L’economia sacrificale delle nazioni-vittima

I recenti bombardamenti su Gaza, sintomo grave del culto israeliano della memoria traumatica che spinge oniricamente la politica nel vicolo cieco della legge del taglione, mi hanno fatto pensare a una intervista di qualche anno fa a Achille Mbembe, in cui il pensatore postcoloniale camerunense riflette sulle diverse modalità con  cui Israele e Sudafrica hanno cercato di elaborare i traumi collettivi della memoria.

Ne ripropongo alcuni brani:

«Nei contesti di povertà estrema, di razializzazione estrema e di onnipresenza della morte, il corpo è il primo a essere toccato e straziato. Fanon l’aveva già messo in luce in un esergo alla fine del suo primo libro, quando rivolge questa preghiera al proprio corpo: ‘O corpo mio, fai sempre di me un uomo che interroga’. Ora come insegna l’esempio sudafricano dopo la fine dell’apartheid, si può reinventare soltanto se si sa guardare al tempo stesso indietro e davanti a noi. Là dove quel che è cominciato nel sangue termina nel sangue, la possibilità di un nuovo inizio sono infatti ridotte dall’ossessione per l’orrore del passato. In altri termini è difficile reinventare qualcosa riconducendo semplicemente contro altri la violenza che una volta fu dispiegata contro di sé (…) Reinventare  la politica nelle condizioni postcoloniali obbliga per prima cosa a uscire dalla logica della vendetta, soprattutto quando questa è rivestita dagli orpelli del diritto (…) Si dovrebbe sottrarre la gente – neri e bianchi – dalle tenaglie della mentalità da cane, da porco e da canaglia, così caratteristica del razzismo in generale. (…) Il Sudafrica ci permette di pensare che cosa nella politica della vendetta non fa che riprodurre il complesso di Caino. Non si può immaginare un superamento della distruzione e del risentimento senza un faccia a faccia doloroso con le seguenti questioni: ‘Che cosa fare del nemico? Chi è il mio prossimo? E come rispondere in modo responsabile di entrambi?’ Detto ciò, la sola esigenza di pervenire a una riconciliazione non può sostituirsi all’esigenza radicale di giustizia… [ma] quel che ci insegna l’esperienza sudafricana è che erigere a vitello d’oro il fatto di essere stati una ‘vittima’ nella storia del mondo obbliga spesso colui che è stato oggetto di una simile sciagura a voler versare sangue, non importa il sangue di chi, quasi mai purtroppo quello dei suoi carnefici, quasi sempre quello di un terzo, non importa chi. Per funzionare il vitello d’oro ha infatti bisogno continuo di sacrifici e, pertanto, di nuove vittime, che si sgozzano con l’intento di tenr buono il dio sacrificale. All’interno dell’economia sacrificale la volontà di espiazione, nel diritto generato dai monoteismi antichi, prende la forma della legge del taglione e dello spirito di vendetta. Nella misura in cui non si fonda mai il trascendente sulla propria morte, l’istituzione del sacro avviene con la messa a morte sacrificale di qualcun altro.

Quello che il Sudafrica, attraverso la commissione Verità e Riconciliazione ha voluto evitare è ciò che distingue l’esperienza sudafricana da quella di un paese come Israele: Di fatto gli stati che si definiscono principalmente come soggetti sacrificali spesso appaiono anche come soggetti pieni d’odio, soggetti cioè, che non possono mai smettere di mimare la morte sacrificale e di applicare su terzi… crudeltà di cui un tempo sono stati le vittime espiatrici»

C’è un’altra citazione di questo articolo di Mbembe (Che cos’è il pensiero postcoloniale comparso su Aut aut del settembre 2008) che mi sembra molto significativa: «Direi che la memoria, soprattutto, è una questione di responsabilità nei confronti di qualcosa di cui non si è autori. D’altronde credo che non si diventi veramente uomini se non nella misura in cui si è capaci di rispondere di ciò di cui non si è direttamente gli autori, e di colui con cui, apparentemente, non si ha nulla in comune.»

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1 Commento

Archiviato in narrazioni, politica, quel che resta del mondo

Una risposta a “L’economia sacrificale delle nazioni-vittima

  1. “Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele.
    Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano entrambi molto alti. I fratelli sedettero a terra, accesero un fuoco e mangiarono. Erano silenziosi, come lo è la gente stanca quando il giorno muore. Nel cielo brillavano stelle che ancora non avevano ricevuto un nome. Alla luce della fiamma Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra, lasciò cadere il pane che si stava portando alla bocca e chiese che il suo crimine venisse perdonato.
    Abele rispose: Sei tu ad avermi ucciso, o sono io che ho ucciso te? Ormai non ricordo, siamo qui insieme come una volta.
    Adesso so che mi hai perdonato davvero – disse Caino – perché dimenticare è perdonare. Cercherò di dimenticare anch’io.
    Abele disse sottovoce: E’ proprio così. La colpa dura finché dura il rimorso.”
    Borges, La leyenda (mia, indegna, la traduzione).

    Amo moltissimo questo brano. L’Abele di Borges, mi pare, sceglie di essere immemore per evitare che il ricordo che lo faceva vittima lo renda carnefice a sua volta. E’ quanto ha cercato di fare il Sudafrica, credo; ed è quanto lo stato di Israele non è stato capace di comprendere. La Shoah dovrebbe essere l’epitome condivisa dell’Umanità dolente, non il fregio identitario e sacralizzante che ne è stato fatto; perché un dolore, quando diventa esclusivo, impedisce di ascoltare il dolore altrui. Questo è quanto avviene da troppi decenni in Palestina.

    http://mauropoggi.wordpress.com/2012/06/11/auschwitz-e-il-male-degli-altri/

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