La piccola bellezza

Schermata 2013-11-24 a 23.40.21La piccola bellezza:  la vita vulnerabile 

Per avvicinarsi all’idea di lutto come una costellazione che nel presente riconosce al contempo l’impermanenza e fa spazio alla vita, anzi a un «supplemento di vita», a un suo plus-valore che non teme la perdita (la ‘castrazione’ direbbero gli psicoanalisti), condivido questo brano di Christian Bobin.  La scimmietta critica sulla spalla potrebbe cogliere nel testo un eccesso di pathos, una dimensione ‘intimista’ disarmata di ironia che poco avrebbe a che fare con quella psico-sociale. La scimmietta del disincanto sembra avere ha un po’ ragione. Ma anche no.  Bobin dice che la scrittura non riesce mai a compiere se non il gioco della propria cancellazione. Forse per medicare il nostro disincanto dovremmo innanzi tutto riconoscere il diritto all’intimità del dolore (al lutto appunto così come si declina in un sentire che include la vita; e quali vite non son degne di lutto?). E questo non significa forse riconoscere il diritto alla vita? Dimensione pre-politica certo, ma condizione necessaria a qualsiasi polis umana. Il testo di Bobin è tratto da L’enchantement simple, l’incanto semplice:

«Nella camera dell’agonia, come in quella del godimento, nulla può entrare senza che ne venga mutato il nome e il sangue. Un angelo sta sulla soglia, e non è senza tremore che indoviniamo l’ombra che lo tocca all’attaccatura della spalla. Amare e morire procedono dalla stessa conoscenza, camminano con lo stesso passo. Sono due luminosità che non fanno che un solo fuoco, ed è senza dubbio per questo motivo che amiamo così poco e così male: bisognerebbe acconsentire alla nostra stessa disfatta. Bisognerebbe perdere e rinunciare a tutto, anche ai guadagni che la perdita genera. E’ solo nell’amore – nella delicatezza di una mano, nella lentezza di una voce o nel tormento di uno sguardo – che qualcosa ritrova il proprio posto, tutto il suo posto, nel centro perituro di sé: l’eternità è la parte più friabile del corpo. Scrivere prende a prestito da questa doppia luce qualche splendore. Colui che scrive contempla tutte le cose al sole autunnale. Nella carne più tenera come nel più semplice fiore, consegna un sapere sobrio, che perfeziona folgorando (…) Così crede di poter sopravvivere, presiedendo alla cerimonia minuziosa della propria cancellazione. Ma non è che un gioco e un ben povero gioco. Ciò che si scrive non tiene. Nessuna parola tiene. L’ebbrezza della parola può solo, per un tempo, confortarci con questo sogno di potenza. Ma con l’anzare della sera, le nostre labbra impallidiscono e le nostre frasi si perdono nel buio, come freccie sperdute nel loro invisibile bersaglio. Guardo la bambina da cui tutto il mio sapere deriva. Elena. Entra in queste pagine, qui è a casa sua. La guardo un giorno, travestita da sposa al ballo in maschera di una scuola. Guardo come danza, sospinta da una gioia che si nutre di sé stessa. Corre fino in fondo alla sala, trascinando dietro a sé una serpentina di colore vivo, come un filo di luce nella scia del suo riso. Con la sera, la stanchezza illumina il suo volto, disperdendo il suo sguardo che plana su ogni cosa senza distinzioni. La bambina di sei anni e il suo vestito macchiato da una torta troppo pesante: il suo volto è così nudo all’avvicinarsi del sonno che posso vederci – come  a fior di pelle – il doppio infinito della sua vita e della sua morte. La guardo e imparo a fatica ciò che i libri non insegnano:  è nella spossatezza che le forze aumentano. E’ nell’abbandono che si diventa prìncipi, è nel dischiudersi della morte che scopriamo questo più nobile dischiudersi dell’amore. Se la bellezza di un volto è significativa, è a causa di questa luce che la forma a sua insaputa e il cui dischiudersi si confonde con quello della sua futura sparizione. Nella nobiltà dei volti dimentichi di se stessi, non ho visto altro che l’evidenza di questa chiarezza verso cui ogni vita tende, senza conoscerla: bellezza e morte intrattengono un commercio incessante nello spazio aperto del volto, simile al mormorio di due vicine al di là della siepe di un giardino. I tratti dell’infanzia – votati per la loro stessa perfezione a un rapido svanire – sono più chiari di tutti gli altri. La loro freschezza è segno della loro perdita. Il volto di un bambino è un fiore