A chi spetta una buona vita?

Unknown-3Ma cosa significa essere degni di lutto? Judith Butler insiste molto su questa domanda nella sua analisi della biopolitica intesa come amministrazione differenziale delle vulnerabilità: possibile che alcune vite siano meno degne di lutto di altre? Ebbene sì, non a tutte le vite viene attribuito lo stesso valore, in altre parole – e quanto è significativo questo oggi e qui – assistiamo a una sorta di naturalizzazione delle forme di disuguaglianza sociale che sono alla base della distribuzione ineguale di vulnerabilità.  Se non a una naturalizzazione ‘razzista’ delle differenze. «Possibile che questi non abbiano ancora imparato come ci si comporta all’arrivo?» pensa la guardia al decimo sbarco mentre intima ai rifugiati sbarcati di non muoversi dal muretto…

Mentre scrivo apprendo che le reti SPRAR per la prima accoglienza ai rifugiati hanno ridefinito il concetto di vulnerabilità limitandolo a gravi patologie fisiche o a conclamate gravi sindormi psichiatriche. E che le ferite invisibili restino tali! Perché naturalmente per chi è vulnerabile andrebbe speso di più, ma è più importante spendere altrove. Insomma, non tutte le vite sono considerate degne di lutto, degne di essere piante, e se sono salvate lo sono, ‘malgrado tutto’, malgrado cioè la loro inferiorità in quanto vite, inferiorità che a volte viene occultata e rivelata contemporaneamente dall’intreccio di pratiche umanitarie e di controllo…

Sempre nel numero di Am che ho già citato Gianluca Gatta fa una interessante analisi delle motivazione di encomio nel conferimento delle medaglie d’oro al valor civile alle capitanerie per il salvataggio dei migranti. Una su tutte: «In occasione dei reiterati episodi di immigrazione clandestina il personale del Corpo (…) interveniva (…) opernado generosamente per il superiore fine di salvaguardare comunque la vita umana e offriva alla Nazione tutta splendido esempio di umana solidarietà ed elevato spirito di sacrificio.» Dove quel comunque sta per ‘malgrado tutto‘ e ad esso si associa  la stessa pesante retorica dei funerali di stato, a cui una parte dei migranti coinvolti nello sbarco non ha nemmeno ottenuto il permesso di partecipare. (Eh sì, bisogna rispettare le procedure!)

Allora sì, si può dire, ancora oggi non tutti gli esseri umani viventi hanno lo status di soggetti degni di lutto e sepoltura, degni dunque di diritti, protezione, libertà e senso di appartenenza politica per il solo fatto di essere vivi. Perché il diritto a una degna sepoltura che le confraternite garantivano agli schiavi non era che la forma più radicale ed estrema di rivendicare il riconoscimento di una pari dignità.

Ma cosa vuol dire riconoscere una vita degna di lutto? Cito ancora la Butler:

«L’amministrazione biopolitica delle vite indegne di lutto risulta cruciale per affrontare gli interrogativi “come conduco questa mia vita?” e “come vivo questa mia vita dentro la vita e le condizioni di vita che ci strutturano oggi?” La domanda fondamentale è la seguente: quali vite sono già considerate non vite, o solo parzialmente viventi, o già morte e perdute ancora prima di qualsiasi esplicita distruzione e abbandono?

Ovviamente , la questione diviene più acuta per chiunque percepisca se stesso o se stessa come un essere umano dispensabile che registra, a livello affettivo e corporeo, che la sua vita non è degna di cura, protezione e valore. Questo genere di pesona capisce che la perdita della sua vita non verrà accompagnata da un lutto, e vive attivamente nel presente l’ipotesi “forse la mia scomparsa non sarà pianta”. se non ho la certezza di disporre di cibo, o rifugio, o che ci sarà una rete sociale o un’istituzione a soccorrermi nel caso in cui io crolli, entro a far parte di coloro che non son degni di lutto.»

E’ dunque molto grave che la cosiddetta vulnerabilità venga isolata nelle categorie biomediche e psichiatriche invece di innescare una riflessione profonde sulle forme di riconoscimento e sulle condizioni necessarie per propiziare l’aspirazione alla partecipazione attiva alla vita pubblica. Ma non bisogna dimenticare che la questione migrante è paradigmatica di una resa che finisce per toccarci molto da vicino. Uno degli esempi più tragici è lo sfascio del sistema pubblico dell’istruzione (malgrado gli sforzi eroici di alcuni insegnanti motivati), la rinuncia a costruire nei nostri ragazzi un rapporto desiderante e vivo col sapere.

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