Mi piace/Non mi piace

«Dire sì o no, mi piace o non mi piace, è già un’interlocuzione, a volte una provocazione, comunque un’evocazione della presenza altrui. Il piacere, ossia il particolare sentimento che intensifica una sensazione legata a un oggetto, vuole essere condiviso, comunicato, ha per destinatari gli altri. (…)Dire mi piace/non mipiace ha dunque a vedere con la ‘presentazione’ di ciò che è nel mondo comune, tenendo conto del gusto degli altri, dei loro giudizi possibili. E la facoltà della mente che ‘presenta’ e non ‘rappresenta’ è appunto l’immaginazione che lavora attovamente per tirar fuori il giudizio di gusto dall’ambito della percezione immediata dell’io(…) Nel gusto si tratta infatti di far apparire, di dare presenza nel mondo, e quindi significato umano, a cose e persone reali (…) Scegliere i propri libri e i propri amici è dunque un’affermazione della propria appartenenza a un mondo comune.»

Così Laura Boella nel suo “Il coraggio dell’etica”. L’ispirazione viene dalla riflessioni di Hannah Arendt: «ciò che si manifesta nel gusto è il modo in cui gli uomini si coappartengono. E questa coappartenenza (…) è l’unica cosa su cui si può fare affidamento (…) Al senso di sé della ragione, che vive dell’io-penso, si contrappone il senso del mondo,che in quanto senso comune (passivo) e in quanto immaginazione (attiva) vive degli altri»

Nel pensiero di Boella questa è una delle radici dello sforzo di ripensare l’etica come immaginazione morale ‘incarnata’ nel mondo, nel corpo, nelle relazioni : «L’etica intrattiene un rapporto difficile, ma inevitabile, con la vita. Essa non è creata dalle teorie o dalle dottrine che se ne occupano, né viene vissuta esclusivamente nella forma di una classe di sentimenti morali, né si identifica con l’esercizio di una facoltà razionale. L’etica richiede l’accadere del bene, della giustizia, della libertà in atti, gesti, esperienze singolari e concrete che sono modi di vivere la vita: amiciza, amore, passione, dolore, piacere, sforzo, pazienza, perdono. Esperienze, gesti, relazioni viventi sono le condizioni di possibilità del pensiero e dell’agire morale; li mettono in moto , ma ne rappresentano anche costantemente l’ostacolo che può far fallire l’esercizio della libertà, il desiderio del bene.»

O ancora: «…quando ci si rende conto della realtà materiale, fisica di una relazione e allora i gesti iniziano a parlare una lingua diversa e ben più precisa di quella delle angosce e dei voli dell’immaginario: scaldare le mani e i piedi di un bambino diventa un gesto di tenerezza materna o paterna, dare aria alla stanza di un malato diventa un gesto d’aiuto, frammenti sparpagliati di suoni ascoltati con tremore destano la ricerca dell’altro.»

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