Manicomio no grazie!

Petizione contro la Proposta di Legge Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica.C. 919 Marinello, C. 1423 Guzzanti, C. 1984 Barbieri, C. 2065 Ciccioli, C. 2831Jannone, C. 2927 Picchi, C. 3038 Garagnani e C. 3421 Polledri. TESTO UNIFICATO ELABORATO DAL RELATORE ADOTTATO COME TESTO BASE Testo integrale del Disegno di Legge

MANICOMIO? NO GRAZIE!

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 Se siamo ancora cittadini di questopaese, non possiamo accettare che lo Stato obblighi terapeuti e pazienti ad effettuare sistematicamente cure contro la propria volontà.

Perché questo prevede la proposta di Legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica”, allungando la possibilità di ricoverare i pazienti in strutture psichiatriche fino ad un anno, anche se non consenzienti e ponendo l’accertamento medico finalizzato al ricovero coatto come prevalente rispetto ai diritti civili dei cittadini.

L’obbligo di trattamento, finora riservato a situazioni eccezionali, urgenti e solo per alcuni giorni, oggi diventa applicabile anche alle situazioni ordinarie, di emergenza e fino a un anno di durata. Agire contro la volontà del paziente non sarà più un caso eccezionale, ma una regola.

Un anno di trattamento senza consenso è un tempo infinito, inutile e sfibrante per tutti: per la persona, per i familiari e per chi presta le proprie cure come medico, psicologo, infermiere o educatore, per le altre persone accolte nella struttura di cura.

Chiunque abbia avuto rapporti di cura con persone ricoverate negli OPG, oggi in via di radicale trasformazione, conosce bene i limiti delle cure obbligatorie e del mescolamento di controllo giudiziario e terapia psichica. Chiunque abbia conosciuto persone costrette al ricovero per periodi protratti più di qualche settimana, sa bene che il danno prodotto è peggiore di qualsiasi beneficio.

L’articolo 4 determina che “Le procedure di intervento sanitario obbligatorio, accertamento sanitario obbligatorio (ASO) e trattamento sanitario obbligatorio, che assume la definizione di trattamento sanitario necessario (TSN), sono attivate quando la garanzia della tutela della salute è ritenuta prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino”. E che “L’accertamento sanitario obbligatorio è proposto sia da un medico del Servizio sanitario nazionale, sia da un medico del dipartimento di salute mentale per l’effettuazione di un’osservazione clinica”. […]

In sostanza un medico del SSN, anche qualunque, può internare chiunque sulla base di presunte valutazioni diagnostiche (accertamenti) e tali valutazioni sono “prevalenti sul diritto alla libertà”. Nessun incubo orwelliano potrebbe essere espresso in forma migliore. Valutazioni mediche indifferenziate hanno il potere di interdire un cittadino. Questa è sì la follia.

L’articolo 5 prevede una terapia prolungata anche senza il consenso del paziente. Una novitàrispetto al trattamento sanitario obbligatorio praticato fino ad oggi, che ha tempi ridotti ed è finalizzato ad ottenere il consenso del paziente alle cure. Il paziente potrà essere trattenuto fino ad un anno continuativamente, e “Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è finalizzato a vincolare il paziente al rispetto di alcuni principi terapeutici”. Il tema del consenso, che implica un lavoro di contrattazione e confronto con il paziente da cui spesso inizia una relazione con i curanti e poi una  cura, qui scompare: lo scopo è vincolare il paziente. Appellarsi alla necessità significa sottrarsi alla possibilità del conflitto e alla pratica della sua risoluzione come principio di terapia. Appellarsi alla necessità significa stare abbastanza alla larga dal paziente da non permettergli repliche.

L’articolo 8 obbliga il medico del Centro di Salute Mentale a svolgere visite domiciliari se i familiari segnalano l’esordio di una psicopatologia. Emerge una concezione ingenua della condizione psichiatrica, in cui i familiari sono depositari di una visione oggettiva sul parente malato ed hanno il potere di imporre all’équipe curante e alla persona un atto terapeutico come la visita domiciliare. La buona pratica di andare in visita occasionale ai pazienti sembra del tutto sconosciuta. La pena per il medico inadempiente è demandata all’area disciplinare, e sottratta allo spazio del rapporto umano con il paziente e la sua famiglia.

