L’apartheid di Panebianco

giotto_fuga-in-egittoNon scrivo da un po’. Forse è il tempo uggioso, ma anche il mondo che entra e riduce al silenzio – la tragedia siriana, le elezioni in Egitto, le bombe in Daghestan.  Forse è colpa di un bel libro che ho letto ‘A constellation of vital events’ – che descrive le atrocità della guerra in Cecenia e la resistenza, malgrado tutto, dell’umano, a capo di crudeltà e torture inimmaginabili. La paralisi è anche data dal contrasto con le notiziole italiche: proposte di leggi elettorali in cui larghe ‘minoranze’ rischiano di avere ancor meno voce in capitolo. Democrazia adesiva e calmierata del facile consenso, senza preferenze. Piccolo cabotaggio delle identità. Ma basterà il valore d’immagine di leader nuovi e vecchi a curare la depressione collettiva? Dubito che di questi tempi funzioneranno a lungo ricette che fanno appello alla negazione e alla compensazione maniacale. O all’altra retorica, quella del sano realismo delle procedure, senza fronzoli e senza immaginazione.

 Sento allora di dover almeno commentare un articolo di Panebianco, pubblicato qualche giorno fa dal Corriere. L’articolo si intitolava Troppe ipocrisie sugli immigrati e cliccando sul titolo lo potete leggere. In sostanza Panebianco propone una realpoliitik basata sulla ‘convenienza’ accusando il buonismo confusionario dei buoni propositi (catto-comunisti) e le politiche dell’accoglienza. Arriva infine a proporre un vero e proprio apartheid: «Una politica realistica, fondata sulla convenienza, si dovrebbe insomma porre problemi di scelta, di selezione (…)Per esempio, certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo. È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quella proveniente dal mondo islamico.»

Questo paradigma immunitario dice è già messo in atto da altri paesi. Bisognerebbe forse ricordare anche che la Germania nazista di questo paradigma era maestra.

Mi colpisce sempre l’appello implicito o esplicito di molti conservatori alle ‘radici’ cristiane.  Ma in realtà, sì, una perversa coerenza c’è se si considera che all’origine del mondo moderno la cosiddetta identità cristiana (con cui buona parte dei conservatori continuano a  giocare) si  forgia nelll’esclusivismo religioso, sulla definizione del concetto di minoranza, sull’espulsione violenta di ebrei e moriscos dalla Spagna con cui si inaugura il  siglo de oro, sulla guerra  commerciale dei corsari , sulla schiavitù, sull’epurazione di soggetti portatori di  diversità culturali e religiose tramite persecuzione o conversione forzata…

 La cosa più ridicola in tutto questo è il riferimento al cristianesimo come struttura identitaria, «includiamo solo i cristiani, loro sì che si possono integrare». A parte l’oggettiva problematicità di questa affermazione (chi dice che un rumeno – con tutto il legittimo risentimento di chi è reduce da anni di devastazione culturale – si ‘integri meglio di un senegalese? E integrarsi è per forza l’equivalente di una ‘conversione’ o non dovrebbe essere una via a doppio binario, la ricerca per quanto difficile di nuovi codici di relazione reciprocamente inclusivi?). Questa inclusione privilegiata dei  ‘cristiani’ esclude in realtà  il nucleo più profondo del cristianesimo stesso. Al pari di altre narrazioni (lo tsimtsum ebraico, il vuoto del buddhismo, la sottomissione al mistero del musulmano) la kenosis cristiana ha il suo cuore nello svuotamento, nel riconoscimento dell’umano a partire da una nuda vita, la nuda vita, dei poveri, dei perseguitati degli esclusi ma comunque sempre vita degna di vita e degna di lutto, anzi per certi versi testimonianza di una vita che proprio in quanto pre-politica trascende  le dinamiche del potere sovrano e le convenienze dell’Impero.  Di Pilato sappiamo che qualche dubbio di coscienza l’ha avuto. Mi auguro che ciò accada anche a Panebianco. Del resto anche dal punto di vista della ‘convenienza’  e della lungimiranza credo che la storia testimoni il crescente fallimento degli immunitarismi (che ne generano sovente altri speculari). E che segnali come uno dei suoi ‘indici’ profondi la necessità di riconoscere le diversità sapendo proporre un discorso capace di andare oltre quell’omologazione, in cui il concetto non pensato di integrazione si confonde con l’integralismo. Religioso o laicista che sia.

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2 commenti

Archiviato in nuda vita, quel che resta del mondo

2 risposte a “L’apartheid di Panebianco

  1. elena gardenghi

    lucida analisi e sintesi del contesto italiano, oramai orfano di intellettuali degni di tale nome. grazie. con rispetto eg

  2. Condivido il tuo senso di profonda stanchezza intellettuale, che gli articoli tipo quello che hai citato non contribuiscono certo ad alleviare. Viviamo un’epoca di opposizioni indotte (vecchi vs giovani, occupati vs disoccupati, comunitari vs extra-comunitari, precari vs fissi…) a scapito dei contendenti e a vantaggio dei ceti dominanti. Tanti capponi renziani (in senso manzoniano, non dell’attualità politica). Gli intellettuali tipo Panebianco, e sono legioni, contribuiscono più o meno consapevolmente, ma con zelo e sollecitudine, alla creazione e al sostegno di questo clima culturale, propedeutico alla barbarie sociale dell’ognuno per sé e tutti contro tutti che ci viene prospettata come modello prossimo venturo di comunità, inevitabile perché naturale e unico a essere economicamente sostenibile.

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