Ancora su traccia e memoria

Non possiamo più pensare che la memoria del mondo sia fatta di Opere Immortali. Il monumento è una cristallizzazione rigida, mentre la traccia è ciò che essendo nascosto pure ancora parla. Anche nelle narrazioni religiose vediamo costantemente in opera il conflitto tra queste due polarità. Gershom Sholem per esempio evidenzia come nella Cabala torni in gioco la possibilità del mito, del simbolo, dell’interpretazione plurale, del gioco delle narrazioni che il rigore severo dell’illuminismo ebraico medievale sembrava avere per sempre esorcizzato.

Come narrazione della traccia trovo esemplare questa storiella chassidica che ho già citato in un altro post.

Quando il grande Rabbi Israel Baal Shem-Tov vedeva che per il popolo si annunciava una sciagura aveva l’abitudine di andare in raccoglimento in una radura nella foresta; là accendeva il fuoco, recitava una determinata preghiera e il miracolo si compiva, allontanando la sciagura.
Molto tempo dopo, quando il suo discepolo doveva intervenire presso il cielo per le stesse ragioni, si recava nella stessa radura nella foresta e diceva: “Signore dell’universo, prestami orecchio. Non so come si accende un fuoco, ma sono ancora capace di recitare la preghiera.” E il miracolo si compiva.
Molto tempo dopo, il Rabbi Moshe-Leb di Sasovo, per salvare il suo popolo, andò nella foresta e disse: “Non so come accendere il fuoco, ma posso individuare la radura e questo dovrebbe bastare”. E bastava: ancora una volta il miracolo si compiva.
Poi fu la volta del Rabbi Israel di Ruzin di allontanare la minaccia. Seduto in poltrona, si prendeva la testa fra le mani e parlava a Dio:”Sono incapace di accendere il fuoco, non conosco la preghiera e non posso neanche ritrovare la radura nella foresta. Tutto quello che so fare è raccontare questa
storia. Questo dovrebbe bastare”. E bastava.

Quando il grande Rabbi Israel Baal Shem-Tov vedeva che per il popolo si annunciava una sciagura aveva l’abitudine di andare in raccoglimento in una radura nella foresta; là accendeva il fuoco, recitava una determinata preghiera e il miracolo si compiva, allontanando la sciagura.
Molto tempo dopo, quando il suo discepolo doveva intervenire presso il cielo per le stesse ragioni, si recava nella stessa radura nella foresta e diceva: “Signore dell’universo, prestami orecchio. Non so come si accende un fuoco, ma sono ancora capace di recitare la preghiera.” E il miracolo si compiva.
Molto tempo dopo, il Rabbi Moshe-Leb di Sasovo, per salvare il suo popolo, andò nella foresta e disse: “Non so come accendere il fuoco, ma posso individuare la radura e questo dovrebbe bastare”. E bastava: ancora una volta il miracolo si compiva.
Poi fu la volta del Rabbi Israel di Ruzin di allontanare la minaccia. Seduto in poltrona, si prendeva la testa fra le mani e parlava a Dio:”Sono incapace di accendere il fuoco, non conosco la preghiera e non posso neanche ritrovare la radura nella foresta. Tutto quello che so fare è raccontare questa storia. Questo dovrebbe bastare”. E bastava.

La narrazione mitica più autentica è caratterizzata da anelito, mancanza, da un malinteso da sanare, da una perdita e un viaggio (e va da distinta da quell’inflazione identitaria che pure si può paludare di un’aspirazione ultraumana).

Recentemente ho ritrovato una bella storia di rinnovamento raccolta da Laurens van der Post tra i boscimani Kung del Kalahari

La Luna vide che gli uomini avevano paura della morte. Mossa a compassione chiamò l’animale più veloce che si trovasse nei paraggi, la lepre, e le disse: «corri e dì alla gente della Terra di guardarmi perché sappiano che come morendo vengo rinnovata così accadrà anche a loro» La lepre andò di gran fretta e per la fretta dimenticò il messaggio e disse alla gente: «La Luna vuole che la guardiate perché sappiate che mentre lei morendo si rinnova a voi non capiterà la stessa cosa.» E così la Luna si arrabbiò moltissimo e diede una botta alla lepre sul labbro ed è per questo che la lepre a tutt’oggi ha il labbro spaccato come segno della sua falsa testimonianza.

E’ curioso che mentre nel mito della Genesi il Serpente deforma le parole ricevute dagli uomini e li tenta  con la promessa di una conoscenza non mortifera che li farà  diventare ‘come dio’, con la Lepre accade esattamente il contrario. Deformazioni opposte che solo l’immagine viva del mito sa raccontare.

La memoria ci porta a cristallizzare le nostre simpatie e antipatie, quasi a contemplare nella Storia quel cumulo di rovine di cui parlava Benjamin, mentre la traccia porta sempre in sé il senso della giustizia ma ci connette perché oltre al passato reca in sè il seme immaginale del futuro, la possibilità della trasformazione e della ricombinazione creativa all’interno di vincoli che sono anche gradi di libertà.

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4 commenti

Archiviato in antropologia, narrazioni, politica, spiritualità

4 risposte a “Ancora su traccia e memoria

  1. “…mentre nel mito della Genesi il Serpente deforma le parole ricevute dagli uomini e li tenta con la promessa di una conoscenza non mortifera che li farà diventare ‘come dio”.
    In che senso “deforma le parole ricevute dagli uomini”?

