identità multiple dei soggetti in causa”?
    Basta un conduttore esperto e competente che incarni il Consensus Building ,per renderne operante gli effetti, a meno non siano sufficienti i neuroni specchio, che a mio avviso, da soli non possono avere queste valenze, a meno che gli interlocutori rispetto al conduttore non siano affetti dalla sindrome di Zelig? ?

    • Grazie degli spunti Rosanna. No non credo che basti un conduttore esperto e neanche un buon setting o ‘contesto formativo strutturato’ (che certo aiuta, ma che per certi versi è l’equivalente del conduttore esperto). Che può dire un pesce dell’acqua? E l’uomo della conoscenza? (vedi ).Certo che da psicoanalisi, psico-socioanalisi, psicologia analitica, sistemica, filosofia, femminismo, grandi narrazioni religiose e non abbiamo tracce non indifferenti da seguire, ma sempre ricordando che ‘la via che possiamo chiamare via non è una vera via’ e che abbiamo bisogno di appartenenze ma anche di diffidare delle identificazioni disciplinarie troppo rassicuranti… (per quanto complesse esse siano).
      Non so, credo che cambiare epistemologia implichi una vera e propria meta-noia (un riuscire ad andare al-di-là del ‘nous’, del pensiero dominante), una capacità di abitare in maniera creativa i paradossi (Bateson) e di imparare (qualcosa) dall’esperienza (Bion). Forse qualcosa impariamo ma il come spesso sfugge alla logica lineare. Credo anche che grazie ai neuroni specchio il processo collettivo di rispecchiamento e trasformazione sia una cosa complicata che ci costringe a faticare parecchio per trovare un filo d’Arianna che ci aiuti a vivere un po’ meglio il nostro quotidiano e imparare a partecipare e gestire i piccoli e grandi conflitti che continuamente incontriamo nelle relazioni, nelle amicizie, nei gruppi di lavoro, nella politica…

  2. bruno

    Tutto “carino” e interessante, ma che scorpacciata di citazioni e termini dotti. Davvero illuminante !

  3. Fernando Bertolini

    Tutto giustissimo – si tratta di esame razionale della situazione di fatto, e poi di recensione ragionata delle possibili strategie e relativi esiti. Se a questo esame ed a questa recensione possono partecipare tutti coloro che sono interessati, si tratta sermplicemente di democrazia razionale in atto. A questo fine occorre occhio, logica e fantasia: chi avrà una di queste doti, chi un’altra. Però … non è un po’ ottimista l’idea che in Italia ci vorranno solo 405 anni perché questo metodo entri nella mentalità comune?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...