L’articolo 9 impone allo psichiatra del DSM di informare i parenti, mentre deve ricorrere al giudice per informare conviventi o persone che si prendono abitualmente cura del paziente. In nessun punto dell’articolo si parla dell’opinione del paziente ricoverato, che mentre è lontano da casa, sofferente e in un luogo estraneo, non ha nemmeno il diritto di decidere delle informazioni che lo riguardano. Divenuto oggetto piuttosto che proprietario delle informazioni sul proprio stato di salute, il paziente diagnosticato perde ogni diritto di obiettare.  Che succederebbe se il paziente imponesse al medico il silenzio, esercitando pienamente il proprio diritto alla riservatezza e appellandosi al segreto professionale?

In tutta questa proposta di legge, il grande assente è il rapporto fiduciario: ciò che ci permette di affidarci alle mani di un dentista, di un avvocato, di un sacerdote, di uno psichiatra. Ciò che ci permette di affrontare anche il dolore delle cure, se necessario, perché riponiamo nella persona che abbiano davanti la fiducia che stia agendo per il nostro interesse. Lo Stato si interpone al rapporto umano e professionale fra curante e paziente e sceglie per loro, ignorando il principio cardine della terapia.

Chiunque abbia mai affrontato l’avventura della cura sa che le persone con disturbi psichiatrici non perdono la propria cittadinanza, la capacità di fidarsi e di scegliere le persone di cui fidarsi. Questo accade nelle realtà eccellenti che pur ci sono in Italia le cui buone pratiche non vengono qui prese in nessun modo ad esempio. Chiunque abbia curato sa bene che la prima cura è la conquista della reciproca fiducia. Chiunque sappia cos’è la fiducia, sa che è qualcosa che nasce nell’animo delle persone, che nessun protocollo può imporre.

Ogni codice deontologico basa l’atto professionale sul rapporto fiduciario. Non c’è atto professionale se non c’è fiducia fra professionista e cittadino. Non c’è fiducia nell’obbligo come fondamento della cura.

Questa Proposta di Legge deve essere bloccata nel proprio iter di approvazione parlamentare. In 12 aberranti articoliil testo non disegna una legge, ma un futuro di persone private degli elementi minimi di cittadinanza. Lo fa con una noncuranza disarmante, che non esprime nemmeno un’ideologia repressiva, quanto la mancanza di ideologia e di pensiero, atti di cura privi di ogni contenuto relazionale.

Per tutto questo ti chiediamo di firmare qui questa petizione e di fermare questo obbrobrio etico, culturale, civile.


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5 commenti

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5 risposte a “Manicomio no grazie!

