I figli invisibili

a0831effa5Sì, sono d’accordo con Recalcati quando dice che è il figlio che sa fare esistere il padre. Ma come scrivevo a commento de Il complesso di Telemaco, i figli che potrebbero farci riscoprire quel che resta del padre – evitando sia il paternalismo che la paralisi melanconica della funzione paterna – questi figli sono troppo spesso invisibili. E i “figli dell’altro” , che più ci potrebbero interpellare, sono troppo spesso i più invisibili.

Ne trovo conferma in due recenti letture:

Ne la macchia della razza Marco Aime ricorda una lettera che fu rinvenuta sul corpo di uno dei due ragazzi che avevano tentato di migrare dalla Guinea. Si chiamavano Yaguine  Koita e Fodé Tounkara. Furono trovati morti nel vano del carrello di un aereo che avrebbe dovuto portarli in Europa. Avevano quattordici e quindici anni. Come ricorda Aime la notizia occupò poche righe sui giornali svogliati dell’agosto 1999. La lettera che avevano entrambi firmato diceva questo:

«Eccellenze, signori membri e responsabili d’Europa, abbiamo l’onore, il piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dell’obbiettivo del nostro viaggio e della nostra sofferenza di bambini e giovani dell’Africa. Voi siete per noi, in Africa, coloro a cui chiedere soccorso. Noi vi supplichiamo, per amore del vostro continente, in nome dei sentimenti che nutrite per il vostro popolo e soprattutto per l’amore che avete per i vostri figli che amate per la vita. Inoltre, per l’amore del nostro creatore Dio onnipotente che vi ha dato tutte le buone esperienze, ricchezze e potere per ben costruire e organizzare il vostro continente e farne il più bello e ammirabile fra tutti. Signori membri e responsabili d’Europa, è per la vostra solidarietà e gentilezza che noi vi chiediamo soccorso in Africa. Aiutateci, noi in Africa soffriamo enormemente, abbiamo dei problemi e alcune mancanze a livello di diritti. Abbiamo la guerra, le malattie, la penuria di cibo, ecc. Quanto ai diritti dei bambini, è in Africa e soprattutto in Guinea che abbiamo troppe scuole ma una gran mancanza di istruzione e insegnamento. Salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono forti somme di denaro. Ora, i nostri genitori sono poveri e ci devono nutrire. Inoltre, non abbiamo neanche scuole sportive dove praticare il football, il basket o il tennis. Per questo noi, bambini dell’Africa, vi chiediamo di fare una grande, efficace organizzazione per l’Africa per permetterci di progredire. Dunque se vedete che ci sacrifichiamo e mettiamo a repentaglio la nostra vita è perché in Africa si soffre troppo e c’è bisogno di lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa. Infine, vi preghiamo dio scusare molto per avere osato scrivere questa lettera a Voi, i grandi personaggi a cui dobbiamo molto rispetto. E non dimenticate che è con voi che dobbiamo lamentarci per la debolezza della nostra forza in Africa

Siamo collettivamente assai disincantati rispetto al sentire ingenuo e ideale di Yaguine e Fodé (che sono morti nel carrello di un aereo), ma come disse con grande efficacia T.S. Eliot: (e con altre parole altri prima e dopo di lui) «Mankind cannot stand very much reality» [Il genere umano non sopporta troppa realtà].

Della seconda lettura darò conto nel prossimo post!

 

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8 commenti

Archiviato in antropologia, quel che resta del mondo

8 risposte a “I figli invisibili

  1. Mi ha fatto pensare il tuo commento alla lettera di questi poveri ragazzi: certo, “l’umanità non sopporta molta realtà” nel senso (cognitivo) di Eliot, ma per fortuna non la tollera nemmeno.