offerto, promesso alla falce che gli dà il suo splendore mentre infiamma l’aria circostante. La fine è già sin dall’inizio. A volte la si vede. A volte non si vede più che questa luce che segretamente altera il volto adorato. Così si indovina dove andiamo e chi ci aspetta. Così un volto – quasi nulla – si impone a noi, nell’estrema fugacità della sua gloria. L’amore di questo nulla ci libera per un istante dall’insignificanza poi, molto rapidamente, dimentichiamo. Ritorniamo al mondo. Ci si scorda di ciò che è indimenticabile: l’istinto, la bellezza. (…) Non vediamo più quanto tutto ci assomigli, come tutte queste cose siano deboli, come noi, prive d’appoggio, come noi, ricevendo tutto di colpo in faccia, la vita, la morte, le fate e i lupi. Come noi. E’ dimenticata, la prudenza infantile che faceva temere la fine del paradiso, l’ora di coricarsi. Non è più udita, la domanda inquieta al cuore delle più antiche nenie, che mendica ancora un po’ di tempo, ancora un po’ di vita: je voudrais que la rose fût encore au rosier, et que mon ami Pierre fût encore à m’aimer. Ci si dimentica. Si parte nella foresta, si parte nel mondo che non sarebbe nulla se non gli prestassimo man forte, nutrendo, nel profondo, i cani che si disputano la nostra anima. Avendo rinunciato al più alto sapere – che è il sapere dell’infanzia – abbiamo perduto la forza della chiarezza, la virtù di ciò che è semplice. Manchiamo il bersaglio della vita. Manchiamo tutto. La cosa strana in fondo è che la grazia ci tocchi, quando tutti i nostri sforzi mirano a renderla inaccessibile. La cosa strana è che – nel fervore di un’attesa, di uno sguardo, di un riso – si acceda talvolta a quell’ottavo giorno della settimana, che non comincia e non si esaurisce in alcun tempo. E’ nella speranza di tali cose che vivo ed è sotto questa luce che scrivo, gustando la bellezza dei giorni che trascorrono. Scrivere, indubbiamente, è vano e non è affatto certo che ciò impedisca alla notte di venire, ma dopo tutto può sembrare altrettanto vano amare, cantare o cogliere le prime pervinche, pallide e fresche come all’uscita da una lunga malattia, per portarle in una stanza deserta. Le guardo, ascolto la loro lezione: nulla si apre se non così, nel centro oscuro dell’superfluo, nell’apparente rimorso dell’inutilità. Scrivo, non scrivo. Guardo la bambina che si allontana vestita da sposa, spossata di stanchezza: la bambina immediata, la preda delle ombre. Nell’eternità di quello sguardo, c’è solo un pensiero bianco, leggero. Cade, vola, va. Occupa da sola il cielo e la terra, simile a quei fiori di tiglio che porta la brezza e che girano su se stessi:  danzando tra aria ed aria si offrono rifiutandosi, non toccano mai il suolo. Così questo unico pensiero di una presenza che non ci mancherebbe mai più, di una bellezza che non soffrisse più le offese della sera, del male, della morte. Al bambino che mi chiedesse cos’è la bellezza – e non potrebbe essere che un bambino, poiché solo questa età ha il desiderio del lampo e l’inquietudine del necessario – risponderei così: bello è tutto ciò che si allontana da noi dopo averci sfiorato. Bello è lo squilibrio profondo – la mancanza di sicurezza e di voce – che provoca in noi l’urto leggero di un’ala bianca. La bellezza è l’insieme di quelle cose che ci attraversano e ci ignorano, aggravando d’improvviso la leggerezza di vivere. Le mostrerei il cielo dove gli angeli, asciugandosi le mani in una nuvola, creano un dipinto di Turner, e gli prenderei un pugno di questa terra su cui andiamo. Gli direi che un libro è come una canzone, un nulla per dire tutto ciò che non sappiamo dire, e gli taglierei un’arancia. La passeggiata proseguirebbe lontana nella sera. Nel silenzio scopriremmo infine, lui ed io, la risposta alla sua domanda. Nell’immensità luminosa di un silenzio che le parole sfiorano senza turbare.»

Non penso vi sia poetessa italiana più affine alla sensibilità di Christian Bobin di Mariangela Gualtieri. Leggerà a Milano alcune sue poesie il 30 novembre alle 18 ai Frigoriferi Milanesi in via Piranesi 10 per il Progetto In  Campo, alla Mostra del laboratorio di narrazione fotografica organizzato per ragazzi in crisi dalla Cooperativa Minotauro, con la direzione artistica di Melina Mulas. Merita davvero sentirla. Qui il link.

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