  1. Stiamo, tornando ai vecchi regimi custodialistici. Non capisco , il silenzio delle associazioni dei familiari dei pazienti psichiatrici…peccato che in Italia non esistono le associazioni dei diretti interessati, i quali rappresentando la sragione, i cosiddetti pazzi, non hanno diritti! Chiaramente, alla legge Basaglia 180/1978,non sono seguiti interventi ad hoc, con il risultato che i familiari di questi pazienti(mai parola fu più azzeccata, per ovvie ragioni)sono coinvolti pesantemente nella gestione di problematiche complesse e difficili, sia rispetto ai casi di psicosi, che delle cosiddette psicopatie, con il risultato che essi, i familiari apparentemente sani, avendo già identificato, in forma, ritengo, non consapevole il loro bravo capro espiatorio, (il malato è solo lui ….quindi, il malessere è solo suo.. non resta che espungerlo!)cercano la collusione con lo psichiatra. Il risultato qual è? IL risultato è, che, spesso, lo psichiatra , si trova all’interno di una conflittualità sia micro sociale, (la famiglia) ma anche del servizio psichiatrico stretto senso, per assenza di risorse alternative dirette anche a sostenere la famiglia, considerato che le iniziative psicoeducazionali non sono certo sufficienti, sia macrosociale , (carenza di infrastrutture ) collude con la famiglia “sostenendola “per attivare la soluzione più comoda” , quella del ricovero coatto o dell’ inserimento in contesti intermedi, denotati e connotati come protetti,(RSA)
    Di fatto attraverso un’ abile manipolazione linguistica del reale significato di dette strutture, in realtà, solo predisposte per restaurare la vecchia pragmatica manicomiale e custodialistica, però….sotto mentite spoglie:così, si vuole proteggere ed implementare il controllo sociale , esorcizzando la minaccia del diverso e derubricando attraverso finte finalità terapeutiche il drammatico capitolo della diversità. Alla fine, il conflitto, almeno quello micro sociale, che coinvolge il paziente- la famiglia e il servizio psichiatrico , viene tacitato, il capro espiatorio depositario del malessere allontanato, anziché affrontato, negoziato e perché no triangolato, quando lo psichiatra riesce ad attivare il suo emisfero destro, quello psicotico, per intenderci, per mettersi in vero contatto con il folle.
    Mi piace rievocare , per sottolineare il tormentato rapporto nel tempo tra ragione e sragione alcuni aspetti molto significativi in tal senso, del saggio di M.Foucault, “Storia della follia nell’età classica”, senza voler essere riduttiva nei riguardi di questo splendido scritto. Foucault descrive, con il potere fascinatorio della sua parola, come durante il Medioevo, il folle pur essendo escluso dal contesto sociale , vi veniva reintegrato simbolicamente,come testimone e come viandante , però libero e fuori da ogni comunità, con un suo statuto di Alterità, che riusciva come Alter, appunto, ad esorcizzare e a contenere in un certo senso le paure dell’ uomo integrato nel tessuto cosiddetto civile del mondo. Era proprio il folle che dava voce al saggio attraverso quella forma di irrisione eversiva e dissacratoria delle pretese della ragione, additando al mondo …la sua insensatezza: una sorta di coscienza critica, verso i limiti invalicabili della ragion teoretica, avrebbe detto Kant, ma anche, di una coscienza drammaticamente consapevole di quell’ ineliminabile “memento mori “ che è l’esistenza dell’uomo…fenomenologicamente essere… per la morte. Non a caso la pittura e la poesia di quel tempo evocavano tutto questo, verosimilmente per la forte valenza emozionale etica ed estetica che certamente pervadeva, con grande incisività l’immaginario collettivo, in quegli anni: basti guardare le rappresentazioni delle Narrenschiffen, le cosiddette Navi dei folli , che attraversavano, alla fine del Medioevo i fiumi del Nord-Europa, senza mai fermarsi, se non significativamente, sfiorando la soglia delle città che toccavano: il quadro del pittore olandese Hieronimus Bosch del 1490, La nave dei folli, è una in forma icasticamente rappresentativa di questa complessa dialettica, testé esposta.
    All’inizio del XVII secolo, però,( Foucault ,sempre nel già citato saggio ) lo scenario cambia: la sragione entra a far parte costitutivamente della ragione in un cerchio indissolubile , ma attraverso una differenza operata dal regime diurno della ragione, che pone ordine.
    Come? Separando ragione e sragione:la sragione chiaramente identificata e soprattutto identificato il suo potere destabilizzatore consentirà alla follia di non essere più solo territorio di navi vaganti senza meta, ma rientrerà nelle competenze della Medicina, in altre parole, sarà “solidamente ancorata alle cose e alle genti .Trattenuta e tenuta ferma .Non più barca, ma ospedale”(M.Foucault)
    La legge 180/1978…è stata solo un intermezzo ……una Nave dei folli… impazzita, si perdoni il paradosso, che ormai è deflagrata ,non potrà più essere ricostruita…….non resta che il TSO e le strutture protette, che ci proteggono dalla Sragione.

