Identità come falso problema

Mauro, con il suo ultimo commento ha anticipato il tema di questo post: la (de)costruzione molto particolare dell’identità proposta dal buddhismo.

Il Buddhismo con la sua enfasi sull’ortoprassi – sulla giusta pratica più che sulla narrazione giusta – relativizza la questione dell’identità ancor più dell’induismo: persino l’Io trascendente dell’identità primaria del brahman Upanishadico corre il rischio dell’antropomorfismo, utilizzando i nostri confini psicologici spazio-temporali per definire e immaginare ciò che non fa parte di tale dimensione. La critica buddhista considera inoltre che la visione trascendente di un Io superiore (quell’ ‘Io sono’ che sta al di qua di ogni identità contingente)  che Krishna rivela ad Arjuna nella Bhagavad Gita poteva sì spingere allo sviluppo dell’autocoscienza, ma in una sorta di splendido isolamento che separava dal mondo.

La via di mezzo buddhista propone invece una via di liberazione assai pratica da tutte le trappole mentali che ci invischierebbero nella definizione concettuale dell’identità e allo stesso tempo propizia una presenza al mondo quanto meno nella dimensione della compassione.

L’accettazione radicale della contingenza e dell’ insorgere co-dipendente – cioè della dimensione relativa e relazionale dei fenomeni (pratītyasamutpāda) – non necessita di alcuna mistificazione o giustificazione psicologizzante e delinea una via radicale di decondizionamento dagli ‘aggregati mentali’ (skandha) che vengono descritte come vere e proprie ‘trappole narrative’. In questo eccessivo attaccamento al nostro ‘corpo traumatico’ incontriamo quegli aspetti della dimensione ‘karmica’ che rischiano di invischiare la nostra esperienza della vita nella ripetizione impedendole una piena declinazione. Ma questa dimensione è anche il terreno dell’apprendimento. La stessa contingenza può essere relativizzata perché nel buddhismo

La contingenza anche se considerata nel suo aspetto positivo e nella sua radicalità costitutiva, rimane un transito, senza fondamento e perciò ‘contingente’. Volerci costruire sopra, volerla consolidare può portare solo al collasso. La posizione del Buddha, nella radicalità della sua scoperta, consiste precisamente nel rivelare quanto abissale sia la contingenza, senza per questo ‘riassorbirla’ in alcun Dio. [Panikkar 2006]

Qui ‘Dio’ va inteso come la possibile consistenza, il  fondamento ipotetico di ogni identità.

Il Buddha dissolve la radice stessa del problema, non attraverso un diniego diretto e violento di Dio, né attraverso l’armonizzazione di percorsi differenti, ma mostrandoci la superfluità della questione stessa […], l’insufficienza di qualsivoglia risposta, senza per altro rinunciare alla possibilità di un risultato in termini di salvezza e liberazione [ibid.].

Non possiamo oggettivare in forme già date la percezione delle cose che tale esperienza genera perché ciò vorrebbe dire ritornare alle identificazioni  e a un’ulteriore arbitraria riduzione dell’essere alle nostre limitate possibilità di concettualizzazione. In quest’ottica, la meditazione e la contemplazione non vanno intese come un disinvestimento dalla realtà oggettuale, bensì come un modo di superare la dicotomia tra soggetto e oggetto, ritrovando su un piano di percezione senziente e cosciente una partecipazione vitale alla realtà.

Immagine: Monaci tibetani cancellano un mandala. Il mandala si trasforma in un mucchietto di sabbia che viene portato in processione e disperso in un corso d’acqua…

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