Un post dal Niger (la prima volta di Zinder)

Padre Mauro Armanino è un sacerdote-antropologo che lavora con i rifugiati in Niger, uno dei paesi col minor reddito pro-capire del mondo (e con grandi risorse minerarie, tra cui uranio, petrolio e oro).  Il Niger è non solo punto di transito di importanti rotte di migrazione economica dall’Africa ma confina con paesi che  sono stati al centro di eventi catastrofici (basta dire che a Nord c’è la Libia e a ovest il Mali con il nord occupato dai tuareg, appnea oltre il confine sud la Nigeria più ‘fondamentalista’, quella di Kano). Il Paese è a larga maggioranza musulmana con minoranze animiste e cristiane. Numerose le enclavi di sfruttamento minerario, gestite dai potentati. Un rapporto di Greenpeace del 2010 sulle aree minerarie dello Stato africano parla di acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l’Areva, l’azienda francese con cui Berlusconi e Scajola avevano già firmato accordi (poi annullati) per costruire  centrali nucleari in Italia. In alcuni luoghi la falda acquifera è già contaminata  per milioni di anni. I livelli di radioattività nelle strade di Akokan sono 500 volte superiori ai valori normali nell’area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E’ uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall’Africa all’estrazione dell’uranio.   Anche se il Niger è segnato dallo sfruttamento e dalla mancanza di equità sociale, la convivenza pacifica delle religioni sembrava sinora cosa acquisita. Il film blasfemo su Muhammad ha scatenato la rabbia musulmana anche qui, rabbia culminata nell’incendio della chiesa di Zinder.  Il consiglio islamico del Niger ha condannato il film blasfemo all’origine degli attacchi ma ha anche condannato ogni reazione violenta che “è contraria all’insegnamento dell’Islam che è religione di pace, tolleranza e reciproco rispetto tra musulmani e non musulmani.” Forse il consiglio aggiunge Mauro avrebbe dovuto avere lo stesso coraggio condannando i crimini commessi nel nome dell’Islam nel Mali del nord da uno pseudo-islamismo ideologizzato che poco ha a che vedere con la tradizione.  Ecco il suo post dopo gli eventi di Zinder, grazie Mauro.

«Era venerdì 14 settembre quando la chiesa di Zinder è stata parzialmente bruciata. Sono le seconde ceneri del paese.Le prime erano accadute quando il palazzo del Ministero di Giustizia era stato incendiato l’anno scorso. Gli archivi e i dossier degli indagati per corruzione finiti in cenere.

Esattamente come la giustizia con mandanti e esecutori. O allora si è trattato di un banale corto circuito. Lo stesso che è imputato per la serie di incendi che hanno devastato i mercati della capitale. E nel contesto delle ceneri altri incendi si sono sviluppati. Quelli industriali della raffineria di petrolio inaugurata nel mese di novembre scorso. Quelli con i copertoni delle macchine e dei camion in città. E quelli in seguito all’uccisione di tre persone durante le manifestazioni di strada dell’anno scorso. Zinder è stata la prima capitale del territorio coloniale francese nel 1922. L’amministrazione sarebbe poi stata trasferita a Niamey. L’attuale capitale del Niger che si trova a 650 kilometri da Zinder. Per la prima volta l’incendio in una chiesa.

 Anche per Edward era la prima volta. Partito in Libia per giocare al calcio si è trovato in un campo di detenzione a Sebha. Per otto mesi ha sopravvisto tra i sommersi dalla fame e dagli stenti. Ha transitato tra i salvati solo perché un soldato aveva vissuto in Liberia. Assieme ad altri sono stati portati al confine col Niger e dopo quanche settimana nel ghetto di Agadez arriva a Niamey per la prima volta. Il loro figlio si chiama Favour. Favore di vivere malgrado le deportazioni in Algeria. Papà e mamma arrivano dall’Algeria via Liberia. Dopo aver perduto tutto si trovano col Favore che all’inizio del viaggio non c’era ancora. Edward ha cominciato a scrivere il diario della prigionia. Favour invece ha i capelli intrecciati e sembra una bambina solo avesse gli orecchini.

 Erano le 9 quando un gruppo di persone ha iniziato l’opera di distruzione dell’edificio religioso di Zinder. Anche la statua di Maria e la scuola adiacente sono state sacccheggiate. Unitamente al clima di tollerante fiducia che finora aveva condotto la convivenza civile in questo paese. Per la prima volta si contano le macerie di quanto era stato pazientemente intessuto in decennali rapporti di convivenza. Non appare casuale e forse neppure causale. Sono le frustrazioni accumulate e depositate come i serbatoi di greggio che hanno seminato illusioni petrolifere poi fallite. Frustrazione per l’uranio che appare come la più pericolosa chimera che il Niger abbia mai subito. Frustrazione per una classe politica che bada a non scompaginare i propri interessi che coincidono con quelli dei potentati cino francesi. Ai primi hanno persino dato le medaglie della legione al merito. Ai poveri non è mai stato dato nulla se non la cenere della democrazia.

Zinder si trova a 150 kilometri da Kano in Nigeria. Non è difficile organizzare spedizioni e neppure pagare che la rabbia dei giovani diventi il prezzo di un improbabile riscatto.Non si può continuare a pensare che rimangano impunite le conquiste neocoloniali del mercato unico.Si vende e svende la vita di migliaia di giovani con e per i quali l’unica prospettiva accettabile è l’esodo. Per ora quasi completamente bloccato per la Libia, in Costa d’Avorio e paesi adiacenti. La prima volta di Zinder coincide con la protesta che si arma e viene manipolata per confiscare il vuoto. Zinder è la prima volta che si specchia nel possibile accadimento delle geopolitiche nascoste.

 Il consiglio islamico del Niger ha ricordato ieri che non è dell’Islam distruggere chiese o altri edifici religiosi. Non si possono uccidere persone che non hanno nulla in comune con quanto accaduto altrove. Che proprio dell’Islam è invece la pace e la tolleranza. A Zinder erano un centinaio di giovani nel cortile. Dopo aver abbattuto la porta della chiesa hanno bruciato fino alla grotta. La statua di Maria in frantumi come una madre. Come le certezze di quanti pensavano che il futuro potesse tornare a declinarsi al quotidiano. Hamani scrive che la sua casa è andata distrutta con le recenti inondazioni nel paese. Dice che non ha un luogo dove posare il capo e chiede alcune stuoie di paglia per lui e la sua famiglia. Ha bisogno anche di alcuni pali di legno per appenderle. Per la prima volta come una speranza.»

Mauro Armanino, Niamey, settembre 2012

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