L’eredità postcoloniale dell’Africa secondo Achille Mbembe

Nel suo ultimo libro, Achille Mbembe descrive bene l’eredità postcoloniale dell’Africa, l’eredità pesante delle ‘riserve razziali’ che i colonizzatori avevano utilizzato come fonti di manodopera, potenziando le divisioni etniche, distruggendo le reti  complesse che erano spazi di circolazione commerciale a geometria variabile e sostituendo alle colonie le ‘nazioni’ africane ancor più funzionali agli interessi del mercato. In queste nuove nazioni post-coloniali le enclavi dove le multinazionali estraggono le risorse del continente costituiscono una nuova frontiera di predazione in cui agli enormi interessi economici si mescolano potentati, mafie locali, gruppi paramilitari in combutta con l’establishment corrotto o in competizione per la gestione delle tangenti in una crescente mercificazione della vita. Per moltitudini di africani la scelta non è più tra obbedienza e disobbedienza come nel modello coloniale ma tra l’asservimento e degrado morale per sopravvivere da un lato e la morte lenta o differita dall’altro. L’esarcebazione post-coloniale dei conflitti etnici e delle differenze religiose e culturali ha ugualmente permesso di dividere l’intelligenza collettiva della società civile che è stata accantonata a favore di interessi locali. Mbembe ci dice che la violenza è diventata così capillare da ‘normalizzare’ l’idea che il potere non può essere conquistato che con la vita altrui e con la distruzione di ogni legame sociale…. Ma vi è anche un’altra Africa in cui circolano i mondi, un’Africa che si creolizza e che sogna una comunità decolonizzata coltivando una coscienza che Mbembe chiama Afripolitanismo, consapevole del relativismo delle orgini e responsabilizzato rispetto alla libera costruzione di nuove identità creole: e qui Mbembe si richiama esplicitamente a Glissant e alla sua poetica del tout-monde e della relazione. Ma gli lascio la parola, traducendo questi primi brani di Sortir de la Grande Nuit:

«Accanto al mondo delle rovine e a quella che è stata chiamata ‘capanna senza chiavi’ emerge un’Africa che sta compiendo la sua sintesi secondo modalità di decostruzione e ridistribuzione delle differenze. L’avvenire di questa Africa si farà sulla base della forza dei suoi paradossi e della sua materia indocile. E’ un’Africa in cui le strutture sociali e spaziali sono ormai decentrate; che va contemporaneamente verso passato e del futuro; in cui i processi spirituali sono una creolizzazione di secolarizzazione della coscienza, di immanenza radicale (senso del mondo e senso dell’istante) e di tuffo apparentemente senza mediazioni nel divino; in cui le lingue e i suoni sono ormai profondamente creoli; che concede uno spazio centrale alla sperimentazione; nella quale germinano immagini e pratiche sorprendentemente post-moderne (…) E’ sul piano culturale e dell’immaginario che le trasformazioni sono più vive. L’Africa non è più uno spazio circoscritto, di cui si può definire il lkuogo e che nasconderebbe un segreto o un enigma, o che si può circoscrivere. Se vi è ancora un continente, si tratta sovente e per molti di un luogo di passaggio o di transito. Un luogo che si sta definendo intorno a un modello nomade, di transito, errante o di rifugio(… ) Cultura del passaggio, dunque – sopratutto per chi va altrove. Ma quanti ostacoli da sormontare in un kondo sempre più recintato in cui si erigono muri. Per milioni di persone la globalizzazione non rappresenta affatto il tempo infinito della circolazione. Rappresenta il tempo delle città fortificate, dei campi e dei cordoni, delle recinzioni e delle frontiere sulle quali si viene a cozzare e che sempre più servbono da stele o da ostacolo tomba – la morte tracciata nella polvere o nei flutti(…) L’Africa è sempre più popolata da migranti potenziali. Di fronte al saccheggio, alle molte forme di avidità, alla corruzione, alla malattia, alla pirateria e a molteplici esperienze di stupro sono pronti a lasciare il luogo natale nella speranza di reinventarsi e riradicarsi altrove. Dal filatoio che opera per scomporre le forze vive del continete, qualcosa si sta formando con forza e violenza: una fuga forsennata davanti alla terribile alternativa: restare nell’arsura che secca e correre il rischio di diventare mera carne umana, o spostarsi, partire, ad ogni costo (…) Queste brusche osservazioni non significano che non esista alcuna sana aspirazione alla libertà e al benessere in Africa. Questo desiderio fatica tuttavia a trovare una lingua, pratiche efficaci, e sopratutto una traduzione in nuove istituzioni e in una cultura politica nuova, dove la lotta per il potere non sia più un mero gioco a somma zero. Perché la democrazia si radichi in Africa bisognerebbe che fosse poratat da forze sociali e culturali organizzate; istituzioni e reti che escano dal genio, dalla creatività e soprattutto dalle lotte quotidiane delle persone e dalle loro stesse tradizioni di solidarietà. Ma ciò non basta. Ci vuole anche un’Idea di cui [l’Africa] sarebbe una metafora vivente. Così riarticolando per esempio la politica e il potere intorno alla critica delle forme di morte, o più precisamente intorno all’imperativo di nutrire i ‘depositi di vita’, si potrebbe aprire la via a un nuovo pensiero della democrazia in un continente dove il potere di uccidere resta più o meno illimitato, e dove la povertà, la malattia e gli azzardi di ogni genere rendono l’esistenza incerta e precaria. In fondo, un tale pensiero dovrebbe una mescolanza di utopia e pragmatismo. Dovrebbe essere, necessariamente, un pensiero di ciò che viene, dell’emergenza e e del sollevamento. Ma questo sollevarsi dovrebbe andare ben al di lù delle lotte anticolonialiste e antimperailiste i cui limiti, nel contesto della mondializzazione e in relazione a ciò che è accaduto dall’indipendenza in poi, sono ormai evidenti.

Nel frattempo tre fattori decisivi costituiscono un freno alla democratizzazione del continente. Innanzi tutto un certa economia politica. In secondo luogo, un certo immaginario del potere, della cultura e della vita. E infine strutture sociali che tra i tratti salienti hanno quello  di conservare la forma apparente e le antiche maschere mentre si trasformano incessantemente in profondità.  (…) La brutalità dei vincoli economici di cui i Paesi africani hanno fatto esperienza nel corso dell’ultimo quarto del XX secolo – e che prosegue sotto l’egida del neoliberismo – ha contribuito alla fabbricazione di una moltitudine di diseredati (…)»

Sinceramente trovo un eco nelle parole di Mbembe che mi sembra andare al di là della sola situazione africana…

(a suivre)

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Archiviato in antropologia, filosofia, nuda vita, politica, quel che resta del mondo

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