  2. Anonimo

    ok, tante belle, bellissime parole. Ma in una situazione tipica di questa Italia. Genitori anziani untra sessantenni, figlio quarantenne fisicamente prestante quale dovrebbe essere la soluzione? Assistenza domiciliare? Cioè? Un team di medici ed infermieri a casa di ogni malato? Si malato, perchè appunto si tratta di persone malate che vanno curate al meglio. Affidarli alle famiglie o a carenti servizzi locali, in attesa che una crisi porti ad un ricovero di alcuni giorni, ricovero nel quale ci si preoccupa solo di imbottirli abbastanza da farli calmare e poi li si rispedisce a casa, non mi pare sia la soluzione ottimale. Soprattutto per persone che hanno bisogno di assistenza e terapia costante. Il malato va curato al meglio, se il meglio è vivere in famiglia ok, ma se questa in molti casi non è la soluzione ottimale, forse si deve tentare qualcosa d’altro! Libertà dell’individuo e volontà personale, sono bellissimi concetti in linea teorica, ma in linea pratica? Se la volontà e il comportamento di un idividuo sono inficiati dalla malattia mentale allora l’espressione di libertà che ne deriverà forse non sarà cosi gradevole. Per favore basta guerre ideologiche. Un malato va curato, gli va prestata la migliore assistenza possibile. Non negate la malattia mentale!!! Se ho un femore rotto devo essere ricoverato a volte per mesi, non bastano tre giorni imbottito di farmaci e bloccato a letto per farmi guarire.
    Scusa lo sfogo, ma dei teorici della libertà ne ho le scatole piene. Di solito le loro soluzioni portano alla negazione della libertà piuttosto che alla loro migliore fruizione.

  3. Anonimo

    …dimenticavo, Foucault , Bosch, Pirandello e tutto il consueto armamentario dialettico/culturale, sono ottimi per “compilare ” una tesina delle superiori o per comodamente cavarsela con la tesi di laurea ( ho fatto entrambe le cose), ma la realtà attuale è molto diversa e piena di sfaccettature. Si è voluto ad un certo punto negare l’esistenza della follia, ddella malattia mentale. Il folle non esiste e se non esiste a cosa servoneo strutture stabile per la sua cura? Giusto? Mandiamolo per il mondo, meglio ignorarlo all’angolo di una strada mentre spindge il suo carrello arico di stracci, o o chiuso tra quattro mura, prigioniero e carnefice di un della sua stessa famiglia. Si dovesse mai mettere in discussione il concetto di libertà assoluta dell’individuo e volontà personale, sia mai!

    • Mi sembra che – senza negare la sofferenza psichica estrema che chiami malattia mentale – ci siano state esperienze molto differenziate e meno umilianti dei manicomi là dove le strutture psichiatriche territoriali hanno funzionato a dovere, certo il nodo è enorme, ma la logica manicomiale (dentro o fuori dal manicomio) non mi sembra andare nella direzione della cura. Trovo eco di quello che dici in qualcosa che diceva anche Laing:
      «Ai miei occhi, la psichiatria di comunità diviene facilmente un modo di capovolgere l’ospedale psichiatrico, nel senso di rivoltarne l’interno all’esterno, e fare di tutta la comunità un grande ospedale psichiatrico, senza inferriate e senza porte chiuse. Per risparmiare denaro, si addestrano i familiari a far da infermieri, poi si usano squadre volanti per fare gli elettroshock a domicilio, e si applicano efficacemente camicie di forza farmacologiche per mezzo dei tranquillanti. E poi ci sono squadre di professionisti che impiegano il loro tempo per trovare lavori senza senso per i pazienti, e per riadattarli e far loro credere che non sono più stigmatizzati per il fatto di essere malati, e così via. Così si riesce a far fare alla comunità il lavoro sporco che prima si faceva all’interno dell’ospedale .» (R.D.Laing, A.Esterson 1970, Normalità e follia nella famiglia. Undici storie di donne, pag. XLI)

  4. silvia tomassini

    in italia e un pò in tutto il mondo una persona disoccupata può essere facilmente accusata di follia e fatta rinchiudere perchè non porta soldi a casa , mentre i veri matti se ne stanno in giro ma basta che guadagnano soldi il più delle volte in modi anche illegali

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