Ngugi wa Thiong’o

Raffaele Severi ha contribuito un post alle riflessioni postcoloniali di quelcherestadelmondo. Lo ringrazio di cuore.

Ngugi wa Thiong’o, noto anche come James Ngugi (Kamiriithu, 5 gennaio 1938), è un poeta, scrittore e drammaturgo keniota, considerato uno dei principali autori della letteratura africana.
Ha scritto romanzi, opere teatrali, racconti, saggi e opere per bambini, sia in inglese che in lingua kikuyu. È fondatore e direttore della rivista in kikuyu Mutiiri.
A causa del suo lavoro di scrittura  e produzione di testi teatrali nella sua lingua natale, il kikuyu, viene arrestato e detenuto fino alla morte di Kenyatta e sarà successivamente costretto all’esilio nel 1982.
Ispirato dai maggiori scrittori africani e dall’analisi di Fanon elaborerà una teoria secondo la quale è necessario spostare il centro del mondo e decolonizzare le menti non solo nei rapporti fra le nazioni e le culture, ma anche all’interno dell’elaborazione culturale di ogni singolo paese.
Dall’introduzione di Cristina Lombardi-Diop del volume “Spostare il centro del mondo. La lotta per le libertà culturali” edito da Meltemi nel 2000:
“L’universalismo del sapere diventa allora strumento di potere universale. In questa chiave va letta l’aspra critica di Ngugi alla letteratura inglese coloniale e postcoloniale, come il suo sottile riconoscimento della funzione ideologica della letteratura stessa, strumento al tempo stesso di oppressione e di liberazione. E se tale è dunque il suo ruolo, ne deriva con grande chiarezza che il processo di ‘decolonizzazione della mente’ dal sistema di pensiero che sostiene le divisioni sociali, religiose, etniche e razziali, avviene anche e soprattutto attraverso la letteratura, non più intesa come espressione universale, ma come espressione della differenza. Nel sedicesimo secolo, secondo Giordano Bruno, ‘tutti sono centri e punti e zenith ed altre differenze’; così nel ventunesimo secolo, secondo Ngugi, ‘la ricchezza di una cultura globale comune sarà […] espressa nelle particolarità delle nostre differenti lingue e culture, proprio come in un giardino universale dai fiori multicolori.”
Nelle sue analisi Ngugi ripercorre, dal punto di vista dello scrittore attivo, quelle teorie espresse magistralmente da Said in “Cultura e imperialismo”, dove si metteva bene in luce come la letteratura occidentale, anche quando ben disposta non è riuscita del tutto a sfuggire al razzismo imperialista, influenzata dalla weltanschauung eurocentrica.
Attraverso il dialogo fra le lingue, le culture e le tradizioni differenti, attraverso il loro perenne incrocio, incontro e scambio, senza che nessuna di esse prenda il sopravvento e diventi dominante, salvaguardando l’universalità del particolare senza perseguire il particolarismo, andando verso una Diversalità che non abbia più nulla dell’Universalità dell’Unico e del suo pensiero, Ngugi ci propone un multiculturalismo sano e la libera espressione delle culture come solo efficace antidoto contro la voracità dell’imperialismo culturale.
Dal capitolo “Smuovere il centro verso un pluralismo di culture”
“Credo che muoversi in direzione di un pluralismo letterario, culturale e linguistico sia importante ancor oggi, dato che il processo di globalizzazione si fa sempre più veloce. Il problema posto dalle nuove letterature, siano esse in lingua europea o africana, concerne il modo in cui dobbiamo interpretare il ventesimo secolo e i trecento anni che lo precedono (presumendo che lo studio della letteratura non sia semplicemente il masochista dimorar coi morti del Casaubon di Middlemarch). La schiavitù, il colonialismo, l’intera ragnatela di relazioni neocoloniali così ben analizzate da Frantz Fanon hanno contribuito all’emergere sia del moderno occidente che della moderna Africa. Per questo motivo le culture africane, asiatiche e sudamericane sono parte integrante del mondo moderno tanto quanto quelle europee, non c’è razza, scrisse Aimé Cesaire nel suo famoso poema ‘Diario di un ritorno al paese natale’, che abbia il monopolio della bellezza, dell’intelligenza e della conoscenza. C’è un posto per tutti ai rendez-vous della vittoria umana.”
Dal capitolo “Dare a cento fiori lo spazio per sbocciare. La ricchezza di una cultura globale comune”:

“Crescendo all’ombra di grandi passati classici e delle letterature europee, talvolta resistendo accanitamente al loro appello, talvolta assorbendone alcuni elementi ma sempre per creare delle tradizioni uniche, e quindi uno spazio proprio all’interno di un mondo dominato dall’imperialismo culturale dell’Occidente, tutte queste letterature hanno contribuito grandemente allo sviluppo di una letteratura e di una cultura di resistenza. Esse sono parte integrante della cultura del ventesimo secolo, il fondamento delle letterature e culture del ventunesimo. Le lingue e letterature d’Asia, Africa e Sudamerica, le letterature dei popoli di stirpe non europea che fanno adesso parte della realtà economica, politica e culturale dell’Occidente, stanno tutte creando spazio perché cento fiori sboccino su scala globale; l’organizzazione di studi culturali in tutto il mondo dovrebbe riflettere questa realtà multicolore della corrente creativa umana. La continuata dominazione del mondo da parte di una manciata di lingue e letterature europee può solo rendere il mondo più povero anziché più ricco. Le letterature africane, asiatiche, sudamericane, nord americane ed europee tendono verso una tradizione che darà e prenderà liberamente, su un piano d’uguaglianza e rispetto reciproco, da quest’ampio patrimonio della creatività umana. La ricchezza di una cultura globale comune sarà quindi espressa nelle particolarità delle nostre differenti lingue e culture, proprio come in un giardino universale dai fiori multicolori. L’essenza dei differenti fiori si esprime nella loro diversità, anche se tra di loro avviene una fertilizzazione incrociata. Ma ciò che conta maggiormente, è che tutti i fiori contengono in sé stessi i semi per un nuovo domani.”


Raffaele
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