    • Non sono certo che Eliot lo intendesse solo in senso cognitivo…penso alludesse a qualcosa di simile alla ‘capacità negativa’ di Keats… capacità di tollerare la sofferenza, il vuoto, il dubbio, l’incertezza o semplicemente l’ignoto. Bion riprende la definizione di Keats: « capacità che un uomo possiede se sa perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare ad una agitata ricerca di fatti e ragioni…» E certamente hai ragione, l’indignazione per le ingiustizie è qualcosa che per fortuna muove le coscienze e ci fa crescere…a patto forse che non diventi un riflesso automatico. Un retorica ‘politically correct’ che sostituisce un sentimento più profondo e più difficile da gestire. C’è una bella scena nell’ultimo film di Robert Redford in cui lui parla con la ex compagna ex terrorista e lei gli ripropone in modo stereotipato le vecchie formule di indignazione anticapitalista dicendogli, la situazione è solo peggiorata da allora. Redford sembra dire che certo lo vede anche lui, ma aggiunge: ‘Ma quello in cui credi è solo questo?’

  2. Anch’io non credo che Eliot intendesse in senso cognitivo il sopportare un eccesso di realtà, sarebbe troppo riduttivo, e peraltro si rischierebbe di declinare verso uno sterile mentalismo. Sopportare la realtà, secondo me, significa tollerarne il confronto con tutto il carico emozionale di sofferenza,incertezza,(Keats diceva “rimanere in incertezze”) frustrazione che ciò comporta nel bene e nel male per viverne e comprenderne (verstehen) fino in fondo il senso, da cui mutuare ove possibile, le spinte per il cambiamento…rammentando anche che non tutto si può risolvere. La cosa peggiore é la retorica “POLITICALLY CORRECT”.

  3. la retoricizzazione dell’indignazione è per alcuni un’espressione di maniera, per altri un ben riuscito tentativo di delegittimazione. Credo che Redford si rivolga precisamente a coloro che non credono “nemmeno” in questo (né in altro), ma è un parere personale.

  4. Grazie dei commenti Rosanna e Gabriella. Nel dialogo in inglese Redford dice: “Is that all you believe in?”. Come dire: va bene le convinzioni ma la vita non ti ha insegnato altro? Ma in realtà c’è poi una riparazione finale, che ha proprio a che fare con l’amore per i figli. Il film in italiano si chiama ‘La regola del silenzio’ in originale ‘The company you keep’

  5. credo sia un ben triste epitaffio per Yaguine e Fodé il sostituire allo sdegno per le loro vite perdute un consolatorio (e retorico) amore universale: “La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi. […]”. E’ il Marx della Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico, antidoto permanente al moralismo di chi lascia che tutto resti com’è (il politically correct ha molte forme, la più antica ha più di duemila anni).
    Se la lettera di Yaguine e Fodé ci interpella è perché ci chiede di prendere atto di quanto ci scorre sotto gli occhi senza precipitarsi a consegnarlo alla commozione: la foto dello sbarco dei naufraghi che hai inserito nel tuo blog è proprio qui alla mia destra, Fabrice.

    • Hai ragione ed è questo forse che ci turba o che almeno turba me, la ricerca della giusta misura senza cadere né in uno sterile sentimentalismo incapace di response-ability (e di sdegno), né in un momento di indignazione altrettanto sterile che sfuma in un generico rassegnato risentimento, né in una corazza di cinica indifferenza che guarda ai ‘grandi processi’ e non coglie la singolarità della sofferenza. E per certi versi già questa ricerca della misura è il privilegio di chi osserva a distanza. Mi ricordo da ragazzino i fumetti geniali di Jules Feiffer: una donna interpellava un uomo evocando lo spettro delle più terribili catastrofi (la bomba atomica ecc.) e lui non riusciva a ‘sentire’ un gran che, la battuta finale era ‘indifferenza? no chiamiamola speranza’…. nel fumetto c’era un’implicita critica al morally correct di chi si può forse permettere queste sfumature perché in fondo la nostra costruzione della realtà lascia fuori troppi aspetti di quel ‘reale’ anche sociale che altri (i ‘musulmani’ di Primo Levi nei campi, molti rifugiati e migranti oggi) incontrano faccia a faccia. Forse è per questo che la Arendt scriveva: ‘i rifugiati sono l’avanguardia dei loro popoli’, che era già un pensiero post-coloniale. Io volevo ricollegare questo discorso sui figli al post precedente sul complesso di Telemaco. Forse la nostra identità europea si potrebbe costituire in una ben diversa accettazione di responsabilità verso il futuro di tutte le generazioni (europee o no) che cercano un orizzonte…

  6. lo penso anch’io, sempre che resti qualcosa dell’identità europea.

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