    • Sì forse è più chiaro se scrivo «iL Serpente deforma le parole che gli uomini avevano ricevuto»?
      re: «Il Signore diede questo comando agli uomini: ‘Tu potrai mangiare di TUTTI gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché quando ne mangiassi certamente moriresti […] Il Serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “E’ vero che Dio ha detto. ‘Non dovete mangiare di NESSUN albero del giardino?’ Rispose la donna al Serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta nel mezzo del giardino Dio ha detto ‘Non ne dovete mangiare…. altrimenti morirete.'” Ma il Serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio…”» (Genesi 2:16-17 e 3:1-5)

  2. Sì, ho capito meglio il senso. D’accordo per la domanda “tendenziosa” (…NESSUN albero del giardino…?), ma per il resto non ho mai potuto fare a meno di pensare che tutto sommato aveva detto la verità: “i vostri occhi si aprirebbero e diventereste come Dio”. Dopo aver mangiato il frutto, infatti, “conobbero che erano nudi” e si nascosero. E più tardi il Signore Dio dice “Ecco che l’uomo è diventato come uno di noi, conoscendo il bene e il male! E ora ch’egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, sì che ne mangi e viva in eterno” (Genesi 3:22). E’ un passo che mi ha sempre turbato, perché interpretato per come è scritto sembra piuttosto essere Dio quello che ha nascosto la verità per timore di dover condividere le sue prerogative.

    • Ciao Mauro! Certamente cogli nel segno quando dici che questo è uno dei passaggi più enigmatici e problematici del Vecchio Testamento…
      E che dire di quando nel Vangelo troviamo questo passaggio: (Giovanni 10,33-36): Gli risposero i Giudei: « Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio ».Rispose loro Gesù: « Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio ( e la Scrittura non può essere annullata ), a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono Figlio di Dio?»

      Gesù fa riferimento a un versetto dei Salmi, ma l’eco della Genesi è pure evidente. Tanto per cominciare si potrebbe chiedere – come hanno fatto gli gnostici – Chi è che parla nella Genesi, quale dio? o quali dei (come è noto Elohim è plurale)? E – certo che sarete come dei – ma se troviamo modi molto diversi di pensare la conoscenza tra gli uomini, forse tensioni simili appartengono anche alla sfera oltreumana (‘divina’)? L’Oriente non scandalizzarebbe certo a un’idea del genere. Detto più semplicemente, forse la conoscenza si cristallizza in qualcosa di mortifero se non riusciamo a associare la conoscenza con quella vitalità immaginale e affettiva che molto bambini ancora hanno (o avrebbero se non li costringessimo prematuramente a conformarsi)? Bisognerebbe mangiare prima dell’albero della vita, per non diventare dei mortiferi? Non lo so. A me premeva sottolineare che in uno dei miti (quello boscimane) il Coniglio nega il rinnovamento e enfatizza l’ineluttabilità della morte e nell’altro (quello della Genesi) il Serpente nega la possibilità della morte. Mi sembrano entrambi cogliere qualcosa nell’ordine della ‘traccia’.
      Le interpretazioni possibili sono molteplici, io preferisco quella di Pannikkar (vedi anche il mio post ‘una fiaba panikkariana’).
      «In quel giardino di cui abbiamo parlato c’era un altro albero, e precisamente nel centro e non ai margini come l’albero della conoscenza. Lo chiamavano albero della vita (L’albero è un simbolo interculturale). Non so se portasse frutti però mi immagino che desse fiori e naturalmente ombra – e sotto quell’ombra mi piacerebbe dimorare.
      Però come potrei conoscere cos’è l’albero della vita se non ho mangiato prima l’albero della conoscenza? Ma se mangio del frutto di questo prima di aver assaggiato quello della vita, morirei asfissiato come il pesce[fuor d’acqua], di stanchezza come il passero [che cerca di capire cos’è l’aria] o di angoscia come l’uomo [che cerca di capire cosa sia la conoscenza]. Devo mangiare dell’albero della vita e dimorare nella sua ombra prima ancora di conoscerlo come tale, visto che per farlo dovrei prima mangiare dell’altro albero. E’ questa l’innocenza – che devo perdere per conoscere l’albero della vita. Come si è visto le buone azioni che contano non sono quelle che facciamo in modo riflessivo per un altro motivo, né quelle che i cristiani fanno per Cristo (Mat. XXV,37 ecc.) ma solo quelle che facciamo semplicemente perché amiamo farle – per sé stesse, spontaneamente e liberamente. Ci ha guidato il profumo dell’albero della vita e non la conoscenza dell’altro albero.
      Riassumendo, ci sono due alberi e non possiamo ridurre il pellegrinaggio per il giardino terrestre alla ricerca di un solo albero. Intelligenti pauca!
      I nomi greci di questi due alberi sono mythos e logos. Scriviamo mythos invece di mito quando lo mettiamo in relazione con il logos per conservare un certo equilibrio linguistico. La modernità è fondamentalmente una cultura del logos, convertito in ragione (ratio) e ha voluto relegare il mythos a una tappa già abbandonata o a mero intrattenimento.» (da ‘Il senso del mito’)

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