Continuum e la fine dello stato-nazione

C’è una nuova serie canadese che si chiama Continuum, ambientata verso la fine del XXI secolo in un mondo dove i governi hanno dichiarato bancarotta e sono stati costretti da una crisi finanziaria epocale a cedere le redini al ‘governo degli imprenditori’ o delle multinazionali (‘corporate government’). Questo governo esercita un potere assoluto e ogni cittadino è altresì vincolato dalla sua personale quota di debito. L’iniziale chiara distinzione tra uno status quo da difendere e i cattivi terroristi che lo attaccano (la protagonista è una poliziotta che viaggia nel tempo per catturarli) lascia il posto a interrogativi di ordine etico più sottili e questo è di per sé una caratteristica abbastanza interessante anche di altre produzioni dell’attuale mediascape americano.

Del resto – nel bene e nel male – gli Stati Uniti non sono una ‘nazione’ costituita sul modello delle nazioni europee. Continuum evidenzia efficacemente una delle due possibili forme future di governance della fine dello stato nazione che l’Europa di questi tempi di trova a dover affrontare: cedere sovranità ai ‘mercati’ e alle dinamiche commercial-finanziarie oppure ripensare l’identità (e la democrazia a venire) nel senso di una apertura al mondo, di una nuova immaginazione etica e nella costruzione di uno spazio di co-appartenenza di singolarità multiple, insomma nella condivisione di ciò che ci differenzia in una polis finalmente cosmopolita e creola capace di fare  i conti con le ineguaglianze,  la storia e il passato senza erigere monumenti mortiferi alla memoria traumatica.

La marcia indietro di Pisapia e giunta rispetto alla cittadinanza onoraria al Dalai Lama non è un bel segnale…

Che ci sia qualcosa da imparare anche dagli Stati Uniti rispetto alla questione della cittadinanza (come vero luogo dell’identità umana nel fare sociale, nella partecipazione e non come a priori identitario)? Su questo tema, ho trovato una bella intervista del 1974 a Hannah Arendt  di cui vi propongo il brano iniziale:

«Questo non è  uno stato-nazione e gli  europei fanno molta fatica a comprendere questo semplice fatto che per altro dovrebbero conoscere, questo Paese non è unito né dall’eredità, né dalla memoria, né dal suolo, né dalla lingua né da un’origine unica… qui non ci sono  americani autentici, fatta eccezione per gli indiani, tutti gli altri sono cittadini e questi cittadini sono uniti da una sola cosa ed è molto, si diviene cittadini degli Stati Uniti con una semplice accettazione della Costituzione, la Costituzione [in Europa] è quasi un foglio di carta che si può cambiare ed emendare, ma qui la Costituzione è un documento sacro, è la memoria unica di un atto unico e sacro, l’atto di fondazione degli Stati uniti, che ha riunito delle minoranze  etniche e delle regioni molto diverse senza per altro né assimilare né appiattire queste differenze.»

L’ultimo bel libro di Achille Mbembe Uscire dalla grande notte riprende gli stessi temi in chiave postcoloniale e vorrei nei prossimi post condividere alcune note di lettura…

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2 commenti

Archiviato in fare rete, filosofia, politica, quel che resta del mondo

2 risposte a “Continuum e la fine dello stato-nazione

  1. Anonimo

    peccato che la serie sia canadese..

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