Schiudere il mondo – decolonizzare i saperi

In ‘Uscire dalla grande notte’ Achille Mbembe mette a fuoco con precisione il doppio messaggio del colonialismo: da un lato l’appartenenza di tutte le razze all’umanità e  dall’altro la superiorità della cultura, della razza, delle differenze sociali di cui è portatore il colonizzatore. I concetti di libertà e umanità sostenuta dall’Impero coloniale francese, dice Mbembe, erano fondati sull’opposizione razziale tra ‘civilizzati’ e ‘primitivi’ da ‘iniziare’ a ‘liberté, fraternité, egalité’ attraverso un regime di disuguaglianze, sfruttamento e abuso.

Il pensiero anticoloniale prima di spegnersi in una miriade di localismi nazional-localisti mirava a togliere i recinti, a riaprire i campi cintati a schiudere il mondo. E l’odierno pensiero post-coloniale rivendica questa eredità.

«La questione della schiusura del mondo – dell’appartenenza al mondo, dell’abitare il mondo, della creazione del mondo, o ancora delle condizioni che ci permettono di fare mondo e che costituiamo in quanto eredi del mondo – è al cuore del pensiero anticoloniale (…) Nel pensiero sulla decolonizzazione, l’umanità non esiste a priori. Essa deve sorgere da un processo in cui il colonizzato si risveglia alla coscienza di sé, si appropria soggettivamente del suo io, smonta le palizzate e si autorizza a parlare in prima persona. Inoltre, il risveglio alla coscienza di sé o l’appropriazione di sé non mirano solo alla realizzazione di sé, ma anche in modo ancor più significativo a una salita d’umanità, a un nuovo salto della creazione, alla schiusura del mondo.» In Franz Fanon, aggiunge Mbembe questa salita d’umanità non può che essere il risultato di una lotta per la vita che si dà nell’uscita da recinto arido e sterile della razza. «E’ anche contribuire a dissipare lo spazio delle dicotomie nette, delle separazioni, delle frontiere e dei recinti e incamminarsi verso l’universale che [Fanon] affermava essere ‘inerente alla condizione umana’»

Ma la definizione di un mondo proprio ha senso solo nella misura in cui è destinato a essere messo in comune. Senghor lo chiamava ‘l’appuntamento del dare e ricevere’. E’ degno di nota che nei grandi pensatori post-coloniali non vi è mai una caduta nel localismo etnicizzante. Semmai questa tendenza è stata incoraggiata dalle potenze economiche che per spartirsi le risorse africane devono poter contare su appartenenze divise e corruzione.

La co-creazione del mondo, la costruzione di un’eredità comune aggiunge Mbembe è stata cara a molti pensatori neri.

«Seguendo la lezione di Glissant, la schiusura consiste proprio nell’andare incontro al mondo sapendo abbracciare il tessuto non divisibile delle affiliazioni che formano la nostra identità e l’intreccio delle reti che fanno sì che ogni identità si estenda necessariamente in un rapporto con un Altro che già sempre è presente  [ma non  assimilabile] (…) La vera schiusura del mondo è dunque l’incontro con l’interezza di ciò che Glissant chiama tutto-mondo.”

Nasce dunque un pensiero afro-moderno, una poetica della relazione che in pensatori come Paul Gilroy prende la forma di una nuova coscienza planetaria che passa dal ‘canto d’ombra’ creativo degli schiavi, alla decostruzione dei doppi messaggi del colonialismo europeo, a un riconoscimento dell’aspirazione alla libertà (in cui vi sono solo aventi diritto) e infine alla possibilità di una convivialità  eterogenea, nella condivisione di ciò che ci differenzia al di qua degli estremi opposti del fondamentalismo e del nichilismo. Questo sogno di una polis universale e creola, di un pensiero-mondo che si riconosce sistema e relazione, un fertile ‘né questo né quello’ ma tra-i-due è fonte di una inedita e coraggiosa riflessione etica.

I pensieri di Mbembe non mi sembrano lontani dalle riflessioni di David Graeber a conclusione del suo ‘Frammenti di antropologia anarchica’ in cui sottolinea per esempio come i media abbiano descritto gli zapatisti  prevalentemente come una banda di Indiani Maya che chiedevano una misura di autonomia indigena:

«Ciò che voglio enfatizzare è il paternalismo – o per dirla tutta il razzismo – che ha segnato la reazione internazionale a ciò che la ribellione zapatista è stata realmente. Perché ciò che gli zapatisti si proponevano era precisamente quel tipo di lavoro che la maggior parte della retorica sull’ ‘identità’ di fatto ignora: cercare di capire quale forma di organizzazione, quale forma di processo e consenso sarebbe stato necessario per creare un mondo in cui le persone e le comunità sono libere di determinare per sé stesse quale tipo di persone e comunità desiderino essere. E cosa è stato risposto loro? Sono stati informati, che, dato che erano Maya, non potevano in alcun modo aver qualcosa da dire al mondo sui processi con cui si costruisce l’identità; o sulla natura delle possibilità politiche. Come Maya, l’unica possibile dichiarazione politica che potevano fare ai non-Maya era sull’identità Maya. Potevano asserire il loro diritto di continuare a essere Maya. Potevano chiedere riconoscimento come Maya. Ma che un Maya dicesse qualcosa al mondo che non fosse un mero commento alla loro Maya-tudine era inconcepibile.»

In sostanza la decolonizzazione dei saperi e dei pensieri è lungi dall’essere conclusa sia in Europa che in Africa (segnalo anche come eco d’ombra di questi pensieri l’articolo sul Corriere della Sera di oggi sui campi di concentramento per ex streghe in Ghana.)

Segnalo anche un interessante articolo (in inglese) che spiega il senso del dipinto zapatista  che illustra questo post. Il dipinto fa parte di un’evento artistico chiamato Autonomous InterGalactic Space Program  che si è tenuto a giugno a Los Angeles, basato su un’installazione di un artista di origine portoghese, Rigo 23 con l’appoggio della giunta zapatista. Rico spiega che  le caracoles – (o lumache) che costellano il mondo del dipinto (e che sono anche il nome delle unità di governo locale zapatista) sono un antico simbolo maya che ha a che fare con la ciclicità e non linearità dei processi (temporali) in forte contrasto con il mito occidentale lineare che relegherebbe le culture altre allo statuto di reliquie del passato.

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