Trucco o trickster?

horsethiefcayoteVorrei condividere la risonanza incrociata di due recenti letture. La prima è di una giovane e talentuosa scrittrice britannica, Scarlett Thomas, che è anche una narratologa che insegna scrittura creativa all’Università di Kent. Per capire la poliedricità di Thomas è utile dire che si sta anche specializzando in etnobotanica all’interno di una ricerca che rifiuta le strutture totalitarie nelle discipline scientifiche come nelle cosiddette scienze umane e propizia l’idea che il paradosso  vada accettato in ogni disciplina. (2010)

In Our tragic Universe, (ibid) la Thomas mette in guardia contro la semplificazione narrativa del copione del viaggio eroico e delle sue peripezie tematizzato da Propp e altri e sovente citato anche in ambito etnopsichiatrico come metafora efficace nel restituire complessità e dignità al viaggio migrante, ridando leggibilità alle sue tappe riconducibili alla logica tradizionale dei riti di passaggio. Come è noto, il rito di passaggio corrisponderebbe al superamento di una peripezia evolutiva. Ed effettivamente la metafora del viaggio eroico ben si presta a rappresentare alcune delle prove che il migrante deve affrontare nel corso delle sue sue vicissitudini. Il fine, la tensione narrativa che l’idea del viaggio eroico costruisce è tuttavia tutta volta al ‘ritorno’: ritorno dove l’eroe contribuisce con la sua esperienza al ‘deposito’ della cultura d’origine, al suo capitale simbolico, contribuendo a volte al miglioramento delle condizioni di vita della famiglia allargata o della comunità, o al lavorio della consapevolezza collettiva, ma comunque in qualche modo nella prospettiva di una trasformazione dell’impasse originaria. (Losi 2010, Dubosc 2011).

Non dobbiamo però dimenticare gli aspetti di forte conservazione di equilibri dati che possono risultare dalla manipolazione delle  politiche dell’identità che enfatizzano la ritualità tradizionali. (E persino ai riti di passaggio va restituita una collocazione storica e contestuale che va oltre la logica ‘strutturale’ con cui vengono a volte ipostatizzati). Thomas e altri hanno evidenziato che lo stesso viaggio dell’eroe ha forti connotazioni etnocentriche e fa ormai parte del mainstream di uno storytelling dominante utilizzato da business e politica in cui questo viaggio può anche essere letto così: «quello che impariamo è che la superiorità morale [neoliberista]è un punto di forza, che il modo di far carriera nel mondo è di far fuori qualunque cosa sia mostruosa, altra o diversa perché non piace, e che, se lo farai, otterrai il tesoro e la principessa: denaro e sesso (…) Il Viaggio dell’Eroe non è così universale come aveva suggerito Joseph Campbell (…) Il Viaggio dell’Eroe è realmente il viaggio coloniale. E’ il viaggio del sogno americano. Ci sono molte altre forme narrative nel mondo che non descrivono il passaggio dalla sfortuna alla fortuna attraverso il superamento eroico degli ostacoli.» La Thomas ritiene più fertili le storie che pongono enigmi e paradossi a cui non è possibile dare risposte univoche. Preferibili a quelle in cui il copione è tutto sommato prevedibile. Abbiamo bisogno – dice – di storie che invece di fornire una pedagogia moralizzante ci aiutino a non  trasformare le nostre vite nell’imitazione di una qualche fiction. Forse, da questo punto di vista, la figura fiabesca del trickster – del briccone creativo ma anche caotico con cui è bene non identificarsi – potrebbe essere più interessante di quella del principe e della principessa. (Bellissimo a questo proposito il libro di Amadou Hampatè Ba L’interprete briccone e anche la fiaba iniziatica Petit Bodiel, che racconta cosa succede se ci si identifica troppo con la figura del trickster.)

La seconda lettura che risuona con quanto appena detto è quella di Ritratti del desiderio di Massimo Recalcati, (2012) specialmente dove evoca la figura di tyche, la dea fortuna che presiede agli incontri inaspettati, alle aperture che portano a uscire dalla routine e dai copioni narrativi a cui quotidianamente tendiamo ad aderire. Tyche è l’incontro contingente che sorprende là dove il desiderio di riconoscimento va al di là  della «matrice ripetitiva del fantasma non è solo automaton, ma è anche trovata, sporgenza, apertura imprevista, nuovo incontro, tyche.» (ibid)

Credo che anche rispetto alla clinica e tenendo presente la complessità identitaria che Appadurai e altri hanno così bene descritto, la questione della tyche e dell’incontro interpelli chiunque abbia a cuore la questione migrante. E’ una cosa che con altre parole aveva già espresso 800 anni fa il grande mistico persiano Farid ud-din Attar : «Nel mondo abbiamo un destino fisso. Ma è possibile ricevere ciò che non è nel nostro destino.»

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2 commenti

Archiviato in etnopsichiatria, narrativa, narrazioni, psicoanalisi

2 risposte a “Trucco o trickster?

  1. massimo

    Ho recentemente svolto un tirocinio presso un Centro di Salute Mentale, e finalizzato alla tesi magistrale in etnopsichiatria. Leggendo il vostro articolo sulla questione del bisogno di nuove narratologie che la Thomas mette in rilievo, ho alcune osservazioni da fare. mi è capitato di constatare nella esperienza di cui sopra,che esiste una concreta confusione di livelli tra esperienze, narrazione dell’esperienze, modi e termini con i quali le stesse possono essere narrate. L’esperienza, qualsiasi cosa dicano Appadurai, quanto la Thomas, è una situazione talmente personale, che ritengo superflua qualsiasi pretesa di aver narrato una esperienza definitivamente. Faccio notare ad esempio che nello stesso gruppo di immigrati che attraversano il meidterraneo su un gommone, alcuni pensano ad un ritorno, altri affatto, alcuni si ammalano nella psiche, altri determinano pensieri e coltivano aspirazioni a loro volta diversissime tra loro, nello stesso migrante i processi esistenziali si determinano anche nelle contraddizioni e nel conflitto. Dunque quale compito aspetta alla comunità narrante? Penso ben poco se non continuare a narrare, senza pretendere che il testo si trasformi in sostituto del fare.

    • Sono molto d’accordo con quanto scrivi anche perché condivido esperienze simili. Ma credo ci sia un malinteso perché se cito Appadurai e la Thomas è per incoraggiare l’attenzione alla singolarità di ogni migrante e di ogni sua storia unica, proprio nelle disgiunture, contraddizioni e conflitti al di fuori di ogni semplificazione e mono-mito etnocentrico come nel caso del viaggio dell’eroe che Campbell aveva trasformato in un’invariante della psiche. La prospettiva ‘narrativa’ se vuoi dovrebbe proprio propiziare la resistenza a pretendere ‘di aver narrato un’esperienza definitivamente’ tantomeno semplificandola all’interno delle nostre griglie (etnopsi inclusa) o di un ipotetico ‘viaggio dell’eroe’ da applicare a priori a ogni vicenda migrante.

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