Sfrattato il Centro Frantz Fanon – appello solidale


Frantz Fanon (1925-1961), psychoanalyst/social philosopher.Il Centro Frantz Fanon, luogo d’eccellenza nella pratica di un’etnopsichiatria critica aperta alla complessità è stato praticamente sfrattato dalla ASL 1 di Torino che da oltre dieci anni lo ospitava. La qualità del lavoro, il numero di assistiti e la cifra irrisoria della convenzione con la ASL rende incomprensibile questa scelta a meno di non leggerla come scelta politica dettata dalle logiche di una Regione governata da una Lega a cui la questione migrante evidentemente sta a cuore solo in termini di retorica elettorale.

Come scrive l’Associazione Frantz Fanon (e qui trovate l’appello integrale)

«Il costo dell’attuale convenzione fra l’ASL TO1 e l’Associazione Frantz Fanon è, per anno, meno di 65.000 euro. Il gruppo di lavoro è composto di circa 15 operatori (psicoterapeuti, medici, psichiatri, psicologi, mediatori culturali, educatori), con larga esperienza clinica.

Si tratta di un costo irrisorio se si considera il lavoro realizzato dal Centro Frantz Fanon: nel corso di questi anni abbiamo potuto seguire oltre 1600 pazienti solo perché buona parte del lavoro svolto è stato realizzato in modo volontario, o ricorrendo ad altre sorgenti di finanziamento. Si tratta però di un costo, quello del Centro Fanon, irrilevante in particolare se lo si confronta con altre tipologie di spesa: quella, ad esempio, relativa ai costi per il ricovero annuo di un solo paziente (!) presso una comunità psichiatrica, e certo irrilevante anche se misurato con quello di altre spese di un’Azienda Sanitaria.

È tuttavia evidente che questi dati non bastano da soli a sostenere la nostra esperienza né l’urgenza di un intervento specialistico rivolto a vittime di tortura, rifugiati, richiedenti asilo, a coloro che non troverebbero al momento in altri servizi dell’ASL analoghe risorse terapeutiche.

Non ne siamo affatto sorpresi, tutt’altro, e ciò per almeno due motivi: il primo inesorabilmente contingente e miserabile, il secondo più complesso.

Il primo: non c’è da stupirsi che un’azienda sanitaria operante in una Regione il cui Governatore appartiene a un partito come la Lega Nord sia del tutto indifferente ai problemi posti dalla sofferenza della popolazione immigrata. Garantire un lavoro clinico complesso all’altezza della loro domanda di cura non è certo una preoccupazione per un gruppo politico che ha offeso ripetutamente la condizione degli immigrati, approvando nel precedente governo una legge che infrange i più elementari diritti umani (l’istituzione dei CIE), grazie alla quale è possibile privare della propria libertà – per un periodo che può durare sino a diciotto mesi – donne e uomini che hanno commesso la sola colpa di sognare un destino migliore o che, più drammaticamente, hanno voluto sottrarsi alla morte e alla violenza.

Coloro che sono interessati più a riprodurre il proprio potere che a occuparsi dei bisogni della popolazione, coloro che rappresentano l’Altro solo nei termini di un disprezzo sistematico se non razzista, non possono essere certo interlocutori di un simile progetto.

Ma c’è un altro motivo, si è detto, che rende tutto sommato prevedibile il silenzio di un’ASL.

Ogni qualvolta si chiede conto delle loro scelte, si risponde sempre che queste sono motivate, oggettive, “nell’interesse di…”.

Tuttavia l’oggettività, scriveva Fanon ne I dannati della terra, invocata dai giornalisti occidentali quando chiamati a dar conto dei loro giudizi sui comportamenti dei colonizzati, si rovescia sempre implacabilmente e inesorabilmente contro questi ultimi. Potremmo oggi riprendere questo stesso argomento, avendo solo cura di scrivere: contro i dominati, gli immigrati, i marginali. Una classe politica ubriaca dall’esercizio del potere, sostenuta da un ceto di burocrati pronto a offrire servile il suo arsenale di leggi, circolari e commi, prolifica all’ombra di un’oggettività che finisce per colpire, ormai lo sappiamo, sempre e solo i più deboli.

«L’uomo parla troppo. Occorre insegnargli a riflettere. E per questo occorre fargli paura. Molta paura. Per questo io ho parole-archi, parole-proiettili, parole-coltello». Questo scriveva Fanon in una celebre lettera indirizzata al fratello Joby, testimone delle sue esperienze e dell’ipocrisia che andava scoprendo nell’Europa dei diritti…

Da Fanon abbiamo tratto una lezione di impegno e di coerenza, di coraggio e di indocilità, che non sarà certo messa in discussione dall’indifferenza delle istituzioni né dal razzismo che le abita, spesso mascherato dalla retorica della sicurezza o da quella della razionalità economica.

L’obbedienza non è più una virtù: è questo un altro principio che ha guidato sempre la nostra pratica, sussurrato con forza da don Milani anni addietro, quando un altro razzismo si abbatteva contro altri «stranieri», quando «altre leggi ingiuste» schiacciavano gli umili. È un principio che continua a indicare il percorso che alcuni di noi testardamente continueranno a seguire nel tentativo di realizzare un lavoro rigoroso, al servizio di chi soffre, quale che sia la sua condizione, la sua appartenenza, il suo statuto giuridico. Senza differenze di sorta.

Per fare tutto questo abbiamo però urgentemente bisogno del vostro sostegno

Con preghiera di ampia diffusione!

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Archiviato in antropologia, etnopsichiatria, nuda vita, politica, quel che resta del mondo

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