aspirazioni e identità plurali nell’oriente di mezzo

A un recente convegno su “lingue migranti e nuovi paesaggi”  ho conosciuto una  ricercatrice italiana di origine palestinese, Nijmi Edres. (vedi anche il post di Philistiniat su “Identità plurali dalla Palestina alla letteratura“). Se lo leggete capirete che Nijmi si occupa di lingua e identità palestinese in Israele e più specificamente delle questioni di identità che riguardano gli arabi palestinesi israeliani, non gli esuli, per intenderci ma quel 20 per cento che non perse le case nel 1948 e a cui fu poi conferita la cittadinanza, una cittadinanza per molti versi di seconda classe non solo perchè non hanno tutti i medesimi diritti/doveri ma anche perché la lingua araba pur essendo una delle lingue ufficiali dello Stato di Israele è anche lingua subalterna e ‘nemica’. E il conflitto delle identità è stato aggravato dalla politica degli stati arabi che hanno sovente trattato questi palestinesi come cittadini israeliani a tutti gli effetti (negando per esempio vsiti di ingresso per visitare parenti e amici). Nijmi mi ha fatto conoscere un autore palestinese che scrive in ebraico, Sayed Kashua. Riporto più sotto un brano tratto dal suo libro Arabi Danzanti (Guanda 2003). Mi sembra che Kashua compia un operazione straordinaria di ‘restituzione’ di un aspetto dell’identità ebraica nelle sue mille diaspore e persecuzioni e del bisogno del perseguitato di depotenziare i conflitti per sopravvivere agli abusi di potere. Un bisogno  che l’attuale identità militante e identitaria israeliana ha totalmente rinnegato.  Si veda anche l’incipit illuminante di un articolo di Barbara Spinelli pubblicato qualche giorno fa su Repubblica (e che vale la pena di leggere per intero):

«QUANDO i conservatori israeliani se la prendono con ragionamenti troppo pacifisti, o con chi in patria critica la politica dell’occupazione, subito tirano in ballo l’Europa: “Questo è un tipico ragionamento ashkenazita; non ha alcun rapporto con il Medio Oriente!”, dice ad esempio Moshe Yaalon, già capo dell’esercito, oggi vice premier, rispondendo al giornalista Ari Shavit in un libro appena edito da Haaretz (Does this mean war?). L’ebreo ashkenazita ha radici in Germania e in Europa centrale, parla yiddish. E lo stereotipo non è diverso da quello usato ai tempi di Bush figlio: l’America è Marte e virile, il nostro continente è Venere e fugge la spada. L’ashkenazi tornò come altri ebrei in Terra Promessa, ma ha i riflessi della vecchia Europa. Lo storico Tom Segev racconta come erano trattati gli ebrei tedeschi, agli esordi. Li chiamavano yekke: erano ritenuti troppo remissivi, cervellotici, e poco pratici. L’Europa è icona negativa, e lo si può capire: ha idee sulla pace, ma in Medio Oriente è di regola una non-presenza, una non-potenza. Lo scettro decisivo sempre fu affidato all’America.»

Il mimetismo – si potrebbe dire l’identificazione con l’aggressore – del protagonista della storia di Kashua che cerca di depotenziare il proprio conflitto adeguandosi il più possibile all’ideale  linguistico e identitario israeliano  non è dissimile da quanto avvenne per esempio in Spagna agli  ebrei ‘marrani’ . I marrani erano ebrei che si erano convertiti al cattolicesimo per sfuggire all’espulsione ma sempre tenuti in sospetto di doppia identità – da cui l’espressione di lessico comune  ‘taci vile marrano’ come sinonimo di ‘vigliacco’. Verdi nell’Otello per dar voce a un litigio ancora utilizza la frase ‘marrano, nessun più ti salva!’

Ma non vi era solo un opportunistico (e necessario) adattamento dettato dalla difficoltà di difendere uno spazio identitario sempre minacciato, se non moltiplicando le competenze linguistiche e intellettuali che permettevano di iniziare sempre di nuovo, altrove. Che dire della ricchezza del cosmopolitismo ebraico dell’ottocento e primo novecento, e della ricchezza di una mistica che già rappresentava l’identità e la redenzione ben oltre la retorica di ‘terra e sangue’… .

Trovo molto significativo che sia un palestinese e restituire in un suo testo in forma paradossale e ironica ma ‘sulla propria pelle’ (e in ebraico!) questa eredità rimossa dall’attuale religione della patria degli ebrei israeliani. Ecco il suo testo:

« Il giorno della festa dell’indipendenza di Israe!e mia moglie non si sente bene, cosi la porto all’ospedale. I miei pluriennali sforzi di mimetismo crollano di colpo. I soldati all’ingresso de! villaggi mi fanno cenno di accostare. Fermano me? Il più giovane arabo ad aver imparato come si pronuncia la P? Parlo quasi senza accento, io. Non si vede che sono arabo. Ho le basette e gli occhiali da sole rotondi, io. Perfino gli arabi fanno confusione e pensano che io sia ebreo. Con gli addetti alla pulizia parlo ebraico. E’ di sicuro colpa di mia moglie, penso: lei è un po’ araba!  A volte quando andiarno al centro commerciale o in posti del genere, spero che pensino sia un’ebrea marocchina o irachena e io un ashkenazita che ama le donne orientali. Il soldato ci chiede i documenti, e io gli racconto che avevo un’amica ebrea, che ho studiato dagli ebrei e che tutti i miei arnici sono ebrei. Mi passano davanti delle macchine, alcune con le bandiere e altre senza. La gente dentro le macchine mi guarda con compassione, e io mi sento cosi scemo, con le basette e gli occhiali. La radio manda musica ebraîca: è il canale dell’esercito. Mi sento imbecille, io che credevo di aver fatto di tutto per non destare alcun sospetto. Lascio più in fretta che posso il posto di blocco, spengo la radio, sibilo qualche imprecazione contro la polizia, gli ebrei, lostato di Israele, Tirah e mia moglie. Decido che non devo assolutamente prendermela con lei. Poverina. Di sicuro sta moltomale e le mie scemenze sono l’ultima cosa che le serve adesso. Farò il bravo. Domando come sta e lei dice che va tutto bene. Al pronto soccorso ci sono solo arabi. Donne che sembrano più vecchie della loro età, con il fazzoletto in testa e ciabatte di plastica ai piedi, si trascinano lungo i corridoi. A volte mordicchiano l’orlo dei fazzoletto, come smarrite: non sanno dove andare. Ma perché si conciano così? Perché escono di casa? E perché diavolo si vendono ancora delle ciabatte come quelle? Basta solo che nessuno pensi che io sono dei loro, che sono come loro. Basta solo che non urlino il nome di mia moglie, quando verrà il suo turno, 0 la chiamino all’altoparlante … A  volte, quando mi fanno una cosa dei genere, non  mi alzo subito, come se quello non fosse il mioo nome, o come se lo fosse ma per qualche ragione l’avessero storpiato all’accettazione al punto da cambiargli appartenenza etnica e religiosa.  Mia moglie non capisce nulla di certe sfumature. Lei non pensa nulla in proposito, e la cosa mi sorprende, anzi mi irrita. Lei è capace di rivolgersi a me in arabo anche dentro un ascensore affollato, e perfino all’ingresso del centro commerciale mentre ci controllano con il metal detector. Lei è capace di parlare in arabo mentre gioca con la bambina in luoghi pubblici … Non capisco perché sia  così testarda: La bambina comunque non capisce ancora una parola, né di arabo né di ebraico. Mia moglie entra per la visita, e io aspetto il più lontano possibile, seduto in fondo alla panchina più in disparte. Tiro fuori un libro in ebraico che tengo apposta per questo genere di circostanze e comincio a leggere. Si tratta del Nipote di Wittgenstein, mica di un libro qualunque. Se un medico passa per il corridoio, resta anche lui meravigliato.  Il libro, poi, non lo apro  all’inizio, ma verso la fine, per non dare l’impressione di avere appena cominciato a leggerlo, per carità. Fisso il libro non solo per mascherare la mia identità, ma anche per non incontrare gli sguardi altrui. Mi ci manca solo questo, adesso, che arrivi un Jahs qualunque, un mio ex compagno di scuola, con tanto di camicia button-down e un mazzo di chiavi stretto in mano insieme al telefonino e alle sigarette. Che magari in un impeto di gioia mi dà pure un bacio. Chino il capo e ogni tanto accavallo le gambe e giro una pagina.  «Scusi.» Qualcuno si rivolge a me. E’ una giovane donna, scura e grassa. Dietro di lei ce ne sono altre due. Hanno tutte lo stesso aspetto; evidentemente sono sorelle, infagottate in un lungo abito religioso che nasconde un po’ la loro bruttezza. La donna scandisce brutalmente le parole. «Lei ha condizione di parto» dice in un ebraico stentato. E io non so dove sprofondare. Che gli dico adesso a queste? Potrei rispondere in ebraico. A volte lo faccio. Gli arabi si rivolgono a me in ebraico e io gli rispondo in ebraico, perché come faccio a sapere che sono arabi? D’accordo che si vede, ma così come loro non mi riconoscono, io posso a mia volta rivendicare il fatto di non riconoscerli. Solo che riguardo a queste tre donne non c’è possibilità di equivoco: sono arabe dalla testa ai piedi. E se con le spalle facessi un movimento dei tipo «Non capisco »? In effetti non ho capito che cosa vogliono da me. Perché poi si sono rivolte a me? Perché non hanno chiesto a qualcuno con il camice bianco? Sarà per il libro? Forse mi hanno scambiato per un medico in pausa. Abbasso il tono di voce, bisbiglio in arabo che devono rivolgersi all’infermiere e indico il banco – «Ahhh» dice la giovane portavoce, urlando poi nuovamente in ebraico: «Perché lei ha condizione di parto» Sento la faccia bruciarmi, tento di nasconderla con il libro. Quando mia moglie esce, la uccido. È solo colpa sua se finisco in situazioni dei genere. E in questo momento non riesco proprio a sopportarle. Quando viene fuori, le faccio una tale scenata che non oserà mai più portarmi all’ospedale.»

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